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Prossima fermata Beirut: il Libano al centro di una crisi

Lo stato dei cedri, presidiato fra gli altri dal contingente militare italiano, diventa teatro dello scontro finale tra Arabia Saudita e Iran, sunniti e sciiti. La paura dei giovani: “Vogliono regolare i loro conti sulla nostra pelle”
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All'aeroporto Rafik Hariri di Beirut, una lunga fila di soldati italiani sta passando i controlli a uno sportello apposito per uscire dal Libano. Il loro turno, lungo sei mesi, è finito. Altri colleghi sono però già arrivati a sostituirli nel sud del Paese dei Cedri, al confine con Israele, dove è posizionata l'artiglieria di Hezbollah, e dove i militari italiani costituiscono ancora il cuore del contingente di pace Unifil con il dispiegamento di 1.125 uomini. Che l'Italia sia ancora un punto di riferimento per la sorte del Libano, lo dimostra la recente visita di due giorni del capo dello Stato, l'ex generale cristiano ottantenne Michel Aoun alle autorità del nostro paese. Perché anche da Roma, specialmente da Oltretevere, potrebbe arrivare un contributo all'uscita dal pericoloso stallo politico in cui versa il Libano dal 4 novembre scorso. Giorno in cui il primo ministro sunnita Saad Hariri ha rassegnato le proprie dimiss…
All'aeroporto Rafik Hariri di Beirut, una lunga fila di soldati italiani sta passando i controlli a uno sportello apposito per uscire dal Libano. Il loro turno, lungo sei mesi, è finito. Altri colleghi sono però già arrivati a sostituirli nel sud del Paese dei Cedri, al confine con Israele, dove è posizionata l'artiglieria di Hezbollah, e dove i militari italiani costituiscono ancora il cuore del contingente di pace Unifil con il dispiegamento di 1.125 uomini. Che l'Italia sia ancora un punto di riferimento per la sorte del Libano, lo dimostra la recente visita di due giorni del capo dello Stato, l'ex generale cristiano ottantenne Michel Aoun alle autorità del nostro paese. Perché anche da Roma, specialmente da Oltretevere, potrebbe arrivare un contributo all'uscita dal pericoloso stallo politico in cui versa il Libano dal 4 novembre scorso. Giorno in cui il primo ministro sunnita Saad Hariri ha rassegnato le proprie dimissioni dopo essere stato "preso in ostaggio" dai suoi patroni sauditi a Riyadh. Hariri e la sua famiglia, come il padre assassinato nel 2005, hanno - fatto di non poco conto soprattutto in questo frangente - anche la nazionalità saudita.

I volti dei nostri soldati sulla via del rientro in Italia appaiono distesi, ma la situazione nel paese è sempre più tesa, nonostante le ultime dichiarazioni pubbliche di Aoun, diventato presidente della Repubblica libanese alla fine del 2016 grazie al sostegno di Hezbollah e del partito sciita filo siriano Amal dell'ex generale Nabih Berri. Un compromesso però necessario in Libano - repubblica confessionale divisa su tre linee settarie, cristiana, musulmana (sunnita e sciita) e drusa - che ha riaperto un anno fa la porta della presidenza del Consiglio al sunnita Saad Hariri. Il leader del partito Futuro, già primo ministro nel 2009 di un governo di unità nazionale in cui entrò per la prima volta anche Hezbollah grazie al riavvicinamento tra la Siria, leggasi Iran, e l'Arabia Saudita, oggi è l'immagine plastica dell'intero Libano.

Uno stato artificiale tirato da sempre come una coperta dalle due potenze locali: l'Arabia Saudita e l'Iran, dietro a cui sono schierate apertamente le potenze mondiali: Stati Uniti e Israele con l'Arabia Saudita e Russia - Cina con l'Iran, rendendo la coperta già piccola (il Libano ha 6 milioni di abitanti, più almeno due milioni e mezzo di profughi siriani) ancora più corta. Il rientro in Libano del primo ministro dimissionario musulmano sunnita Saad Hariri nel giorno simbolico dell'Indipendenza il 22 novembre scorso però non è passato dall'Italia.
Bensì dalla Francia - l'ex potenza mandataria - dell'energico Macron e dall'Egitto di Al Sisi, alleato del neo dominus saudita, l'ambizioso e bellicoso principe ereditario e ministro della Difesa, il trentaduenne Mohammed bin Salman, meglio conosciuto come Mbs. Colui che sta imponendo dall'alto un inatteso ammodernamento anche teologico dell'integralismo islamico saudita. Ma anche colui che negli ultimi due anni e mezzo ha ordinato bombardamenti indiscriminati sullo Yemen, contro scuole e ospedali per bloccare la ribellione degli houthis sciiti, sostenuti da Hezbollah e dall'Iran, contro il governo eletto, appendice di quello saudita.

È proprio dall'Arabia Saudita che si aspettano nuove mosse. Un'attesa che sta già indebolendo la sofferta stabilità che il Libano vive da 11 anni, dopo aver sperimentato uno dei più lunghi e sanguinosi conflitti civili e per procura della storia contemporanea mediorientale. Un paese che sembra non offrire prospettive ai giovani e che rischia di rimanere ancora una volta stritolato da guerre "altrui".
Un gruppo di guerrieri di Hezbollah 
Shady, Alik and Anthony sono amici dai tempi dell'università. Tre millennials tutti nati a Beirut rispettivamente da famiglie di religione sunnita, cristiano armena e cristiano maronita. Omar, di famiglia sciita, abita nella zona sud della capitale, roccaforte di Hezbollah, e sta per raggiungerli nello studio dove suonano, annidato in un vicolo di Raji Ammoun, all'interno del quartiere cristiano di Asharafiye. La musica non sacra, considerata dai wahabiti sauditi e dagli sciiti strumento del diavolo per tentare i sensi dei fedeli, non è l'unico collante ad aver reso salda la loro amicizia.

"Amiamo tutti molto il nostro Paese e non vogliamo andarcene, come hanno fatto tanti libanesi anche dopo la fine della guerra civile, anche se qui non c'è lavoro", dicono con tono serio mentre accordano gli strumenti. Nello studio c'è anche un televisore che viene acceso per sentire ciò che sta per dire il comandante Jafari al canale di stato iraniano. "Purtroppo ancora una volta il Libano è diventato il terreno di scontro di potenze regionali e mondiali che vogliono saldare i conti sulla nostra pelle. Ci usano per estendere la loro zona di influenza, senza badare a cosa noi libanesi vogliamo, ma non dico niente di nuovo", interviene Omar, laureato in ingegneria civile.

A Beirut sono ovunque ancora evidenti i danni causati alle infrastrutture dalle varie guerre. E la maggior parte dei palazzi, anche quando non mostra più i segni dei bombardamenti, è fatiscente con la luce elettrica che se ne va per tre ore al giorno, lasciando il compito ai generatori di corrente di far finta che la vita nella capitale sia come quella dei paesi avanzati. "Il business dei generatori è una delle principali fonti di corruzione che è una delle piaghe principali del Libano, assieme alla mancanza di risorse naturali e all'avidità dei politici in generale", sottolinea Shady, che allo scoppio della guerra con Israele dieci anni fa si era iscritto ad Amal pur di riuscire a mettere in sicurezza la madre e la sorella che vivono nel sud del Libano e per chiedere una riduzione dei debiti universitari. "Ma non ho ottenuto nulla, resto pur sempre un sunnita per loro, però ho visto con i miei occhi come si sono organizzati assieme a Hezbollah. Loro sì che sanno come si deve fare per aiutare i propri sostenitori sciiti, non come i sunniti o i cristiani divisi da faide intestine per il potere. E ora siamo di nuovo sull'orlo del caos".

Quando Jafari compare sullo schermo, tutti lasciano gli strumenti e ascoltano queste parole: "Le Guardie Rivoluzionarie iraniane sono pronte per aiutare a ricostruire la Siria e portare tutto il paese a un cessate il fuoco duraturo. Inoltre voglio ricordare a tutti che il disarmo di Hezbollah non è e non sarà materia di negoziazione". Un monito più che aggressivo nei confronti di Hariri, ma soprattutto di Mbs che la domenica precedente aveva chiesto un incontro con i ministri degli Esteri della Lega Araba ai quali aveva subito risposto Hassan Nasrallah. Il segretario generale di Hezbollah ha ribadito che la sua non è un'organizzazione terroristica e ha fatto intendere che Hezbollah non farà alcun passo indietro.

Oltre confine, a Tel Aviv, nel bunker del ministero della Difesa, la crisi politica libanese viene monitorata silenziosamente secondo per secondo e in parte manipolata grazie alla nuova "santa alleanza" tra il premier israeliano Netanyahu e Mbs, tramite i buoni uffici del genero del presidente Donald Trump, il giovane ebreo-americano Jared Kouchner. "Nessun paese arabo, tranne l'Egitto, ha un esercito tale da poter competere contro Hezbollah, cioè contro l'Iran. L'unico che potrebbe farlo al posto del fronte saudita è quello israeliano, ma è un'ipotesi spaventosa dato che scatenerebbe una reazione mondiale a catena ", spiega all'Espresso una fonte vicina ad Hezbollah che chiede l'anonimato.
L'ex primo ministro libanese Saad Hariri 
Secondo Fares Souaid, cristiano, segretario generale dell'imploso Fronte 14 Marzo, formato da vari partiti con Futuro di Hariri al vertice, ed ex deputato maronita "siamo davanti a un'impasse molto pericolosa. Il Libano, il suo premier e il presidente della Repubblica sono tenuti in ostaggio da Hezbollah, non da Mbs, che invece sta compiendo una rivoluzione nel suo paese e, di conseguenza, nel mondo islamico sunnita, maggioritario rispetto a quello sciita". Per uscire dall'impasse, Hariri sta cercando di far diventare la questione libanese un problema regionale, una questione di neutralità da concedere a questo staterello chewing gum, ultima roccaforte, pur pericolante, dei cristiani del Vicino Oriente.