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Soft Brexit

Va in porto la prima fase del negoziato tra Regno Unito e Unione europea. La premier britannica Theresa May si arrende: non poteva spuntare un accordo vantaggioso con l'Europa e infatti cede su alcuni punti del divorzio. Assegno di separazione, diritti dei cittadini, confini: ecco cosa cambia a Bruxelles e Londra
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Di che cosa stiamo parlando

Il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna vota per l'uscita dall'Unione europea con un referendum. Dopo battaglie legali e parlamentari, il 29 marzo 2017 la premier britannica Theresa May consegna in Europa la lettera che attiva la procedura di uscita dall'Ue e l'apertura del relativo negoziato. L'accordo con Bruxelles sembrava raggiunto già alcuni giorni fa, ma all'ultimo gli unionisti nord-irlandesi si sono opposti all'idea di un confine "leggero" con l'Irlanda che sta nell'Ue. Ieri la soluzione della prima fase.

BRUXELLES. Sono le 5.15 del mattino di venerdì 8 dicembre quando squilla il telefono di Jean-Claude Juncker. Sul display il nome di Theresa May. "Jean-Claude, ho l'accordo con i nordirlandesi e con i ministri, sto salendo sull'aereo. Ci vediamo tra un paio d'ore". È fatta, la prima intesa sulla Brexit è arrivata ed entrambi possono concedersi un paio d'o…

Di che cosa stiamo parlando

Il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna vota per l'uscita dall'Unione europea con un referendum. Dopo battaglie legali e parlamentari, il 29 marzo 2017 la premier britannica Theresa May consegna in Europa la lettera che attiva la procedura di uscita dall'Ue e l'apertura del relativo negoziato. L'accordo con Bruxelles sembrava raggiunto già alcuni giorni fa, ma all'ultimo gli unionisti nord-irlandesi si sono opposti all'idea di un confine "leggero" con l'Irlanda che sta nell'Ue. Ieri la soluzione della prima fase.

BRUXELLES. Sono le 5.15 del mattino di venerdì 8 dicembre quando squilla il telefono di Jean-Claude Juncker. Sul display il nome di Theresa May. "Jean-Claude, ho l'accordo con i nordirlandesi e con i ministri, sto salendo sull'aereo. Ci vediamo tra un paio d'ore". È fatta, la prima intesa sulla Brexit è arrivata ed entrambi possono concedersi un paio d'ore di sonno. Ci sono voluti nove mesi di negoziati, una settimana all'ultimo respiro e una notte costellata da sms e telefonate tra Bruxelles, Londra, Dublino e Belfast per un accordo che premia l'Unione, per una volta compatta e capace di costringere Londra a cedere sui punti sensibili del divorzio del secolo. "Ma il difficile viene adesso", avvertiva il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. 

L'accordo era già chiuso lunedì 4 dicembre, Juncker lo aveva cucinato nel weekend con due telefonate al premier irlandese, il Taoiseach Leo Varadkar. Per garantire un filtro alle frontiere esterne dell'Ue senza ripristinare il confine tra Eire e Ulster capace di riaccendere gli scontri tra cattolici e protestanti, si era pensato a un impegno volontario di Belfast a mantenere le regole Ue sul mercato interno. Lunedì May era volata a Bruxelles per la stretta di mano, ma una serie di cupi segnali da Londra avevano guastato la festa. Tanto che Juncker l'aveva lasciata un'ora, sola, al telefono con Arlene Foster, leader del Partito Unionista nordirlandese (Dup) che forte della golden share sul governo ha rifiutato l'intesa per paura che Belfast sarebbe restata isolata dal resto del Regno. 

Tra martedì 5 e mercoledì 6 è emersa una nuova soluzione, più amara per i brexiters: tutta la Gran Bretagna si impegnerà ad allinearsi alla legislazione doganale e al mercato interno Ue. Ma non c'era ancora accordo e per mettere pressione su Londra e Belfast Tusk ha annunciato un punto stampa sulla Brexit per venerdì 8 dicembre, allo strano orario delle 7.40. Finalmente giovedì 7 pomeriggio, alle 19.30, Varadkar e May hanno parlato direttamente. Alle otto di sera l'irlandese ha chiamato Juncker per il suo ok. May era attesa a Bruxelles per la tarda serata ma ha telefonato dicendo: "Per me va bene, ma non ho il via libera del governo e del Dup". Juncker è andato in pressing: il tempo sarebbe scaduto all'alba. 

La notte si è consumata tra telefonate, chat ed sms fino a quando, alle 2 di venerdì mattina, May ha scritto agli europei: "Ce la farò per l'alba". Ma un paio di curiosi dettagli hanno frenato l'accordo. Il Dup riferendosi alla pace del 1998 nel documento finale rifiutava di parlare di Accordo del Venerdì Santo, pretendendo fosse chiamato come d'uso nell'Ulster: Accordo di Belfast. Dopo due ore si sono convinti ad accettare che la seconda dizione seguisse, tra parentesi, alla prima. Così alle 5.15 May si è imbarcata per Bruxelles. Alle 7 è entrata nell'ufficio di Juncker con il suo consigliere, Olly Robins, che nel rush finale ha esautorato l'indigesto negoziatore David Davis. Stretta di mano e dichiarazione stampa prima delle 8. Un fallimento avrebbe rinviato tutto al 2018, rendendo difficile chiudere entro il 29 marzo 2019, data in cui la Brexit diventerà realtà. "È stato un negoziato difficile, ma ora abbiamo una prima svolta", gongolava Juncker. Già, Bruxelles ha stravinto. Incassa l'assegno di divorzio da 50 miliardi, garantisce i diritti ai cittadini europei nel Regno (cede solo sul controllo delle controversie della Corte di giustizia Ue, limitato a 8 anni), sul confine irlandese scontenta i brexiters duri. Ma il difficile deve arrivare. Giovedì prossimo i leader Ue apriranno la seconda fase dei negoziati sui futuri rapporti. Londra chiede una transizione di due anni: gli europei sono pronti a concederla se gli inglesi accetteranno obblighi giuridici e finanziari della permanenza in Europa senza diritti (non parteciperanno ai vertici). Infine si dovrà chiudere il patto commerciale: Barnier - negoziatore che con il successo fa un passo verso la presidenza della Commissione (2019) - ha parlato di trattato simile a quello con il Canada. Ma Londra cercherà di tramare con i paesi con più business nel Regno per spaccare la Ue. Chiudere per l'autunno 2018 per poi passare alle ratifiche resta una scommessa.
 Da sinistra, “Mr Brexit” David Davis, Theresa May e, dall'altra parte del tavolo, Jean-Claude Juncker e il capo negoziatore per l’Ue Michel Barnier 

Il divorzio, il cappellino, le nozze: la voglia di Europa nella casa reale

Dopo il referendum, e la smentita di una "sbandata" euroscettica, sono arrivati nuovi segnali

LONDRA. "If you leave me now", qualcuno si arrabbierà nella famiglia reale. Cosa c'entra il verso di una canzone dei Chicago con i Windsor? C'entra, perché nel giorno dell'accordo sulla Brexit, "un regalo di Natale avvelenato per Theresa May", come lo definisce la Bbc, rafforzandola nel breve termine ma così vago da poterla distruggere prima della fine del negoziato, bisogna tenere anche conto di Buckingham Palace. Cominciando da un palazzo più piccolo, Kensington Palace, residenza del principe Harry e Meghan Markle, sua fidanzata ufficiale e promessa sposa, oltre che dei loro vicini William e Kate. Una nuova generazione che, promette Harry, intende "modernizzare la monarchia britannica", come traspare dalle opinioni del nuovo membro acquisito del clan: l'ormai ex-attrice del serial "Suits". Continua a leggere
 

Nick Clegg: "La Gran Bretagna è uscita sconfitta. Ora un'alleanza tra Labour e Tories per restare nell'Ue"

LONDRA. "Quando uno gioca contro 27, vincono i 27. Ma io spero ancora di fermare la Brexit". È il parere di Nick Clegg, vicepremier nel governo Cameron, ex-leader liberaldemocratico e il più europeista dei politici britannici, sull'accordo di Bruxelles.
Come giudica l'intesa raggiunta?
"Rispecchia ciò che era ovvio dall'inizio: quando un Paese si scontra con un blocco di 27 paesi, vincono i 27. La maggior parte delle linee rosse britanniche sono state violate. E se prendiamo ad esempio la prima fase del negoziato, è facile predire come finirà la seconda, sui futuri rapporti con la Ue: anche lì prevarranno gli interessi dei 27".
Con quale risultato?
"La Gran Bretagna otterrà il rapporto di libero scambio che ha il Canada. I Brexitiani cercheranno di venderlo come un successo, perché il Canada parla inglese, ama la regina ed è nel Commonwealth. Ma l'accordo canadese riguarda solo i beni, non i servizi. Invece l'80 per cento dell'economia britannica è fatta di servizi, a cominciare dalla finanza della City". Continua a leggere
 

Per gli italiani nella City il diavolo è nei dettagli

Lo status dei cittadini europei resterà immutato fino al 2021. Ma c'è già chi non si fida e pensa di andarsene da Londra e dal resto del Paese
(ap)

LONDRA. "Il diavolo è nei dettagli. È un modo dire molto usato dagli inglesi e per questo noi italiani d'Inghilterra non riusciamo a essere tranquilli". Sbaglia chi pensa che l'accordo all'alba di Bruxelles sia accolto con un'ovazione dai 3 milioni e mezzo di cittadini europei residenti nel Regno Unito, tra cui 600 mila nostri connazionali. La preoccupazione di Dimitri Scarlato, romano, a Londra dal 2004, docente di storia della musica contemporanea al Royal College of Music, è largamente condivisa. In apparenza, l'intesa sui "diritti dei cittadini", uno dei tre punti della prima fase del negoziato, non lascia dubbi: potranno restare tutti qui, la Corte europea avrà giurisdizione su eventuali dispute per otto anni, in seguito i magistrati britannici terranno conto dei precedenti in materia stabiliti dalla giustizia di Bruxelles, o meglio di Lussemburgo, dove ha sede il tribunale europeo. Ma in questo ambito, come sulle altre questioni dell'accordo, soldi e confine irlandese, ci sono interrogativi che generano ansia fra i nostri immigrati. Continua a leggere
 

Dai diritti dei cittadini ai doveri britannici fino alle future relazioni Regno Unito-Ue: ecco quello che c'è da sapere

Diritti dei cittadini
Grazie a procedure "semplici ed economiche" ai 3 milioni di cittadini europei residenti nel Regno saranno riconosciuti gli stessi diritti di oggi. Per le controversie saranno competenti i tribunali britannici, ma per 8 anni dovranno tener conto delle decisioni della Corte di giustizia Ue.
Assegno di divorzio
Per onorare gli impegni finanziari già presi con l’Unione, Londra continuerà a pagare quanto dovuto al bilancio europeo almeno fino al 2022 in modo da non aprire voragini che dovrebbero essere compensate dagli altri governi. Secondo i britannici si tratta di circa 45 miliardi netti, per altre fonti 50-55. 
Frontiera irlandese
Il punto era non ricreare un vero confine tra Eire e Ulster capace di riaccendere gli scontri in Irlanda ma nemmeno creare un buco nel sistema doganale europeo: Londra si impegna a mantenere, volontariamente, le regole del mercato interno continuando a garantire una frontiera esterna alla Ue.  Continua a leggere