PECHINO - "Il presidente Trump e il presidente Putin hanno diversi dossier da affrontare domani in Vietnam. In primo piano c'è la Siria, poi l'Ucraina". È il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, a confermarcelo personalmente venendo a parlarci al centro stampa allestito per i giornalisti al seguito della Casa Bianca, dentro il China World Hotel di Pechino. Tillerson non inserisce nella lista la Corea del Nord ma era lo stesso Trump, tre giorni fa a Tokyo, ad anticiparci che avrebbe "chiesto aiuto a Putin" sul dossier nucleare di Pyongyang. Il nostro colloquio con Tillerson si conclude bruscamente quando una collega americana gli chiede se nell'agenda dell'incontro Trump-Putin figurerà anche "l'ingerenza della Russia nell'ultima campagna elettorale americana". "La lista è quella che vi ho detto", chiude il segretario di Stato in tono seccato, e se ne va.
L'aneddoto è emblematico. L'incontro al vertice tra due dei leader più potenti del mondo è avvelenato dai sospetti altrui. Per i media americani in particolare, la vera storia non è quel che si diranno i due sulla Siria o sull'Ucraina. I miei colleghi della stampa e delle tv americane saranno focalizzati sul body-language, sul linguaggio corporeo dei due, per avvistare segnali di un disgelo, di un ritorno al clima di complicità pre-Russiagate. Perché la storia che appassiona l'America è questa: un anno fa l'elezione forse fu decisa dalle fake news disseminate dai russi per danneggiare Hillary, su questo indaga il superprocuratore Robert Mueller che di recente ha incriminato e arrestato alcuni ex collaboratori di Trump. I veleni del Russiagate hanno condizionato il rapporto personale fra Trump e Putin, che era partito all'insegna della massima cordialità. Al Congresso perfino la maggioranza repubblicana ha voluto mettere il guinzaglio al suo presidente, imponendogli delle sanzioni aggiuntive contro la Russia. Ne è seguita una guerra delle ritorsioni diplomatiche con espulsioni da una parte e dall'altra (più il misterioso episodio delle carte bruciate nel caminetto del consolato russo a San Francisco). Eppure nonostante i rapporti ufficiali tra i due governi siano pessimi, c'è l'impressione o il sospetto che Donald e Vladimir vogliano tornare a parlarsi. Proprio come fecero ai margini del G20 di Amburgo, a luglio, quando addirittura Trump piantò in asso i suoi collaboratori e consiglieri per appartarsi a tu per tu con Putin.
L'aneddoto è emblematico. L'incontro al vertice tra due dei leader più potenti del mondo è avvelenato dai sospetti altrui. Per i media americani in particolare, la vera storia non è quel che si diranno i due sulla Siria o sull'Ucraina. I miei colleghi della stampa e delle tv americane saranno focalizzati sul body-language, sul linguaggio corporeo dei due, per avvistare segnali di un disgelo, di un ritorno al clima di complicità pre-Russiagate. Perché la storia che appassiona l'America è questa: un anno fa l'elezione forse fu decisa dalle fake news disseminate dai russi per danneggiare Hillary, su questo indaga il superprocuratore Robert Mueller che di recente ha incriminato e arrestato alcuni ex collaboratori di Trump. I veleni del Russiagate hanno condizionato il rapporto personale fra Trump e Putin, che era partito all'insegna della massima cordialità. Al Congresso perfino la maggioranza repubblicana ha voluto mettere il guinzaglio al suo presidente, imponendogli delle sanzioni aggiuntive contro la Russia. Ne è seguita una guerra delle ritorsioni diplomatiche con espulsioni da una parte e dall'altra (più il misterioso episodio delle carte bruciate nel caminetto del consolato russo a San Francisco). Eppure nonostante i rapporti ufficiali tra i due governi siano pessimi, c'è l'impressione o il sospetto che Donald e Vladimir vogliano tornare a parlarsi. Proprio come fecero ai margini del G20 di Amburgo, a luglio, quando addirittura Trump piantò in asso i suoi collaboratori e consiglieri per appartarsi a tu per tu con Putin.