Non c'è soltanto la conquistata possibilità di mettersi al volante. Nel Paese per il sesso femminile è in corso una rivoluzione, promossa dal giovane erede al trono Mohammed Bin Salman. Ma un divieto resta: quello di dissentire
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Nel laboratorio della dottoressa Malak Abed Abedalthagafi, cinque ricercatrici ultraspecializzate lavorano senza sosta avvolte nei loro camici bianchi. Microscopi e macchinari innovativi alla mano, studiano lo sviluppo dei tumori al cervello. A dirigerle c'è una persona con una storia speciale: nata con una rara malattia, sin da piccola la dottoressa Abedalthagafi aveva giurato a se stessa che sarebbe diventata un medico. Trent'anni dopo, questa donna dalla risata contagiosa ha più che raggiunto il suo scopo: Malak Abed Abedalthagafi è uno dei ricercatori medici più importanti del mondo arabo, e divide il suo tempo fra l'università americana di Harvard e la King Fahad Medical City di Riad. Non solo: è una delle donne alla testa della rivoluzione sociale che promette di cambiare in pochi anni l'Arabia Saudita, Paese tra i più conservatori al mondo.
Nel laboratorio della dottoressa Malak Abed Abedalthagafi, cinque ricercatrici ultraspecializzate lavorano senza sosta avvolte nei loro camici bianchi. Microscopi e macchinari innovativi alla mano, studiano lo sviluppo dei tumori al cervello. A dirigerle c'è una persona con una storia speciale: nata con una rara malattia, sin da piccola la dottoressa Abedalthagafi aveva giurato a se stessa che sarebbe diventata un medico. Trent'anni dopo, questa donna dalla risata contagiosa ha più che raggiunto il suo scopo: Malak Abed Abedalthagafi è uno dei ricercatori medici più importanti del mondo arabo, e divide il suo tempo fra l'università americana di Harvard e la King Fahad Medical City di Riad. Non solo: è una delle donne alla testa della rivoluzione sociale che promette di cambiare in pochi anni l'Arabia Saudita, Paese tra i più conservatori al mondo.
La storia della dottoressa Abedalthagafi è fatta di passaggi precisi: sin da bambina e nonostante le assenze dovute alla malattia, è sempre stata una studentessa brillante. Tanto era brava che qualificarsi per una delle borse di studio promosse dal re Abdallah per mandare all'estero dopo il diploma i più meritevoli giovani sauditi per lei fu cosa semplice. Da lì iniziò la storia d'amore con Harvard, destinata a durare dieci anni: quanti ne servirono alla timida studentessa per trasformarsi in una delle più giovani e brillanti docenti dell'università. Poi, una telefonata le cambiò la vita: "Mi chiamarono da Riad. Era un membro della famiglia reale. Volevano che tornassi. Mi offrivano i finanziamenti, un laboratorio, la libertà di fare ricerca e di scegliere i miei assistenti: accadde cinque anni fa. I miei amici americani pensavano fossi pazza, ma non potevo dire di no. Se c'è un momento per essere una donna ambiziosa in Arabia Saudita è questo". Oggi Malak Abed Abedalthagafi divide il suo tempo fra il suo Paese di adozione e quello di origine, dove dirige una squadra di genetiste impegnata nella ricerca sui tumori infantili: "Non le ho scelte perché donne", sorride, "ma perché sono state le più brave nelle selezioni". In un Paese che tenta in ogni modo di mostrare che sta cambiando pelle e che da anni è nel mirino per il trattamento (pessimo) che riserva alla popolazione femminile, è inevitabile che Malak e la sua squadra diventino un simbolo.
Per respirare il cambiamento a Riad non occorre spingersi fino al campus della King Fahad Medical City: basta passeggiare in uno dei tanti centri commerciali sparsi per la città. Le donne che fino a qualche anno fa non potevano lavorare nei negozi ora sono la maggioranza della forza lavoro: cassiere, commesse, vetriniste. Non più tardi di due anni fa, le ragazzine giravano a gruppi guardandosi costantemente le spalle l'una con l'altra: temevano (e non a torto) che qualche rappresentante della polizia religiosa (la temutissima muttawa) le fermasse per una tunica troppo aperta o un velo scivolato dai capelli. Da quando, qualche mese fa, un decreto reale ha strappato ai poliziotti religiosi i loro poteri, l'aria è più rilassata: è aumentato il numero delle donne che girano a volto scoperto, le abaye (le lunghe tuniche nere che qui ogni donna, straniera compresa, è obbligata a indossare) si sono fatte più colorate e i veli sui capelli più lievi. Nei ristoranti più alla moda c'è anche qualche coraggiosa che osa toglierlo. A giugno poi ci sarà un appuntamento storico: alle donne, dopo 30 anni di braccio di ferro, sarà finalmente consentito guidare. L'Arabia Saudita si libera così di un divieto unico al mondo che contribuiva a fare del Paese una delle pecore nere nel campo dei diritti umani.
La fine del divieto di guida è la più famosa delle riforme degli ultimi mesi:prima erano arrivati il permesso di fare sport e quello di trovarsi in luoghi pubblici accanto a uomini che non siano membri della famiglia. Ora la speranza è che presto venga abolita la regola del guardiano, quella che condanna le saudite a una condizione di perenne inferiorità e le obbliga a chiedere l'approvazione di un uomo per viaggiare, lavorare, avere la custodia dei figli in caso di divorzio. Le pressioni su questo punto hanno usato perfino il fatto che l'Arabia Saudita, con un'acuta mossa promozionale, sia stato il primo Paese al mondo a concedere la cittadinanza a un robot donna. Sui social media la domanda che imperversava era: "Diteci chi sarà il suo guardiano!".
Dietro a tutto questo c'è un giovane principe la cui età non è molto distante da quella delle ragazzine che si aggirano per i mall: a 32 anni, Mohammed Bin Salman, o MBS come lo chiamano, è l'uomo più potente del Paese. Dopo aver esautorato il cugino, a giugno è diventato l'erede al trono di un regno per decenni in mano a una generazione di ottantenni: il padre Salman e i suoi fratelli. Come se non bastasse, qualche settimana fa ha spinto alle dimissioni il premier libanese Saad Hariri e fatto arrestare 11 principi, suoi cugini, 4 ministri e una quarantina di funzionari governativi di primo piano: corruzione, è l'accusa ufficiale. Ma nessuno dubita che si sia trattato di una mossa volta a liberare la strada di MBS dagli ultimi ostacoli che lo separano dal trono. Il principe ha fatto della modernizzazione dell'Arabia Saudita la sua missione: Vision 2030, il suo manifesto, mette il coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro e nella società al centro del progetto.
Ma sotto il cielo rovente di Riad non tutto è semplice come appare al primo sguardo:"Non farti ingannare da ciò che vedi e leggi. La realtà è ben più complicata", dice una delle più note attiviste saudite, una di quelle il cui nome appare in tutte le campagne internazionali per i diritti femminili nel Paese. Per questo, e per la lunga amicizia che ci lega, è ancora più significativo che chieda - per la prima volta da quando ci conosciamo - di restare anonima. E che parli dal cuore di uno di quegli affollatissimi centri commerciali ideali per seminare eventuali spie. "Molte cose stanno cambiando", riflette mentre camminiamo, "Vision 2030 sta aprendo il Paese. Ma non c'è nessuna volontà di dare alla gente il diritto reale di partecipare alla vita pubblica. Si può cambiare, ma solo seguendo la volontà di Mohammed Bin Salman. Lo dimostra il fatto che tutti quelli che criticano il suo progetto, conservatori o liberali, vengano in qualche modo messi a tacere, scompaiano dai social media o siano minacciati di licenziamento. Al tempo di re Abdallah si poteva discutere, confrontarsi: oggi è impossibile". Non ci vuole molto a capire che l'amica misteriosa ha le sue ragioni. Qualche giorno dopo, un'altra nota attivista mi porrà le stesse condizioni: possiamo parlare, ma nel chiuso della sua casa. E senza nomi.
Le donne più impegnate del Paese hanno paura: e tutte le ragioni per averla. Poche ore prima dell'annuncio sulla fine del divieto di guida, ad ognuna di loro è arrivata una telefonata intimidatoria. Vietato celebrare o parlare con la stampa straniera: il merito della rivoluzione andava ascritto soltanto alla corona. Eppure, all'uscita dal centro commerciale, si fa fatica ad armonizzare questi timori con ciò che si vede: nei ristoranti risuona la musica, proibita fino a un anno fa. Nelle gallerie d'arte e nelle scuole gli eventi "misti" dove uomini e donne possono stare le une a fianco degli altri sono ormai la normalità: due anni fa, durante la mia ultima visita nel Paese, se ne parlava come di un sogno proibito e trasgressivo. Negli ultimi mesi, tre donne sono state nominate alla testa delle più importanti istituzioni finanziare del Paese, prima fra tutte Tawadul, la Borsa locale. "L'Arabia Saudita ha capito che non può più permettersi di vivere nel passato", sintetizza John Sfakianakis, uno degli economisti che meglio conosce il Paese: "Il crollo del prezzo del petrolio fa sì che non ci siano più i soldi per tenere a casa la metà della popolazione, ovvero le donne. E che il futuro stesso del Paese sia in gioco. I sauditi finalmente si rendono conto che il treno verso il futuro nel resto della regione è già partito, e solo correndo come stanno facendo ora potranno forse riagganciarlo".
La stessa idea la ripete Amal al Shaman, membro femminile della Shura, una sorta di Parlamento dai poteri ridotti i cui membri non sono eletti ma scelti dal re. "Qui le cose si muovono poco a poco. Stiamo cambiando, ma alla saudita: dateci tempo e vedrete che arriveremo lontano. Non possiamo dimenticare le nostre tradizioni, perché la gente non capirebbe". Alla fine della cena, le parole di al Shaman mi risuonano a lungo in testa. Solo quando l'aereo di ritorno decolla lasciandosi alla spalle la polvere del deserto e i grattacieli di Riad capisco perché: "Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi", dice nel Gattopardo il giovane e ambizioso Tancredi, erede del principe di Salina. Oggi nessuna frase si adatta meglio di questa all'Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman.
Questo articolo è un'anticipazione di D-la Repubblica delle donne che sarà in edicola il 25 novembre 2017