Gorbaciov: “Fermiamo gli armamenti o sarà catastrofe”
Rosalba Castelletti , dalla nostra corrispondente ROSALBA CASTELLETTIA 86 anni l'ex leader della glasnost sovietica lancia un avvertimento: “Invito i presidenti di Russia e Stati Uniti a liberare il mondo dalle armi di sterminio di massa”
"Il mondo è sull'orlo di una catastrofe. Invito i presidenti di Russia e Stati Uniti a liberare il mondo dalle armi di sterminio di massa". Dallo studio moscovita della sua Fondazione, l'ottantaseienne Mikhail Gorbaciov lancia un appello ai leader delle due superpotenze mondiali perché seguano l'esempio suo e di Ronald Reagan. Trent'anni fa a Washington l'allora segretario del Partito comunista dell'Unione sovietica e l'allora presidente degli Stati Uniti sottoscrivevano il Trattato sulle armi nucleari a medio raggio (Inf), primo segnale concreto di disgelo. "Un passo decisivo che ha dato inizio al processo di disarmo nucleare", lo definisce in quest'intervista esclusiva a Repubblica. Fu l'inizio della fine dell'era degli euromissili e della guerra fredda.
Mikhail Sergeevic, come si arrivò a quella storica sigla?
"Le basi erano già state gettate a Reykjavik. Avevamo concordato i principali pa…
Mikhail Sergeevic, come si arrivò a quella storica sigla?
"Le basi erano già state gettate a Reykjavik. Avevamo concordato i principali pa…
"Il mondo è sull'orlo di una catastrofe. Invito i presidenti di Russia e Stati Uniti a liberare il mondo dalle armi di sterminio di massa". Dallo studio moscovita della sua Fondazione, l'ottantaseienne Mikhail Gorbaciov lancia un appello ai leader delle due superpotenze mondiali perché seguano l'esempio suo e di Ronald Reagan. Trent'anni fa a Washington l'allora segretario del Partito comunista dell'Unione sovietica e l'allora presidente degli Stati Uniti sottoscrivevano il Trattato sulle armi nucleari a medio raggio (Inf), primo segnale concreto di disgelo. "Un passo decisivo che ha dato inizio al processo di disarmo nucleare", lo definisce in quest'intervista esclusiva a Repubblica. Fu l'inizio della fine dell'era degli euromissili e della guerra fredda.
Mikhail Sergeevic, come si arrivò a quella storica sigla?
"Le basi erano già state gettate a Reykjavik. Avevamo concordato i principali parametri dei futuri trattati sull'eliminazione dei missili a media e breve gittata e sulla riduzione del 50 per cento delle armi strategiche offensive. Non riuscimmo a firmarli perché il presidente Reagan, "già che c'eravamo, oltre che sul resto", voleva il mio consenso sul programma Sdi, lo Scudo spaziale, e sui test delle armi nello spazio. Non potevo acconsentire. Ciononostante, avemmo un lungo colloquio ed ebbi la sensazione che il presidente americano, sinceramente, non tollerasse le armi nucleari. Su questo avevamo una linea comune. Dopo tre mesi gli proposi perciò di firmare "fuori pacchetto" un trattato sulla distruzione dei missili a media gittata. Bisognava compiere un primo passo. E l'abbiamo fatto nel dicembre del 1987. È stato un passo decisivo che ha dato inizio al processo di disarmo nucleare. Grazie a esso, a oggi è stato distrutto oltre l'80 per cento degli arsenali nucleari risalenti all'epoca della guerra fredda".
Come riusciste a superare le divergenze?
"Ci siamo riusciti perché avevamo una volontà politica. C'erano tanti ostacoli. C'erano anche tanti nemici dell'avvicinamento tra Urss e Stati Uniti che tentavano continuamente di farci deviare dalla nostra via. Era una strada complicata, per niente piana e il cammino non era piacevole. Ma alla fine il senso di responsabilità e il buon senso hanno prevalso. È quello che desidero augurare ai nostri attuali successori".
Le relazioni tra Russia e Stati Uniti appaiono però più tese che mai. Si evoca spesso una "nuova guerra fredda".
C'è modo d'invertire questo corso?
"Prima di tutto bisogna ricominciare a dialogare. Bisogna preparare un summit con pieni poteri allargato a tutti i rappresentanti dei più alti vertici. E avviare un negoziato su un'agenda a tutto campo, non solo sui "focolai di tensione". Lancio un appello ai due presidenti a ridare un nuovo respiro al processo di liberazione del mondo dalle armi di sterminio di massa. La gente lo aspetta!".
È solo di pochi giorni fa l'ultimo test missilistico della Corea del Nord. Vede i rischi di un conflitto nucleare? Ed eventuali vie d'uscita?
"I rischi sono enormi. Non voglio esagerare, ma la nuova corsa agli armamenti è già realtà e può portare il mondo alla catastrofe. Come prevenirla? Non esiste una panacea. Questa situazione non può essere risolta con un tocco di bacchetta magica. Per questo, voglio tornare a ribadire, mi appello ai leader mondiali, e ai presidenti di Stati Uniti e Russia innanzitutto, perché riprendano nelle loro mani il processo di disarmo nucleare. Per iniziare, basta riconvalidare l'adesione al Trattato sui missili a medio e corto raggio e risolvere i problemi che si sono venuti a creare sul loro controllo. Sono convinto che si possono risolvere se c'è buona volontà. E, poi, andare avanti. Oggi nel mondo si sono accumulate fin troppe armi".
Nel 1990 è stato insignito del Nobel per la pace. Domenica verrà consegnato alla Campagna internazionale contro le armi nucleari. Come ha accolto quest'assegnazione?
"Con entusiasmo. Bisogna ricordare in continuazione che cos'è un'arma nucleare e cercare di ottenerne l'eliminazione. Un mondo senza arma nucleare! Non ci può essere altro obiettivo! Mi preoccupa molto che, nelle dottrine militari, si torni a ipotizzare l'uso di armi atomiche. Voglio ricordare un'ennesima volta la dichiarazione congiunta che firmammo io e Ronald Reagan: la guerra nucleare è inammissibile, perché non può esserci un vincitore".
Nel libro autobiografico "Resto ottimista" ripercorre i momenti più significativi della sua vita, compresa la sua politica di rinnovamento, la perestrojka, che cambiò l'Urss e il mondo intero. Oggi che cosa pensa di quegli anni?
"Con l'andar del tempo alcuni giudizi possono cambiare. Ma la cosa essenziale è che allora sentivo che la gente aspirava ai cambiamenti, nel nostro Paese e nel mondo, e che ho cercato di far sì che i cambiamenti fossero profondi, radicali e che avvenissero senza spargimento di sangue. Per molti versi ci siamo riusciti. I cittadini hanno trovato la libertà. È cominciato il cammino verso la democrazia. Abbiamo chiuso l'era della guerra fredda. E tutto questo è avvenuto in un breve lasso di tempo se commisurato con le leggi della storia".
Tra i "capitoli" della sua vita qual è il più felice? E quello più doloroso?
"Vorrei che le nuove generazioni leggessero il mio libro. Preferisco che siano loro a trovarci dentro le pagine felici, e dolorose, della mia vita".
Mikhail Sergeevic, come si arrivò a quella storica sigla?
"Le basi erano già state gettate a Reykjavik. Avevamo concordato i principali parametri dei futuri trattati sull'eliminazione dei missili a media e breve gittata e sulla riduzione del 50 per cento delle armi strategiche offensive. Non riuscimmo a firmarli perché il presidente Reagan, "già che c'eravamo, oltre che sul resto", voleva il mio consenso sul programma Sdi, lo Scudo spaziale, e sui test delle armi nello spazio. Non potevo acconsentire. Ciononostante, avemmo un lungo colloquio ed ebbi la sensazione che il presidente americano, sinceramente, non tollerasse le armi nucleari. Su questo avevamo una linea comune. Dopo tre mesi gli proposi perciò di firmare "fuori pacchetto" un trattato sulla distruzione dei missili a media gittata. Bisognava compiere un primo passo. E l'abbiamo fatto nel dicembre del 1987. È stato un passo decisivo che ha dato inizio al processo di disarmo nucleare. Grazie a esso, a oggi è stato distrutto oltre l'80 per cento degli arsenali nucleari risalenti all'epoca della guerra fredda".
Come riusciste a superare le divergenze?
"Ci siamo riusciti perché avevamo una volontà politica. C'erano tanti ostacoli. C'erano anche tanti nemici dell'avvicinamento tra Urss e Stati Uniti che tentavano continuamente di farci deviare dalla nostra via. Era una strada complicata, per niente piana e il cammino non era piacevole. Ma alla fine il senso di responsabilità e il buon senso hanno prevalso. È quello che desidero augurare ai nostri attuali successori".
Le relazioni tra Russia e Stati Uniti appaiono però più tese che mai. Si evoca spesso una "nuova guerra fredda".
C'è modo d'invertire questo corso?
"Prima di tutto bisogna ricominciare a dialogare. Bisogna preparare un summit con pieni poteri allargato a tutti i rappresentanti dei più alti vertici. E avviare un negoziato su un'agenda a tutto campo, non solo sui "focolai di tensione". Lancio un appello ai due presidenti a ridare un nuovo respiro al processo di liberazione del mondo dalle armi di sterminio di massa. La gente lo aspetta!".
È solo di pochi giorni fa l'ultimo test missilistico della Corea del Nord. Vede i rischi di un conflitto nucleare? Ed eventuali vie d'uscita?
"I rischi sono enormi. Non voglio esagerare, ma la nuova corsa agli armamenti è già realtà e può portare il mondo alla catastrofe. Come prevenirla? Non esiste una panacea. Questa situazione non può essere risolta con un tocco di bacchetta magica. Per questo, voglio tornare a ribadire, mi appello ai leader mondiali, e ai presidenti di Stati Uniti e Russia innanzitutto, perché riprendano nelle loro mani il processo di disarmo nucleare. Per iniziare, basta riconvalidare l'adesione al Trattato sui missili a medio e corto raggio e risolvere i problemi che si sono venuti a creare sul loro controllo. Sono convinto che si possono risolvere se c'è buona volontà. E, poi, andare avanti. Oggi nel mondo si sono accumulate fin troppe armi".
Nel 1990 è stato insignito del Nobel per la pace. Domenica verrà consegnato alla Campagna internazionale contro le armi nucleari. Come ha accolto quest'assegnazione?
"Con entusiasmo. Bisogna ricordare in continuazione che cos'è un'arma nucleare e cercare di ottenerne l'eliminazione. Un mondo senza arma nucleare! Non ci può essere altro obiettivo! Mi preoccupa molto che, nelle dottrine militari, si torni a ipotizzare l'uso di armi atomiche. Voglio ricordare un'ennesima volta la dichiarazione congiunta che firmammo io e Ronald Reagan: la guerra nucleare è inammissibile, perché non può esserci un vincitore".
Nel libro autobiografico "Resto ottimista" ripercorre i momenti più significativi della sua vita, compresa la sua politica di rinnovamento, la perestrojka, che cambiò l'Urss e il mondo intero. Oggi che cosa pensa di quegli anni?
"Con l'andar del tempo alcuni giudizi possono cambiare. Ma la cosa essenziale è che allora sentivo che la gente aspirava ai cambiamenti, nel nostro Paese e nel mondo, e che ho cercato di far sì che i cambiamenti fossero profondi, radicali e che avvenissero senza spargimento di sangue. Per molti versi ci siamo riusciti. I cittadini hanno trovato la libertà. È cominciato il cammino verso la democrazia. Abbiamo chiuso l'era della guerra fredda. E tutto questo è avvenuto in un breve lasso di tempo se commisurato con le leggi della storia".
Tra i "capitoli" della sua vita qual è il più felice? E quello più doloroso?
"Vorrei che le nuove generazioni leggessero il mio libro. Preferisco che siano loro a trovarci dentro le pagine felici, e dolorose, della mia vita".