Esteri

Donald Trump in visita a Pechino: con Xi Jinping amore e odio

Donald Trump e Xi Jinping (reuters)
Tra strategie da concordare e lamentele americane: il secondo incontro tra il presidente Usa e l'omologo cinese
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PECHINO – Trade-off. Traduzione: scambio, compensazione, bilanciamento tra domanda e offerta. Trade-off è il tema che domina il vertice dell’anno, tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino. I due si sono già incontrati, privatamente a Mar-a-Lago nel resort trumpiano in Florida, in mezzo ad altri al G20 di Amburgo. Stavolta però è visita di Stato, un vero summit bilaterale.

Trade-off, è il bilanciamento che Trump è chiamato a trovare tra i due grandi temi nella sua agenda. Da una parte la Corea del Nord, dall’altra l’imponente squilibrio commerciale tra i due paesi che vede la Cina in attivo per 310 miliardi di dollari. Può Trump segnare dei punti su tutti e due i temi? Oppure deve fare un trade-off, per l’appunto, rinunciando a qualcosa per ottenere qualcos’altro? L’attenzione dell’America è puntata su questo, in una fase in cui il presidente è indebolito da scandali (Russiagate), frana nei sondaggi (36% dei consensi) e incassa due sconfitte elettorali significative in New Jersey e Virginia.


Per l’importanza strategica, dal punto di vista della sicurezza nazionale è la Corea del Nord ad avere la priorità. Trump è convinto che la Cina (insieme alla Russia) possa aiutarlo a sbloccare l’impasse nucleare con Kim Jong-un. Probabilmente ha ragione visto che la Cina offre un sostegno economico vitale al regime di Pyongyang. Ma se davvero vuole estrarre da Xi un risultato significativo su quel fronte, può incalzarlo anche sui temi commerciali? Eppure questi sono perfino più importanti per un elettorato-chiave, quello che un anno fa fu decisivo per regalare a Trump un’elezione inaspettata: la classe operaia, decimata e impoverita dalle delocalizzazioni di fabbriche in Cina.

L’elenco delle lamentele americane è sterminato: si va dal dumping (vendita sottocosto) di prodotti made in China, agli aiuti di Stato per i colossi dell’impresa pubblica cinese. Più i superdazi che la Cina infligge sui prodotti americani, e quel furto di proprietà intellettuale legalizzato su vasta scala attraverso le joint venture e l’obbligo imposto agli investitori stranieri di regalare il proprio know how tecnologico ai soci locali. È un lungo dossier di rivendicazioni, quello che Trump deve fare avanzare. Ma c’è la questione del trade-off, appunto: quanto pensa di poter negoziare sull’uno o sull’altro fronte, e quanto deve sacrificare.

I rapporti personali tra lui e Xi Jinping sono partiti bene. L’incontro a Mar-a-Lago fu cordiale. Trump alterna da mesi dei tweet “cattivi” in cui accusa la Cina di concorrenza sleale o di non fare abbastanza in Corea del Nord, ed altri in cui dà atto a Xi di buona volontà. Di recente è subentrata anche una evidente ammirazione, dopo l’incoronazione di Xi al congresso del partito comunista lui lo ha definito “quasi un re della Cina”, e il tono era quello del complimento.

Anche Xi sembra preferire il tycoon spregiudicato a Barack Obama che lo tediava con (moderate) prediche sui diritti umani. Tra i due è evidente anche lo squilibrio nella forza politica. Il presidente americano ha con sé una minoranza della propria opinione pubblica; quello cinese non ha problemi elettorali, si è fatto riconfermare in modo plebiscitario, e risulta comunque popolare nel paese grazie al suo nazionalismo e alla campagna contro la corruzione.