L’unica certezza, per il momento, è che in Eritrea qualcosa si sta muovendo. La piccola repubblica del Corno d’Africa è attraversata da scosse. Sono solo proteste di una modestissima minoranza, dice il governo. Sono gravi disordini con repressione sanguinosa e decine di morti, sostiene l’opposizione. Ma nessuna delle due versioni può essere accolta così com’è.
All’Asmara, capitale dell'Eritrea, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia, guidato dal presidente Isaias Afeworki, è al potere senza interruzioni sin dall’indipendenza del paese, cioè da 25 anni. Di fatto non esiste opposizione: chi non condivide i programmi del governo ha la scelta fra tacere, venire incarcerato o lasciare il paese. La dialettica fra le diverse posizioni si svolge esclusivamente all’estero: anche in Italia la numerosa comunità eritrea si divide fra sostenitori e critici del regime, con contrasti a volte aspri.
Ma se le dichiarazioni ufficiali governative sembrano in parte smentite dalle immagini e dai video filtrati dalla capitale, che mostrano manifestazioni robuste con la chiara registrazione dei colpi d’arma da fuoco, poco affidabile appare anche la versione della Red Sea Afar Democratic Organisation, citata dalle agenzie di stampa. Questo gruppo ha intrapreso la lotta armata contro il governo dell’Asmara per rivendicare l’indipendenza della Dancalia ed è basato in Etiopia, l’odiato vicino con cui l’Eritrea non ha ancora ripreso rapporti normali anche dopo la fine delle ostilità. Secondo la Rsado, 28 persone sarebbero state uccise, un centinaio ferite e altre decine sarebbero finite in carcere.
Fonti diplomatiche consultate da Repubblica sottolineano che la Rsado è propensa a esagerare la portata delle notizie. L’organizzazione sarebbe finanziata dall’Arabia saudita, che in Eritrea conduce un gioco politico-diplomatico molto controverso, apparentemente ancora insoddisfatta nonostante Asmara abbia seguito le sue scelte nel proclamare il boicottaggio del Qatar, un tempo alleato prezioso del regime eritreo.
Nella repubblica sul mar Rosso la popolazione è divisa a metà fra cristiani e musulmani sunniti, ma su questi ultimi si concentra l’iniziativa saudita, con aiuti finanziari e sostegni alle scuole. A far scoppiare i disordini sarebbe stato proprio il tentativo del governo di rimettere sotto il suo controllo gli istituti di istruzione. In questo rientrerebbe, secondo alcune fonti, il divieto del velo islamico nelle scuole. Stavolta in particolare le proteste sarebbero nate dall’arresto dell’anziano Haji Musa, presidente onorario della scuola di Al Diaa, nel quartiere a prevalenza islamica di Akhriya. La legge eritrea ammette l’esistenza di scuole private, purché non si spingano a fare politica.
Ma l’esperienza di tutto il Medio Oriente e delle zone islamiche d’Africa e d’Asia sembra confermare che nella visione di Riad l’educazione ai valori musulmani coincide con una visione wahabita rigida ed esclusiva, cioè in sostanza con gli interessi della famiglia reale. Lo scontro di questi giorni sembra rientrare nella strategie saudite di influenza globale nell’area, a fianco del massiccio intervento militare nello Yemen: sarebbe, in altre parole, una resa dei conti fra Afeworki e gli alleati sauditi, evidentemente insoddisfatti delle aperture di Asmara e decisi a fornire al credo wahabita un altro punto di appoggio.
All’Asmara, capitale dell'Eritrea, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia, guidato dal presidente Isaias Afeworki, è al potere senza interruzioni sin dall’indipendenza del paese, cioè da 25 anni. Di fatto non esiste opposizione: chi non condivide i programmi del governo ha la scelta fra tacere, venire incarcerato o lasciare il paese. La dialettica fra le diverse posizioni si svolge esclusivamente all’estero: anche in Italia la numerosa comunità eritrea si divide fra sostenitori e critici del regime, con contrasti a volte aspri.
Ma se le dichiarazioni ufficiali governative sembrano in parte smentite dalle immagini e dai video filtrati dalla capitale, che mostrano manifestazioni robuste con la chiara registrazione dei colpi d’arma da fuoco, poco affidabile appare anche la versione della Red Sea Afar Democratic Organisation, citata dalle agenzie di stampa. Questo gruppo ha intrapreso la lotta armata contro il governo dell’Asmara per rivendicare l’indipendenza della Dancalia ed è basato in Etiopia, l’odiato vicino con cui l’Eritrea non ha ancora ripreso rapporti normali anche dopo la fine delle ostilità. Secondo la Rsado, 28 persone sarebbero state uccise, un centinaio ferite e altre decine sarebbero finite in carcere.
Fonti diplomatiche consultate da Repubblica sottolineano che la Rsado è propensa a esagerare la portata delle notizie. L’organizzazione sarebbe finanziata dall’Arabia saudita, che in Eritrea conduce un gioco politico-diplomatico molto controverso, apparentemente ancora insoddisfatta nonostante Asmara abbia seguito le sue scelte nel proclamare il boicottaggio del Qatar, un tempo alleato prezioso del regime eritreo.
Nella repubblica sul mar Rosso la popolazione è divisa a metà fra cristiani e musulmani sunniti, ma su questi ultimi si concentra l’iniziativa saudita, con aiuti finanziari e sostegni alle scuole. A far scoppiare i disordini sarebbe stato proprio il tentativo del governo di rimettere sotto il suo controllo gli istituti di istruzione. In questo rientrerebbe, secondo alcune fonti, il divieto del velo islamico nelle scuole. Stavolta in particolare le proteste sarebbero nate dall’arresto dell’anziano Haji Musa, presidente onorario della scuola di Al Diaa, nel quartiere a prevalenza islamica di Akhriya. La legge eritrea ammette l’esistenza di scuole private, purché non si spingano a fare politica.
Ma l’esperienza di tutto il Medio Oriente e delle zone islamiche d’Africa e d’Asia sembra confermare che nella visione di Riad l’educazione ai valori musulmani coincide con una visione wahabita rigida ed esclusiva, cioè in sostanza con gli interessi della famiglia reale. Lo scontro di questi giorni sembra rientrare nella strategie saudite di influenza globale nell’area, a fianco del massiccio intervento militare nello Yemen: sarebbe, in altre parole, una resa dei conti fra Afeworki e gli alleati sauditi, evidentemente insoddisfatti delle aperture di Asmara e decisi a fornire al credo wahabita un altro punto di appoggio.