Gerusalemme capitale, il debito incendiario di Trump
Federico Rampini
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dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
Lo strappo con il mondo arabo in nome di una promessa alla destra Usa e come dimostrazione di un esibito disprezzo per la tradizione diplomatica degli Stati Uniti
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
NEW YORK. "Ho deciso, è ora di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come la capitale d'Israele". Donald Trump pronuncia la dichiarazione storica che chiude con 70 anni di tradizione diplomatica americana, crea uno strappo con il mondo arabo e larga parte della comunità internazionale. Lo fa rivendicando di essere "uno che mantiene le promesse". Perché "il Congresso ha votato nel 1995 perché questo avvenisse, altri presidenti lo hanno promesso e poi non lo hanno fatto". Ironizza sull'ipocrisia dei suoi predecessori che "regolarmente visitavano Gerusalemme e lì incontravano i capi dei governi d'Israele" fingendo d'ignorare il ruolo di quella città. Lui non sa che farsene di quelle doppiezze, riconosce "quello che è già evidente", perché Israele "ha il diritto di scegliersi la sua capitale come ogni Stato sovrano".
NEW YORK. "Ho deciso, è ora di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come la capitale d'Israele". Donald Trump pronuncia la dichiarazione storica che chiude con 70 anni di tradizione diplomatica americana, crea uno strappo con il mondo arabo e larga parte della comunità internazionale. Lo fa rivendicando di essere "uno che mantiene le promesse". Perché "il Congresso ha votato nel 1995 perché questo avvenisse, altri presidenti lo hanno promesso e poi non lo hanno fatto". Ironizza sull'ipocrisia dei suoi predecessori che "regolarmente visitavano Gerusalemme e lì incontravano i capi dei governi d'Israele" fingendo d'ignorare il ruolo di quella città. Lui non sa che farsene di quelle doppiezze, riconosce "quello che è già evidente", perché Israele "ha il diritto di scegliersi la sua capitale come ogni Stato sovrano".
L'anti-politico Trump è su un terreno familiare quando dileggia il conformismo dell'establishment diplomatico: "Non possiamo risolvere i problemi continuando a replicare le strategie fallimentari del passato". È questo il filo rosso che unisce le sue svolte in politica estera: non rinfacciatemi gli strappi rispetto ai miei predecessori, guardate ai loro insuccessi, la vecchia politica estera non ha dato frutti.
Nella stessa occasione Trump firma l'atto che avvia il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv. Su questo fronte cede qualcosa alle formidabili pressioni che nelle ultime ore sono state esercitate un po' da tutto il mondo: dai suoi alleati arabi (sauditi, giordani, egiziani), dagli europei, dal Vaticano. Il trasferimento non è immediato come Trump aveva pensato, immaginando di cambiare targa al consolato Usa di Gerusalemme. Invece opta per i tempi lunghi con l'acquisto di un terreno ad hoc, la ricerca di "architetti e ingegneri" che costruiranno la nuova sede, un sotterfugio per dilazionare quello che i palestinesi considerano uno schiaffo gravissimo.
Una parte del discorso di Trump è rivolto alle sue constituency, disseminato di riferimenti biblici, di elogi alla democrazia israeliana. Nella parte finale cerca di rassicurare il mondo arabo, assicura ai palestinesi che questa svolta non pregiudica i loro diritti, che l'America "non abbandona il suo impegno a un processo di pace, né compromette lo statuto finale che vi avrà Gerusalemme". In teoria lascia aperta la possibilità che la città santa delle tre religioni monoteiste abbia anche funzione di capitale di una Palestina sovrana, almeno a Gerusalemme Est. Un'ipotesi che lo stesso Trump sfuma assai quando conferma la sua adesione al principio di due Stati, ma solo "se concordato fra le due parti". La formulazione non preclude un ripudio di quel principio da parte del governo israeliano come vorrebbero alcune fazioni estreme.
Il gesto di Trump aggiunge un colpo di scena ad una storia iniziata 70 anni fa con il riconoscimento dello Stato d'Israele da parte di Truman, democratico. Seguì un presidente repubblicano, Dwight Eisenhower, capace di equidistanza e di comprensione verso le ragioni del mondo arabo: intervenne nel 1956 a bloccare l'aggressione contro l'Egitto lanciata nel canale di Suez da Francia, Inghilterra e Israele. La destra americana si spostò su posizioni più filo-israeliane ma senza abbandonare, almeno fino a George Bush Senior, una capacità di criticare Israele. Con Bush Junior cominciò un'altra storia, segnata dal ruolo degli evangelici protestanti come roccaforte elettorale della destra. Il fondamentalismo cristiano che è diventato il più sicuro serbatoio di voti repubblicani ha integrato nella propria identità culturale l'alleanza con Israele con espliciti riferimenti alla Bibbia.
L'11 settembre 2001 quella visione messianica incrociò la lettura dei neoconservatori sullo "scontro di civiltà" e la guerra mondiale al fondamentalismo islamico. Pur essendo privo di sensibilità religiosa, Trump ha raccolto da Bush Junior quella constituency, così come l'appoggio della parte più conservatrice della comunità ebraica americana (non maggioritaria ma generosa di finanziamenti elettorali). Netanyahu venne apposta in America in piena campagna elettorale per dare una mano alla destra: accettò un invito del tutto irrituale dei parlamentari repubblicani, senza neppure avvisare Barack Obama. Fra Netanyahu e Trump sbocciò un idillio, confermato dalla visita a maggio. Ora Trump paga i debiti: con il portatore di voti straniero, con le constituency americane più radicali e più fedeli. Ma i semi di questa decisione storica risalgono a 22 anni fa, è nel 1995 che il Congresso di Washington votò per trasferire l'ambasciata. (ansa) IL REPORTAGE
di FRANCESCA CAFERRI
GERUSALEMME. È sera e lungo Salehddine Road, una delle arterie principali di Gerusalemme Est, la parte araba della città contesa, tira un vento gelido. In giro ci sono poche persone: effetto del freddo e della pioggia, dicono i titolari dei caffè e dei ristorantini, ma anche della presenza della polizia. Le macchine bianche e blu israeliane passano in continuazione, dall'interno gli agenti scrutano la strada guardinghi. "Non succederà nulla oggi, è inutile che passino. Le conseguenze di quello che sta per succedere le vedrete fra due anni, non adesso", dice minaccioso un uomo mentre addenta un panino con il figlio (...) (Continua a leggere il reportage) (reuters)L'ANALISI
di WLODEK GOLDKORN
Impossibile unirla, impossibile dividerla. Resta solo da sperare nell'intervento dell'Onnipotente ma anche lui può mettersi di traverso, causa eccesso di emozioni e interpretazioni degli umani. Si dice che nel giugno 1967 Moshe Dayan, l'allora ministro della Difesa d'Israele, avesse posto ai colleghi del governo la domanda: "Ma davvero abbiamo bisogno di questo Vaticano?". Intendeva la Città Vecchia e il chilometro quadrato in cui si concentrano a Gerusalemme i luoghi santi dei tre monoteismi. (continua a leggere l'analisi)(ansa) L'INTERVISTA
di ANTONELLO GUERRERA
Lo scrittore Kashua, di famiglia musulmana, lingua ebraica, cittadino israeliano: "Le condizioni di vita rimarranno disumane: lì vige l'apartheid" (continua a leggere l'intervista)