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(afp)

Lo Zimbabwe in festa, aspettando la resa di Mugabe

Assedio pacifico alla residenza dell'ex tiranno, che forse sarà esautorato nelle prossime ore. La prima manifestazione nelle strade di Harare è una prova di forza popolare per risolvere la crisi. Il dittatore deposto spera ancora nell'aiuto del corrotto presidente sudafricano Zuma
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Harare. Il giubilo è sul volto di tutti. Sorridono anche i carristi del tank parcheggiato davanti al municipio, indaffarati soltanto a stringere le mani che si protendono da una folla festante. La gioia repressa da mercoledì scorso, da quando cioè l'esercito ha messo agli arresti domiciliari il novantatreenne Robert Mugabe, è finalmente esplosa per le strade della capitale nel più nutrito e pacifico corteo della storia contro l'anziano despota. Indetta per sostenere l'azione delle forze armate dallo Zanu-Pf, il partito dei veterani della guerra d'indipendenza, la manifestazione di ieri si è trasformata in una gigantesca quanto liberatrice prova di forza del popolo zimbabwano, stufo delle lunghe trattative per spingere Mugabe a dignitose dimissioni.

È vero, ad aprire il corteo c'era un carro armato. Ma nella capitale nessuno parla di un colpo di Stato, e alla formula "rivoluzione di velluto", tutti preferis…
Harare. Il giubilo è sul volto di tutti. Sorridono anche i carristi del tank parcheggiato davanti al municipio, indaffarati soltanto a stringere le mani che si protendono da una folla festante. La gioia repressa da mercoledì scorso, da quando cioè l'esercito ha messo agli arresti domiciliari il novantatreenne Robert Mugabe, è finalmente esplosa per le strade della capitale nel più nutrito e pacifico corteo della storia contro l'anziano despota. Indetta per sostenere l'azione delle forze armate dallo Zanu-Pf, il partito dei veterani della guerra d'indipendenza, la manifestazione di ieri si è trasformata in una gigantesca quanto liberatrice prova di forza del popolo zimbabwano, stufo delle lunghe trattative per spingere Mugabe a dignitose dimissioni.

È vero, ad aprire il corteo c'era un carro armato. Ma nella capitale nessuno parla di un colpo di Stato, e alla formula "rivoluzione di velluto", tutti preferiscono quella di "incruenta deposizione di un despota". "Sarebbe un golpe solo se fosse diretto contro un leader democraticamente eletto, il che non è il caso di Robert Mugabe, giunto al suo settimo mandato con la forza e la frode", sostiene Memory Kuwaza, imprenditrice di 33 anni che incrociamo lungo l'ampia Jason Mojo Avenue. "Nella nostra grande diversità, siamo un popolo unito che adesso esige che Mugabe si faccia da parte per far ridecollare il Paese, dove oggi con una banconota da 200mila dollari locali puoi appena comprarti un gelato. Per ripartire, lo Zimbabwe ha bisogno di giovani".

Sfilano anche molti bianchi, quegli ex farmers ai quali nel 2000 Mugabe espropriò demogogicamente le terre intonando ritornelli quali "Black is beautiful", nero è bello. Per giustificare l'intervento delle forze armate, lo storico Brett Zaba s'aggrappa a quanto accadde in Cina nel 1976, dopo la morte di Mao. "Per il bene del Paese, le guardie rosse furono costrette ad arrestare la banda dei Quattro capeggiata dalla vedova del Grande timoniere. Qui è accaduto qualcosa di analogo", ci dice Zaba, che marcia avvolto in una bandiera del Paese e brandendo un cartello con su scritto: "Adesso o mai più". Accanto a lui, leggiamo altri slogan sullo stesso tono, "Il mio sogno si sta avverando" e "Sorgi Zimbabwe", o più espliciti come "Mugabe deve andarsene adesso", o infine più spiritosi, del tipo "Bob non è mio zio", riferendosi a "Uncle Bob", bonario soprannome del vecchio presidente.

Partita quasi in sordina, con qualche modesto sventolìo di bandiere accompagnato da brevi colpi di clacson, la Marcia della solidarietà (all'esercito) s'è ingrossata a dismisura man mano che procedeva verso uno stadio dove lo Zanu-Pf aveva diligentemente predisposto gli interventi dei leader politici, dei rappresentanti dei sindacati, della società civile, dei media, della chiesa, dei giovani, delle donne e via elencando.

Con effetto valanga, dagli uffici, i negozi, le scuole o le bancarelle dei mercati, la gente s'è unita al corteo, creando una marea di decine di migliaia di persone, molto al di là di quanto avevano previsto gli organizzatori dell'evento. Ora, buona parte dei manifestanti, invece che fermarsi per assistere ai comizi, s'è diretta verso la State House, la residenza ufficiale di Mugabe, inviando un chiaro messaggio al governo affinché esautori immediatamente il presidente dalle sue funzioni.

Una decisione che il partito di maggioranza dovrebbe prendere sin da oggi. Altrimenti, già martedì, contro Mugabe potrebbe scattare l'impeachment. Verrebbe allora formato un governo di unità nazionale, con la presenza di altre formazioni politiche e con quella di tutte le tribù dello Zimbabwe. A presiederlo sarà quasi certamente l'ex vice-presidente Emmerson Mnangagwa, la cui destituzione da parte di Mugabe la settimana scorsa per spianare la strada di sua moglie Grace verso la presidenza ha aperto questa crisi politica, ormai vicina all'epilogo.

Quanto potrà ancora resistere il "diplomato in violenza", come si definisce lo stesso Mugabe, prima di partire per Singapore, dove da tempo trascorre diversi mesi all'anno per occuparsi della sua salute malconcia? Certo, gli resta ancora il sostegno del corrotto presidente sudafricano Jacob Zuma e di quello dell'Unione Africana, Alpha Condè, capo di Stato della Guinea Conakry, uno dei Paesi più poveri del pianeta. Poca cosa, dopo la marcia di ieri. Ma i tiranni del suo genere non lasciano mai la loro poltrona spontaneamente. Qualcuno deve costringerli a farlo.