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Si brucia la bandiera americana nella piazza della mangiatoia a Betlemme (afp)

“Gerusalemme è anche nostra”: la rabbia dei palestinesi contro Trump

L'esercito israeliano blinda il consolato americano nella città contesa. C'è risentimento contro l'amministrazione Usa ma anche delusione verso i vertici dell'Anp, soprattutto tra i più giovani
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GERUSALEMME. È sera e lungo Salehddine Road, una delle arterie principali di Gerusalemme Est, la parte araba della città contesa, tira un vento gelido. In giro ci sono poche persone: effetto del freddo e della pioggia, dicono i titolari dei caffè e dei ristorantini, ma anche della presenza della polizia. Le macchine bianche e blu israeliane passano in continuazione, dall'interno gli agenti scrutano la strada guardinghi. "Non succederà nulla oggi, è inutile che passino. Le conseguenze di quello che sta per succedere le vedrete fra due anni, non adesso", dice minaccioso un uomo mentre addenta un panino con il figlio. All'improvviso si ferma, e con lui tutto il negozio: sugli schermi della televisione appare Donald Trump. Qualche minuto, e poi le frasi che tutti si aspettavano: Gerusalemme è la legittima capitale dello Stato di Israele e per questo l'ambasciata americana sarà trasferita qui. L'uomo butta via il pa…
GERUSALEMME. È sera e lungo Salehddine Road, una delle arterie principali di Gerusalemme Est, la parte araba della città contesa, tira un vento gelido. In giro ci sono poche persone: effetto del freddo e della pioggia, dicono i titolari dei caffè e dei ristorantini, ma anche della presenza della polizia. Le macchine bianche e blu israeliane passano in continuazione, dall'interno gli agenti scrutano la strada guardinghi. "Non succederà nulla oggi, è inutile che passino. Le conseguenze di quello che sta per succedere le vedrete fra due anni, non adesso", dice minaccioso un uomo mentre addenta un panino con il figlio. All'improvviso si ferma, e con lui tutto il negozio: sugli schermi della televisione appare Donald Trump. Qualche minuto, e poi le frasi che tutti si aspettavano: Gerusalemme è la legittima capitale dello Stato di Israele e per questo l'ambasciata americana sarà trasferita qui. L'uomo butta via il panino, indispettito: "Non basta un presidente americano a fermare la Storia, questa è anche casa nostra: non decide lui", dice trascinando via il figlio senza lasciare il nome.

La furia di questo padre è lo specchio del sentimento che si respira per le strade della parte araba della città contesa: se a Gaza sin dalla mattina ci sono state dimostrazioni proseguite fino a notte, con foto di Trump e le bandiere americane bruciate, Gerusalemme Est al primo sguardo appare tranquilla. Ma basta parlare con la gente per capire che la rabbia è forte: "Cosa vi aspettavate, che scendessimo in strada adesso? Per farci sparare? È chiaro che qualcosa accadrà, non possiamo accettare quello che ha detto Trump", dice Muhammad, che della tavola calda che serve kebab è uno dei gestori.

Gli israeliani questo lo sanno benissimo: lungo le mura della città, in corrispondenza delle porte vecchie di millenni, stazionano macchine della polizia e dell'esercito. Intorno al consolato americano lo spiegamento di forze è massiccio: nel pomeriggio sembrava che potesse trasformarsi in un luogo di protesta, ma la pioggia e il vento hanno disperso i pochi che erano arrivati. Il dipartimento di Stato ha diffuso una nota invitando gli americani alla massima prudenza in tutta la regione. Quando Trump finisce di parlare nelle stradine della città vecchia si sentono solo i rumori dei passi dei militari di pattuglia: qualche ora prima del discorso sulle antiche mura erano state proiettate le bandiere degli Stati Uniti e di Israele. Ma di fare festa, al di là delle dichiarazioni ufficiali del governo, pochi qui sembrano aver voglia.

Il movimento che contesta il primo ministro Benjamin Netanyahu dalle parole di Trump sembra aver preso forza. Sabato tornerà in strada per chiedere le dimissioni del primo ministro. "Per il presidente americano è facile parlare. È a migliaia di chilometri di distanza. Ma noi siamo qui e pagheremo le conseguenze delle sue parole", dice Dorit Rabinyan, una delle scrittrici israeliane della nuova generazione, diventata famosa con un libro, "Borderlife", che racconta la storia d'amore fra una giovane ebrea e un palestinese. "È il classico battito di ali di farfalla: un movimento che appare minimo nel luogo dove avviene, ma è capace di provocare un uragano dall'altra parte del mondo".

Come tanti Rabinyan teme una nuova ondata di violenza e le reazioni palestinesi fanno temere che abbia ragione. In un'intervista ad Al Jazeera, il responsabile politico di Hamas Ismail Haniyeh ha parlato dell'inizio di "un periodo di terribili trasformazioni per tutta la regione" e diverse fazioni hanno diffuso un comunicato congiunto invitando la popolazione a "tre giorni di rabbia". Da parte sua il presidente Mahmoud Abbas ha parlato di "decisione inaccettabile".

A Salehddine Road Abbas non è troppo popolare, soprattutto fra i giovani: "Troppi compromessi, troppa corruzione. È anche per colpa sua se siamo a questo punto", sintetizza Hassan, 23 anni, che con tre amici ha seguito il discorso dal telefonino nel negozio di jeans in cui uno di loro lavora. Con il suo ottimo inglese e sempre connesso sui social, Hassan pare il ritratto perfetto di una generazione che dal processo di pace sente di non aver più niente da guadagnare. "La realtà - dice - è che ci hanno abbandonato tutti. Trump non avrebbe fatto questa dichiarazione se non fosse stato d'accordo con i sauditi, che sono d'accordo con Netanyahu. Ma Gerusalemme non sarà mai solo per gli ebrei: nessuno come gli abitanti di Gerusalemme sa difendere questa città. E lo faremo".