Rajoy vs Puigdemont: “El Clásico” ricomincia
Alessandro Oppes , dal nostro inviato ALESSANDRO OPPESIl premier rifiuta l’incontro: “Dovrei parlare con chi ha vinto”. La replica dell’ex presidente a Bruxelles: “Ormai è un cadavere politico”
BARCELLONA. Un duello a distanza, con entrambi i protagonisti lontani dalla scena catalana, mentre si gioca anche "El Clásico" a Madrid, Real contro Barcellona. Se qualcuno sperava che, a urne chiuse, si potesse aprire una via di comunicazione tra Mariano Rajoy e Carles Puigdemont, almeno per il momento è rimasto deluso. Parla per primo, a mezzogiorno, dal suo autoesilio belga, il presidente destituito della Catalogna, davanti a duecento giornalisti riuniti in una sala a due passi dal cuore delle istituzioni comunitarie di Bruxelles. Gli replica, netto e pacato come al solito, il premier spagnolo dalla Moncloa, sede del governo spagnolo a Madrid. Dialogo? La parola risuona a distanza, ma ognuno la vede a modo suo. Puigdemont, forte della posizione di leadership conquistata un po' a sorpresa all'interno del blocco indipendentista, lo chiede ponendo "come unica condizione preliminare il riconoscimento dell'altro". Incalza: "Ci siamo gua…
BARCELLONA. Un duello a distanza, con entrambi i protagonisti lontani dalla scena catalana, mentre si gioca anche "El Clásico" a Madrid, Real contro Barcellona. Se qualcuno sperava che, a urne chiuse, si potesse aprire una via di comunicazione tra Mariano Rajoy e Carles Puigdemont, almeno per il momento è rimasto deluso. Parla per primo, a mezzogiorno, dal suo autoesilio belga, il presidente destituito della Catalogna, davanti a duecento giornalisti riuniti in una sala a due passi dal cuore delle istituzioni comunitarie di Bruxelles. Gli replica, netto e pacato come al solito, il premier spagnolo dalla Moncloa, sede del governo spagnolo a Madrid. Dialogo? La parola risuona a distanza, ma ognuno la vede a modo suo. Puigdemont, forte della posizione di leadership conquistata un po' a sorpresa all'interno del blocco indipendentista, lo chiede ponendo "come unica condizione preliminare il riconoscimento dell'altro". Incalza: "Ci siamo guadagnati il diritto a essere ascoltati. Sarebbe inaccettabile che il risultato delle elezioni non venga rispettato". E poi lancia la proposta: un incontro con il premier "a Bruxelles o in qualsiasi altro Paese dell'Unione europea". Senza escludere di poter andare "alla Moncloa o in Spagna se ci sono le garanzie".
Rajoy non entra nel gioco, non cede al tranello. Puigdemont ha un problema: avrà pure ottenuto un brillante risultato che gli consente di poter aspirare a tornare alla guida del governo regionale, ma sul suo capo pesa un mandato di cattura, non più quello europeo - già ritirato -, ma un ordine di detenzione spagnolo in base al quale potrebbe essere giudicato per il reato di ribellione, punibile con il carcere fino a 30 anni. E allora sfodera il consueto discorso legalitario, suo punto forte. "Confido che si apra una tappa basata sul dialogo costruttivo, aperto e realista, sempre all'interno della legge. Siamo disponibili a normalizzare la situazione, ma non accetto che si violi la Costituzione e lo Statuto autonomistico". Poi la frecciata: "Se sono disposto a parlare? Io mi dovrei sedere a parlare con chi ha vinto le elezioni, che è la signora Arrimadas", la leader di Ciudadanos. Ma è chiaro che quel partito non avrà i numeri per governare. E allora: "Parlerò con quella persona che eserciterà la presidenza della Generalitat". Come dire: nessun incontro preventivo, se Puigdemont avrà i numeri per essere eletto, potrà assumere l'incarico occupando nuovamente il posto di presidente regionale, a quel punto il capo del governo lo considererà interlocutore valido.
Una visione molto distante da quella illustrata da Puigdemont a Bruxelles: "Se sono presidente, dovrò entrare al Palau de la Generalitat, e dovranno uscire dal carcere il vicepresidente Junqueras e gli assessori". Un automatismo che il premier liquida con poche parole: "La situazione processuale di alcune delle persone elette non dipende dalle elezioni di giovedì. Dipende dalle decisioni che adotta la giustizia, che non deve sottoporsi a strategie politiche. In Spagna esiste la separazione dei poteri". Se proprio volesse venire incontro alle esigenze del leader separatista, il capo del governo spagnolo potrebbe "ritirare la polizia inviata in Catalogna" ai tempi del referendum illegale del 1° ottobre. Ma è dubbio che lo farà. Così come non accetterà di "ristabilire il governo legittimo", come lo chiama Puigdemont: quell'esecutivo è stato sciolto in applicazione dell'articolo 155 della Costituzione, quello nuovo sarà un'altra cosa, fosse pure formato dalle stesse persone.
La distanza tra i due contendenti resta insomma siderale. E poi, seppure non lo abbia commentato pubblicamente, di certo il premier non avrà ben digerito quelle frasi carpite a un ignaro Puigdemont nella sala dove ieri mattina era riunito il suo staff a Bruxelles. "L'alternativa era: Rajoy o noi. Rajoy ha perso, noi abbiamo vinto. Rajoy ormai è un cadavere politico".
Rajoy non entra nel gioco, non cede al tranello. Puigdemont ha un problema: avrà pure ottenuto un brillante risultato che gli consente di poter aspirare a tornare alla guida del governo regionale, ma sul suo capo pesa un mandato di cattura, non più quello europeo - già ritirato -, ma un ordine di detenzione spagnolo in base al quale potrebbe essere giudicato per il reato di ribellione, punibile con il carcere fino a 30 anni. E allora sfodera il consueto discorso legalitario, suo punto forte. "Confido che si apra una tappa basata sul dialogo costruttivo, aperto e realista, sempre all'interno della legge. Siamo disponibili a normalizzare la situazione, ma non accetto che si violi la Costituzione e lo Statuto autonomistico". Poi la frecciata: "Se sono disposto a parlare? Io mi dovrei sedere a parlare con chi ha vinto le elezioni, che è la signora Arrimadas", la leader di Ciudadanos. Ma è chiaro che quel partito non avrà i numeri per governare. E allora: "Parlerò con quella persona che eserciterà la presidenza della Generalitat". Come dire: nessun incontro preventivo, se Puigdemont avrà i numeri per essere eletto, potrà assumere l'incarico occupando nuovamente il posto di presidente regionale, a quel punto il capo del governo lo considererà interlocutore valido.
Una visione molto distante da quella illustrata da Puigdemont a Bruxelles: "Se sono presidente, dovrò entrare al Palau de la Generalitat, e dovranno uscire dal carcere il vicepresidente Junqueras e gli assessori". Un automatismo che il premier liquida con poche parole: "La situazione processuale di alcune delle persone elette non dipende dalle elezioni di giovedì. Dipende dalle decisioni che adotta la giustizia, che non deve sottoporsi a strategie politiche. In Spagna esiste la separazione dei poteri". Se proprio volesse venire incontro alle esigenze del leader separatista, il capo del governo spagnolo potrebbe "ritirare la polizia inviata in Catalogna" ai tempi del referendum illegale del 1° ottobre. Ma è dubbio che lo farà. Così come non accetterà di "ristabilire il governo legittimo", come lo chiama Puigdemont: quell'esecutivo è stato sciolto in applicazione dell'articolo 155 della Costituzione, quello nuovo sarà un'altra cosa, fosse pure formato dalle stesse persone.
La distanza tra i due contendenti resta insomma siderale. E poi, seppure non lo abbia commentato pubblicamente, di certo il premier non avrà ben digerito quelle frasi carpite a un ignaro Puigdemont nella sala dove ieri mattina era riunito il suo staff a Bruxelles. "L'alternativa era: Rajoy o noi. Rajoy ha perso, noi abbiamo vinto. Rajoy ormai è un cadavere politico".