Giappone, porta il neonato in aula: consigliera cacciata dalla seduta
di VALENTINA RUGGIU
(reuters)
Escluso perché non è un membro del Consiglio. Ma nel mondo diverse aule - locali e nazionali - stanno iniziando ad accettare genitori e figli durante le assemblee
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MESSA alla porta per aver portato il suo bimbo di sette mesi in aula. È quanto accaduto alla giapponese Yuka Ogata, del consiglio comunale di Kumamoto, città nel sud del Paese. Un caso che sta provocando scalpore dentro e fuori i confini nazionali, anche alla luce della crescente tendenza che vede sempre più aule - locali e nazionali - accettare i neonati durante i lavori delle assemblee.
· L'ALLONTANAMENTO
Le regole del consiglio di Kumamoto, quello cui appartiene Ogata, non proibiscono formalmente ai membri di portare i bambini. Tuttavia dal momento che vengono considerati come visitatori a loro è interdetto l'accesso in aula.
Così, poco prima dell'inizio della sessione, il Presidente dell'assemblea Yoshimoto Sawada, accompagnato dallo staff, si è avvicinato alla donna e le ha chiesto di lasciare la stanza insieme al piccolo. La sessione è ripresa solo 40 minuti dopo, quando Ogata è tornata da sola.
· UN GESTO VOLUTO
Quello della consigliera è stato un gesto voluto, fatto per mettere in luce le difficoltà che molti genitori hanno, specialmente le madri, nel conciliare lavoro ed educazione dei figli, anche a causa degli ingenti tagli al bilancio per l'assistenza all'infanzia.
"Come mamma e consigliere - ha spiegato la donna - spero di essere una portavoce per tutte quelle persone della mia generazione che si trovano in situazioni simili. Anche se crescere un bambino è un problema sociale, sul posto di lavoro finisce per essere trattato come un problema individuale".
· YUKA LA BATTAGLIERA
Durante la gravidanza, la donna aveva chiesto più volte alla segreteria del consiglio di adottare una soluzione per aiutare i neogenitori. La risposta però è stata sempre la stessa: "La presenza dei bambini ostacola le operazioni dell'assemblea". Così, rientrata a lavoro dopo il parto, Ogata ha deciso di sfidare le regole.
Proprio come aveva fatto in passato, quando eletta da appena un mese, nel marzo del 2015, riuscì a creare scompiglio restando seduta durante il suo intervento in assemblea, infrangendo l'etichetta.
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Una figura che ricorda quella di Aliya, la figlia del presidente del Kirghizistan, anche lei impegnata a combattere i pregiudizi sulla genitorialità nei luoghi di lavoro. Ad aprile postò sui suoi profili social una foto che la ritraeva mentre allattava al seno il figlio di sei mesi. Uno scatto che creò polemiche e scalpore nel paese a maggioranza musulmana.
· LE ALTRE DONNE
A combattere per migliorare le condizioni delle madri - lavoratrici o meno - sono in tante. Dall'italiana Licia Ronzulli, membro del Parlamento europeo, che porta la figlia Vittoria in assemblea da quando era appena nata, a Larissa Waters, la prima deputata australiana ad aver sfruttato la possibilità (concessa dopo tante lotte) di portare nella Camera (e poter anche allattare) i bambini.
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· LA LOTTA IN GIAPPONE
Nonostante il piano del governo giapponese "womenomics" (una crasi tra le parole "donna" ed "economia"), voluto dal premier Shinzo Abe nel 2014, che avrebbe dovuto sostenere l'emancipazione delle donne e ridurre le disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro, le lavoratrici sono ancora le prime a dover pagare la mancanza di servizi dedicati alla caura dei bimbi.
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