Viaggio a Praga, la città di Havel e Kundera, sperando che oggi non sia solo quella di Babis. Come a Varsavia e Budapest la stanchezza non è per la nuova realtà ma per chi la governa
Aggiornato 9 minuti di lettura
PRAGA. La nebbia avvolge il castello di Hradcany, nasconde persino la Moldava sotto il Ponte Carlo. È una sera in cui la città ha un fascino particolare. Mostra i contorni preziosi di palazzi, chiese e monumenti, grazie a un'illuminazione intelligente, e lascia nel buio le brutte botteghe, in cui si cambia il denaro e si vendono pizze alla massa di turisti a basso costo. Occulta anche i luoghi dove risiede il potere. Sembra una metafora dello stato d'animo nel paese, ventotto anni dopo la "rivoluzione di velluto", che ha riportato la democrazia. I decenni cupi o sofferti, più di mezzo secolo tra occupazione tedesca e comunismo importato (ma all'inizio con profonde radici indigene), sono come annidati e invisibili nella foschia spessa posata sul panorama urbano. Sotto la coltre intrisa di pioggia riposano sia il passato di cui sopravvivono inconsce e indelebili tracce sia il presente che delude. La società appare stanca non della nuova …
PRAGA. La nebbia avvolge il castello di Hradcany, nasconde persino la Moldava sotto il Ponte Carlo. È una sera in cui la città ha un fascino particolare. Mostra i contorni preziosi di palazzi, chiese e monumenti, grazie a un'illuminazione intelligente, e lascia nel buio le brutte botteghe, in cui si cambia il denaro e si vendono pizze alla massa di turisti a basso costo. Occulta anche i luoghi dove risiede il potere. Sembra una metafora dello stato d'animo nel paese, ventotto anni dopo la "rivoluzione di velluto", che ha riportato la democrazia. I decenni cupi o sofferti, più di mezzo secolo tra occupazione tedesca e comunismo importato (ma all'inizio con profonde radici indigene), sono come annidati e invisibili nella foschia spessa posata sul panorama urbano. Sotto la coltre intrisa di pioggia riposano sia il passato di cui sopravvivono inconsce e indelebili tracce sia il presente che delude. La società appare stanca non della nuova realtà ma di chi la governa. I sogni postcomunisti si sono appannati. La tarmata memoria collettiva fatica a riallacciare la Repubblica ceca alla democrazia cecoslovacca degli anni Venti e Trenta, esemplare in Europa fino all'apocalisse nazista. Il paese, amputato della Slovacchia, è per alcuni aspetti anche adesso esemplare: l'economia è in gagliarda, invidiabile crescita, la disoccupazione praticamente non esiste. I partiti politici sono tanti e si esprimono liberamente, ma quel che molti esprimono sono più proteste che idee. Lo spleen è dovuto alla minaccia che peserebbe sull'identità nazionale. La si pensa in pericolo. Ed è come se a insidiarla fosse l'Unione europea. "Invadente come un tempo il Cremlino", azzarda un deputato tutt' altro che populista, un socialdemocratico, che subito chiede che non gli venga attribuito quel giudizio. Gli è scappato. Si scusa. Ma l'ha detto ad alta voce, esagerando, quel che forse risente, come tanti altri connazionali. Non c'è stato chi ha descritto la situazione della piccola Repubblica ceca nell'Unione europea mostrando una pastiglia d'aspirina che si scioglie in un bicchiere d'acqua? Che scompare, privata di una vera indipendenza. È accaduto altre volte e i fantasmi della Storia riemergono.
Le critiche all'Unione europea sono numerose e non tanto sfumate. Nella maggioranza dei casi non auspicano tuttavia rotture tipo Brexit. Non si vuole sentir parlare di federalismo. Si respinge l'idea di un processo di più intensa integrazione. L'Europa di Bruxelles è già troppo cosi com'è. Ma non significa che si voglia un'uscita all'inglese. Questi umori tracciano una linea geopolitica che segue il corso dell'Elba, come un muro in cui si sono aperte tuttavia larghe brecce. Quegli umori straripano come le acque di un fiume di cui cresce il livello normale. Il populismo non dilaga soltanto a Est, dove governa. Anche a Ovest, da noi, ve ne sono vistose macchie che si allargano, in Austria, nella stessa Germania, dove l'estrema destra è entrata per la prina volta nel Bundestag federale, in Olanda, in Francia Emmanuel Macron le ha arginate ma non cancellate. Si estendono fin sulle rive mediterranee. È l'epidemia politica del nostro tempo.
Le proteste all'arrivo a Praga di Angela Merkel, il 25 agosto 2016
Qui, in una terra che per essere e restare europea ha lottato con l'intelligenza, arma dei paesi piccoli soffocati dalle grandi potenze, si rimprovera adesso al club di Bruxelles, di cui infine fa parte, l'invadenza burocratica che lascia poco spazio, gli si rimprovera di non avere fatto da diga, anzi di avere spalancato le porte, all'ondata di migranti abbattutasi sul continente, e che Praga rifiuta di accogliere. Si ha l'impressione che l'identità nazionale appena recuperata, dopo il rullo compressore comunista, rischi di essere travolta. Il trauma non si è ancora spento. La Repubblica ceca ha accolto dodici migranti. Non uno di più. Ne avesse almeno accettati cinquanta gli avremmo riconosciuto una certa generosità, commenta sarcastico il diplomatico di un paese occidentale che ne ha ospitato centinaia di migliaia. Come gli altri componenti del gruppo di Visegrad la Repubblica ceca respinge la ripartizione dei profughi decisa da Bruxelles. La presenza massiccia dell'Islam equivarrebbe a una violenza culturale. È quel che lascia capire, con garbo, Jirì Pelàn, il grande italianista ceco. Gli islamofobi più accesi vedono una svolta multiculturale come un terremoto che polverizzerebbe il gotico fiammeggiante e il barocco sulle sponde della Moldava.
Quando parlo di nazionalismo mi viene spesso replicato che in Polonia e in Ungheria è molto più forte. Praga sarebbe più cosmopolita di Varsavia e di Budapest. Nella Repubblica ceca vive un milione di stranieri. Molti ucraini e russi. E anche piccole comunità orientali. Il nazionalismo è stato del resto un'arma efficace nelle società comuniste quando ci si è dovuti difendere dall'egemonia sovietica. La Polonia di Lech Walesa è citata come un esempio.
Il caso di Milan Kundera lascia intravedere la fragilità del cosmopolitismo praghese. Ci si guarda bene dal definire un traditore il grande romanziere nato e cresciuto a Brno perché ha preso la nazionalità francese e adesso scrive in francese i suoi libri. Ma affiora un certo risentimento. Se ricordo che anche il praghese Franz Kafka scriveva in un'altra lingua, il tedesco, si replica che allora, quando viveva Kafka, la Boemia era parte dell'Impero austro-ungarico. La Cecoslovacchia è nata negli ultimi anni della sua vita. La critica a Kundera si sposta su un altro terreno. Si ricorda che in gioventù è stato l'autore di testi stalinisti. Niente di grave, si aggiunge, vista l'età, ma adesso, si insinua, non elenca quei testi nella sua bibliografia. Il nazionalismo ferito si vendica come può. Nel 1989, quando si festeggiò senza violenza la ritornata democrazia, sull'altura di Hradcany, dove risiede il potere, c'era un poeta, un drammaturgo, Vaclav Havel, poi presidente per lungo tempo, che ha ridato a Praga un'impronta nobile. La cultura domina raramente la politica. Havel fu un'eccezione. Continuando con la metafora si direbbe che la nebbia che copre Hradcany, da dove governano i successori, occulti per pudore un presente meno nobile. Allo stesso modo, senza cancellare lo splendore di Praga, la bruma relega nell'oscurità il basso commercio non certo all'altezza dell'antica cornice urbana. Questa mia prima lettura di Praga, influenzata dal ricordo della sdrucita eleganza di un tempo, tende a lasciare nell'ombra, servendosi dei capricci del tempo, versione meteorologica, quel che non mi è gradito, e a salvare invece gli immutabili tesori di una delle più belle città del mondo. Tutti i paesi hanno mediocrità e virtù. Nello scrigno praghese i contrasti oggi saltano agli occhi.
Ho lasciato anni fa la Praga di Havel e ritrovo oggi la Praga di Andrej Babis, il vincitore delle ultime elezioni con un partito che già rivela nel nome la sua idea principale: Azione dei cittadini scontenti (ANO). Traccio subito il ritratto del nuovo leader in cui gli aspetti meno edificanti stonano nella democrazia inaugurata da un poeta. Babis è il primo o il secondo cittadino della Repubblica ceca per la richezza. L'Agrofert, una società finanziaria da cui si diramano almeno duecento imprese (dall'agroalimentare alla petrolchimica ai giornali alle radio) ha il maggior numero di dipendenti nel paese. Andrej Babis è entrato in politica nel 2011, creando il partito ANO, che ha raccolto sempre più voti a ogni elezione, fino a che il fondatore è diventato ministro delle Finanze nel governo dominato dal partito socieldemocratico (CSSD), assolvendo brillantemente il compito, fino a quando è stato raggiunto da accuse di frode fiscale. La crescita dei consensi non ne ha risentito. Non si è fermata neppure con l'incriminazione per avere dirottato illegalmente su una sua proprietà una sovvenzione europea di due milioni di euro; e neppure quando, sempre durante la campagna elettorale, è stata rivelata la sua collaborazione con i servizi segreti nella Cecoslovacchia comunista. Vecchi compagni o collaboratori di quell'epoca sarebbero adesso al suo servizio. Fondate o meno queste accuse non hanno impedito la vittoria elettorale di Babis con il trenta per cento dei voti. L'onestà disinvolta non ha nociuto al candidato. Non capita soltanto nel post comunismo dove c'è scarso rispetto per la politica troppo spesso violentata nel passato. Il miliardario ceco viene chiamato il "piccolo Trump". A molti ricorda Silvio Berlusconi.
Il vincitore delle elezioni in Repubblica Ceca, Andrej Babis
Quando il comunismo è crollato quattro paesi dell'Europa centro-orientale (la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l'Ungheria e la Polonia) hanno formato il Gruppo di Visegrad con l'obbiettivo di allacciare stretti rapporti con l'Unione europea. Della quale sono diventati membri insieme nel 2004. L'abbraccio fra il mondo post comunista e il mondo occidentale in pochi anni si è allentato. Si è trasformato in un rapporto litigioso. Quasi un fallimento. Nel senso che l'atteggiamento del Gruppo di Visegrad è un freno a un'eventuale ripresa del processo di integrazione e un peso anche nella stagnante situazione attuale. L'inevitabile, dovuto allargamento all'Europa post comunista non è stato e non è un successo. Le responsabilità possono essere suddivise. Alcune ricadono sui paesi occidentali che hanno trattato quelli centro-orientali come partner di seconda categoria, sia escludendoli dalle decisioni importanti sia limitando, ad esempio, l'accesso dei loro cittadini ai mercati occidentali del lavoro. Varsavia e Budapest hanno accusato Bruxelles di respingere o trascurare le loro proposte, e hanno eretto una barriera di diffidenza, col tempo di scetticismo al limite del rifiuto. Le due capitali si sono rinchiuse in un broncio che non solo paralizza il processo di integrazione ma che crea di fatto la ipotizzata Europa a due velocità. C'è la zona euro e ci sono gli altri. I governi di Varsavia e di Budapest hanno assunto molto presto un carattere autoritario, ignorando i principi dell'Unione europea. La Repubblica ceca, favorita dalla tradizione democratica, non ha conosciuto la stessa svolta ed è sembrato che potesse avere un ruolo di mediazione, di ponte, tra le due Europe. Con la vittoria elettorale del miliardario Babis l'ipotesi è svanita.
Babis è noto come un uomo d'affari senza troppi scrupoli, più preoccupato dei propri interessi che del paese, e indifferente a una reputazione che non gli ha impedito di diventare non solo l'uomo più ricco ma anche il più votato della Repubblica ceca. Non pochi elettori vedono in lui il successo. Un punto d'arrivo. È l'ammirato campione dell'odierna realtà politica e sociale. Uno capace di opporsi alla classe dirigente bigotta in cui non si ha fiducia; uno che sa arrangiarsi infischiandosene dell'establishment, di cui fa parte, e che denuncia come corrotto. È un atteggiamento popolare nel paese in cui alcuni esponenti del potere più in vista sono irrisi e chiamati "delinquenti da caffè". Babis non sembra l'erede ideale di Havel. Né appartiene certo alla tradizione del poeta della "rivoluzione di velluto" Tomio Okamura, un ceco-giapponese, arrivato con più del dieci per cento dei voti alle spalle di Babis. Il suo partito (SPD) rifiuta i migranti, e naturalmente qualsiasi presenza islamica, chiede l'uscita dall'Unione europea e un riavvicinamento alla Russia di Putin. Lui, Babis, non gira le spalle a Bruxelles. Se ne serve. Vuole restare nel club. Se ne è già servito. Nonostante i problemi con la Giustizia gli è riservato il posto di primo ministro.
L'Unione europea ha per molti aspetti deluso. Quattordici anni fa i paesi di Visegrad pensavano di avere trovato stabilità e sicurezza, e sul piano economico di poter usufruire dell'affiliazione a un club di paesi ricchi. Li ha sorpresi molto presto la crisi, la polemica tra creditori e debitori, e poi l'ondata di profughi alle porte. A eccezione della virtuosa (sul piano economico) Slovacchia, nessun membro del Gruppo di Visegrad è entrato nella zona euro, sia perché non era in grado sia perché ha rifiutato la moneta unica, considerandola un nuovo condizionamento. Qualcosa di simile a un collare elettronico per un condannato in libertà sorvegliata. La Repubblica Ceca ha persino sganciato dopo qualche anno la sua moneta, la corona, dall'euro. Un segno di plateale sfiducia. Per Erik Tabery, autore di Left Nation e redattore capo del settimanale Respekt, questa sfiducia o diffidenza equivale a un risentimento, in parte dovuto all'isolamento o al poco interesse dimostrato dai paesi europei occidentali per i paesi postcomunisti. Al punto da farli sentire partner di seconda classe. Lo chiamo il cronico senso dell'abbandono. Per due volte l'Occidente ha girato le spalle alla Cecoslovacchia: nel 1938 quando fu invasa dai nazisti e nel 1968 quando fu invasa dai sovietici. Quel passato non è paragonabile al presente, ma la minaccia dei migranti che potrebbero inquinare la nazione ceca, arrivata infine a imporre la propria identità, risveglia vecchi timori. E a suscitarli è proprio l'Unione europea che impone o propone l'accoglienza di migranti islamici nel "santuario" ceco. Prevale spesso la tendenza al vittimismo e la continua ricerca di responsabili.
Musulmani a Praga
Vado spesso in piazza Venceslav. È più un viale che una piazza. Un viale leggermente in salita che si stende su almeno quaranta mila metri quadrati. È il cuore della città. La ribalta della storia cecoslovacca. Ci ritorno perché mi aiuta a ricordare quella fine agosto in cui era presidiata dai carri armati sovietici. I soldati russi erano giovani e spuntavano a mezzo busto dalle torrette. Discutevano con le ragazze e i ragazzi inermi di Praga che circondavano i mezzi blindati e scandivano con grinta raffiche di domande. L'intelligenza affrontava la forza. Soprattutto le ragazze chiedevano agli equipaggi, con toni in cui si alternavano collera e ironia, cosa fossero venuti a fare fino lì, sulla piazza di un paese che non era il loro, con tutti quei cannoni. Si parlavano in russo, perché i cecoslovacchi lo avevano imparato a scuola, come lingua d'obbligo. È probabile che non lo sapessero neppure i carristi perché si trovavano su quella piazza. Alle domande esasperate, accorate, sarcastiche, a volte insultanti, i militari dell'Armata rossa rispondevano con sorrisi, impacciati. Non sapevano come reagire. I loro comandanti non dovevano avere spiegato l'obiettivo di quella missione. L'avevano presentata come un'azione in soccorso di un paese alleato. I soldati parlavano della famiglia, della fidanzata lasciata a Mosca o a Kiev, dei fratelli, della scuola. Ma gli studenti praghesi ripetevano la stessa domanda. Cosa siete venuti a fare? Lo spettacolo era al tempo stesso violento per i mezzi blindati annidati negli angoli della piazza e affascinante per le spavalde, coraggiose domande soprattutto delle ragazze assiepate sotto i carri armati con i cannoni rivolti al cielo. In un teatro non lontano dai carri armati fu dato uno spettacolo di striptease. Il primo nella Praga comunista. Un pubblico entusiasta festeggiò l'avvenimento come un atto di libertà. Era dopo il 21 agosto del '68, nei primi giorni dell'invasione sovietica che represse la Primavera di Praga. Nel '69, a metà gennaio, Jan Palach, uno studente di filosofia, si bruciò, in piazza Venceslav, per protestare contro l'invasione. Migliaia di manifestanti, non solo studenti, sommersero la città per ricordare quel sacrificio. L'ordine pubblico fu assicurato dalla milizia operaia che nell'agosto precedente si era dichiarata pronta ad affrontare i carri armati sovietici. E i miliziani arrestarono centinaia di manifestanti. La "normalizzazione" era stata veloce. In quei giorni drammatici, nella Praga repressa, osservando il naufragio dell'effimera esperienza di un comunismo democratico e la pacifica, risentita reazione dei giovani che accerchiavano i carri armati con le mani nude, armati solo della loro indignata ironia, ho creduto di scorgere lo spirito del paese, cosi come è descritto nel romanzo Il buon soldato Sc'véik, di Jaroslav Has?k. Un poema dell'antimilitarismo e dell'ironia, dove il buon senso è il vero eroismo. Sulla piazza Venceslav quello spirito umiliò i cannoni, ma poi i cannoni si imposero, almeno per un ventennio, fino a quando, con l'implosione dell'URSS e la "rivoluzione di velluto" di Havel, i giovani di piazza Venceslav vinsero definitivamente. Ci volle però tempo. Ai venti anni già trascorsi se ne aggiunsero altri venti. E quei qurant'anni hanno lasciato la sfiducia nel potere, la diffidenza verso le istituzioni, il sospetto verso il vicino. Non c'è stata, mi dicono, un'analisi profonda dei comportamenti durante il regime. E il passato, dimenticato o non vissuto, è sempre lì come la Moldava che scorre sotto il Ponte Carlo.
Il nazionalismo democratico è uscito vincitore da rivoluzioni e battaglie, ha alimentato lotte per la libertà. Tempo fa una distinzione tra nazionalismo e patriottismo sarebbe stata artificiosa, non avrebbe avuto molto senso. Non l'avrebbe avuto sulla piazza Venceslav mezzo secolo fa. Ma oggi, spiega John Lukacs, lo storico americano nato a Budapest, bisogna essere consapevoli delle loro differenze, dietro le quali sta il fenomeno populista. È possibile essere insieme cosmopoliti e patrioti. Ma un populista in un modo o nell'altro è un nazionalista. Il patriottismo non è razzista come il populismo. Un patriota non escluderà una persona perché di nazionalità o di etnia diversa. Un populista sarà sempre diffidente verso chi non appartiene alla sua tribù. Il nazionalismo è per sua natura aggressivo. Sono criteri che possono aiutare chi vuole leggere l'Europa, dell'Est o dell'Ovest, investita dall'epidemia populista.