Se uno scatto vale come una vita: il tormento dei fotoreporter nelle foto più belle del 2017
Dalla crisi dei migranti nel Mediterraneo, passando per la devastazione dell'uragano Harvey e l'attentato al Westminster Bridge di Londra. L'agenzia fotografica Reuters ha scelto gli scatti più significativi dell'anno 2017, ponendo agli autori delle foto una domanda chiave: ''Nei momenti di pericolo e panico, un fotografo ha il dovere di aiutare o deve svolgere il proprio lavoro?''
Caracas, Venezuela, 20 maggio 2017
Marco Bello: ''Ho visto un ragazzo rincorso da un gruppo di manifestanti incapucciati. Li ho seguiti. A un certo punto lo hanno circondato, io mi sono avvicinato per fare delle foto e qualcuno ha iniziato a lanciargli addosso della benzina e poi ha appiccato il fuoco. Il governo ha spiegato che l'uomo sarebbe stato un 'chiavista', seguace del presidente Chavez, ma io ho sentito dire che in realtà aveva cercato di derubare una donna. La folla è incontenibile, non puoi ragionarci, non pensa. Più tardi, passate alcune ore, ho pensato: è assurdo. Non ha senso. Ero lì a riflettere sull'aspetto tecnico delle mie foto. Quel ragazzo, Orlando Figuera, 22 anni, è morto due settimane dopo''
Houston, Texas, 28 agosto 2017
Jonathan Bachman: ''Volevo ritrarre gli sfollati che camminavano sotto il diluvio, con l'acqua alle gionocchia. Istintivamente ho scelto un'angolazione che facesse vedere una marea umana di persone. Poi volevo solo mettere giù la macchina fotografica e aiutare. Certe volte è davvero difficile capire che sono molto più utile così, con la mia macchina fotografica in mano''
Nairobi, Kenya
Baz Ratner: ''Sono stato fortunato a fare questa foto. Stavo seguendo un altro evento. Ero in moto in una delle strade principali di Nairobi quando ho sentito la polizia che sparava dei fumogeni. Mi sono messo la maschera antigas e ho visto quest'uomo che cercava di far uscire il gas dalla sua macchina. Mentre andavo ad aiutarlo, aprendo la portiera della sua auto, scattavo. Lui non riusciva a vedere nulla, era completamente accecato''
Darrin Zammit Lupi: ''Sono stato cinque mesi con il Moas, Migrant Offshore Aid Station, a bordo della loro nave Phoenix per documentare le operazioni di "search and rescue" nel Mediterraneo. Nei giorni di Pasqua eravamo vicini alla costa libica quando abbiamo visto un enorme gruppo di migranti su un barcone. Ho preso la macchina fotografica e ho iniziato a scattare. Poi alcuni di loro hanno perso l'equilibrio e sono caduti in acqua. A un certo punto mi ricordo che tendevo un braccio verso di loro e con l'altro continuavo a fotografare. Poi ho visto un uomo che stava per affogare, ho urlato. Un membro del nostro equipaggio si è tuffato e lo ha salvato. Quella sera discutevo insieme alle persone che erano con me in missione, mi dicevano che avevo fatto la cosa giusta. Il loro lavoro era salvare vite umane. Il mio era fare foto a quello che stava succedendo. Quel giorno nessuno perse la vita''
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Mosca, Russia, 26 marzo 2017
Maxim Shemtov: ''Questa foto è stata scattata nel centro di Mosca, durante una protesta organizzata dal leader dell'opposizone Alexey Navalny. Ero in Piazza Pushkinskaya, inondata di gente, che urlava slogan e sventolava bandiere. Il traffico è stato bloccato e la polizia ha iniziato ad arrestare persone. Ho visto i poliziotti che tenevano un manifestante sollevandolo per le braccia e per le gambe. Stava urlando e la sua testa mi è apparsa davanti, in mezzo agli stivali degli agenti. Ho scatto alcune foto. Non ho guardato in macchina. Stavo solo pesando "Fa che la mia immagine sia a fuoco!". Il giorno dopo era sulla prima pagina del New York Times''
Londra, 14 giugno 2017
Toby Melville: ''Erano le 3,30. A quell'ora il mio editore, Dylan, mi chiama solo per le emergenze. Non sembra sia terrorismo, mi dice. C'è un grattacielo in fiamme. Mi sono vestito al volo, ho preso la macchina fotografica, il computer e sono saltato in macchina. Era ancora buio quando sono arrivato. Non sapevo come avvicinarmi, avevo paura che l'edificio crollasse e ho iniziato subito a fare foto dalle strade circostanti. La cenere mi pioveva addosso mentre scattavo"
Londra, Westminister Bridge, 22 marzo
Toby Melville: ''Ero su quel ponte e stavo lavorando a una storia sulla Brexit. Poi ho visto una sagoma scura, quasi con la coda dell'occhio, a qualche metro di distanza. Ho pensato a un incidente. Ho chiamato un'ambulanza e mentre ero al telefono ho visto persone stese a terra coperte di detriti e sangue, o prive di sensi. Ho capito che non era un incidente. Quando sono arrivati i soccorsi ho cominciato a fare foto. Non ero neanche sicuro che il pericolo fosse passato del tutto. Non avevo sentito urla, non avevo sentito gli spari che avevano ucciso l'attentore, Khalid Masood. Ho mandato subito i primi scatti in ufficio. Una settimana dopo sono tornato sul ponte e in un certo senso era tutto normale. Mi sono chiesto se avevo fatto bene a mandare quelle foto. La sequenza di quelle immagini è difficile da guardare. Sono stato fortunato, ho attraverso il ponte un minuto prima dell'attacco. Altri non sono stati così fortunati''
Città Vecchia di Gerusalemme, 21 luglio 2017
Ammar Awad: ''Un venerdì, i musulmani più anziani hanno organizzato 'Il giorno della rabbia', per protestare contro le misure di sicurezza israeliane nel luogo più sacro di Gerusalemme, che è la mia città natale. Copro quello che succede qui da 17 anni, e sapevo perfettamentre che Ras al-Amud sarebbe stato il miglior punto di osservazione. La prima cosa che ho visto quando sono arrivato sulla scena sono state le bombe carta che esplodevano e molti fedeli che uscivano dalla Moschea fuggivano. Ho scattato venti foto. I lacrimogenti lanciati in aria rendevano i colori più saturi. Ho avuto la sensazione che potessi aver scattato la foto del giorno''
Città del Messico, Messico, 20 settembre 2017
Carlos Jasso: ''Ho scattato questa foto in cui soccorritori, militari, volontari e residenti cercavano di recuperare un cadavere sotto le macerie del terremoto. L'atmosfera era assurda, tutti erano scioccati per quello che era successo e cercavano disperatamente di dare una mano. La sensazione che ho provato mentre facevo questa foto era piena di speranza che avrebbero trovato qualcuno vivo. La mia responsabilità come fotografo è stata quella di ritrarre lo sforzo, la tristezza, il dolore, dopo quel disastro. Durante la scossa ero in centro a lavorare. La terra ha tremato violentemente. Ero sconvolto. Da una parte volevo continuare a scattare, dall'altra volevo vedere mia moglie e mia figlia. Ho cercato di fare entrambe le cose"
Mosul, Iraq, 2017
Goran Tomasevic: ''Entrambi urlavano terrorizzati, un padre e sua figlia che fuggivano in mezzo alle strade coperte dai detriti di Wadi Hajar, trasformate nel campo di battaglia dai combattenti dello Stato Islamico e le forze alleate. Insieme ai loro vicini stavano scappando schivando gli spari, aluni indossavano dei sandali, altri erano a piedi nudi. Quando hanno raggiunto le forze speciali, agli uomini è stato chiesto di sollevare la camicia e scoprirsi il petto, per dimostrate che non fossero kamikaze. Questo papà era in preda al panico. Era fuori di sé. Era ovvio chi fosse, aveva una camicia corta e una bambina in braccio. Non era dello Stato Islamico''
Kabul, Afghanistan
Omar Sobhani: ''Era un venerdi pomeriggio quando ricevetti un messaggio. Diceva che che c'era stato un attacco da parte dello Stato Islamico in una moschea sciita e c'erano state moltissime vittime. Quando sono arrivato sul posto c'erano decine di auto delle forze dell'ordine. Poi ho visto tra poliziotti armati davanti all'ingresso principale e ho visto il bambino della foto. Ali Ahmad stava giocando fuori dalla moschea mentre suo nonno pregava in moschea, quando è avvenuto l'attacco. Sembrava completamente confuso dal suono degli spari e dalle urla della polizia. Ho scattato subito una foto prima che gli agenti mi allontanassero. L'immagine è stata molto condivisa sui social network. Il nonno di Ali è rimasto ucciso, ma suo padre no.
Palong Khali, Bangladesh, 1 novembre 2017
Hannah McKay: ''Eravamo in piedi, vicino a un sentiero che portava al confine con il Myanmar. In lontananza vedevamo un enorme gruppo di persone, ferme sulla riva di un fiume. Erano immobili. Allora ci siamo spostati verso di loro, camminando lungo un sentiero di fango, abbiamo convinto la polizia di confine a lasciarci passare. C'erano centinaia di profughi Rohingya, che camminavano con il fango alle ginocchia. Ero insieme ad altri reporter. C'era una calca pazzesca. Poi abbiamo visto questa donna che voleva salire sul sentiero dove eravamo noi, ma non ci riusciva. Il fotografo dell'agenzia Reuters Adnan Abidi l'ha aiutata. Io le ho preso una gamba. E' stato difficilissimo sollevarla. Sei lì, a cercare di fare il tuo lavoro con la macchina fotografica in mano e poi il tuo cuore annulla la testa''