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Studenti si fanno un selfie con un cartonato delle cheerleader nordcoreane (ap)

L’antico antiamericanismo di Seul riacceso dai tweet di Trump

I sudcoreani si sentono stretti da due minacce e troppo legati al sistema di difesa statunitense. E c'è chi teme che il presidente Usa faccia della disputa con Kim Jong-un un fatto personale
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SEUL. Dicono che la loro avversione per Donald Trump non è nata né per via dei suoi capelli arancioni né per le sue intemperanze verbali. E tutti giurano che non data dall'inatteso disgelo tra le Coree, con l'incontro di martedì scorso nella zona smilitarizzata in cui le delegazioni dei due Paesi hanno posto le basi per futuri colloqui destinati a migliorare i rapporti. Sono piuttosto le velleità guerrafondaie manifestate dal presidente americano a renderlo inviso ai coreani, quantomeno a quelli più colti, che a volte sono anche i più consapevoli, come dimostrano le testimonianze che abbiamo raccolto nel campus dell'elegante università di Seul. Dice Hyun-Jeong Kim, 24 anni, laureanda in medicina: "Ogni volta che Trump dice di essere sul punto di distruggere la Corea del Nord mi si drizzano i capelli sulla testa. Lo fa come se dovesse scatenare una guerra a casa sua, mentre da qui la California dista quasi 10mila …
SEUL. Dicono che la loro avversione per Donald Trump non è nata né per via dei suoi capelli arancioni né per le sue intemperanze verbali. E tutti giurano che non data dall'inatteso disgelo tra le Coree, con l'incontro di martedì scorso nella zona smilitarizzata in cui le delegazioni dei due Paesi hanno posto le basi per futuri colloqui destinati a migliorare i rapporti. Sono piuttosto le velleità guerrafondaie manifestate dal presidente americano a renderlo inviso ai coreani, quantomeno a quelli più colti, che a volte sono anche i più consapevoli, come dimostrano le testimonianze che abbiamo raccolto nel campus dell'elegante università di Seul. Dice Hyun-Jeong Kim, 24 anni, laureanda in medicina: "Ogni volta che Trump dice di essere sul punto di distruggere la Corea del Nord mi si drizzano i capelli sulla testa. Lo fa come se dovesse scatenare una guerra a casa sua, mentre da qui la California dista quasi 10mila chilometri. E le assicuro che da noi non c'è nessuno che lo vorrebbe un conflitto nella Penisola coreana perché scatenerebbe inevitabilmente spaventosi massacri e insanabili crisi umanitarie".

Infatti, come dimostrano alcuni studi del Pentagono, il ricorso di Trump all'opzione militare provocherebbe almeno centinaia di migliaia di morti. Altre proiezioni prevedono anche 2 o 3 milioni di vittime. Per questo, l'obiettivo principale del presidente sudcoreano, Moon Jae-in, come ha ripetuto anche ieri nel suo bel discorso d'inizio anno, è la denuclearizzazione della Penisola e la costruzione di una pace solida.

Abituati alle minacce del tiranno di Pyongyang, in Corea del Sud si è adesso più preoccupati di quelle che il Commander in Chief americano lancia di continuo nei confronti della Repubblica comunista. "Tra il centro di Seul e i confini con il Nord c'è soltanto una cinquantina di chilometri, ed è una regione molto antropizzata poiché abitata da circa 25 milioni di persone. Ora è proprio oltre-confine che Kim Jong-un, come fece prima di lui suo padre Kim Jong-il, ha schierato decine di batterie di artiglieria tradizionale ma non per questo meno mortifera, ovviamente tutte puntate contro il Sud", spiega Jhoo Byung-yeul, che studia per un master in Business Administration. "Ho sempre l'impressione che Trump faccia della sua disputa con il leader nordcoreano un fatto personale, ignorando le conseguenze di un'escalation di cui è responsabile quanto Kim. È questo l'atteggiamento che dà più fastidio ai sudcoreani, i quali rischiano di pagare le conseguenze di un capriccio dell'uno o dell'altro. Sinceramente, delle offese che vengono rivolte alla grande potenza americana da un dittatorello che si prende per Dio in terra a me non importa granché. Il problema è che Trump è un presidente molto permaloso e che dispone del "più grande" degli arsenali nucleari".
Un soldato sudcoreano davanti a un maxischermo con le immagini dei leader delle due Coree (ansa)
La professoressa Janet Lee, che in questa facoltà fondata alla metà del XIX secolo insegna diritto internazionale, spiega che in Corea del Sud l'anti-americanismo è un sentimento antico. "Ma Trump l'ha appena risvegliato. Basti ricordare le violente manifestazioni durante la sua visita a Seul. Alla lunga potrebbero nascere problemi per i 30 mila marines di stanza nelle tre basi statunitensi nel Paese, che servono come deterrente a un'eventuale invasione da parte di Pyongyang", dice la professoressa.

Per Choi He-ji, professore di Scienze politiche, il disamore per l'America e la crescente diffidenza nei confronti del suo presidente sono dovuti al fatto che per difendersi la Corea del Sud dipende interamente dall'ombrello nucleare statunitense. Da quando ha smantellato il suo scudo anti-missilistico, Seul è legata a doppio filo a Washington. Anche volendo, questo legame non può reciderlo: ne va della sua sicurezza nazionale e quindi della sopravvivenza stessa della nazione. "Per essere sincero, ancora non mi è chiaro il senso delle minacce di Trump. Fanno soltanto parte di una sua strategia diplomatica oppure pensa, prima o poi, metterle in atto? È difficile capire quanto fa sul serio. Una cosa è certa, i suoi Tweet ossessivi gli hanno fatto perdere ogni credibilità agli occhi del coreani. Quando li leggo, io mi vergogno per lui".
L'incontro tra il ministro sudcoreano dell'unificazione Cho Myung-Gyun (a sinistra) e il capodelegazione nordcoreano Ri Son-Gwon (afp)

Trump apre, ma lo sforzo olimpico è di Seul

di PIETRO DEL RE
A provocare l'inaspettato disgelo tra le Coree è bastato il desiderio del leader nordcoreano Kim Jong-un di inviare una coppia di pattinatori ai prossimi Giochi olimpici invernali di Pyeongchang. Tutto è partito da lì, forse secondi fini. E adesso, dopo il successo dell'incontro tra le due delegazioni di martedì scorso nella zona smilitarizzata, tutti si dicono felici e soddisfatti. A cominciare dal presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, che ieri ha ringraziato Donald Trump per aver creato lo sfondo politico dei colloqui inter-coreani con le sue minacce a Pyongyang quando conduce test missilistici e nucleari.

Poi lo stesso Trump, che ha apprezzato il nuovo dialogo tra i due Paesi rivali e che, a tempo debito e a condizioni definite, s'è detto disponibile a incontrare Kim Jong-un.

Infine lo stesso dittatore comunista, strangolato dalle sanzioni economiche e diplomaticamente abbandonato da tutti, che potrebbe interpretare il riavvicinamento con Seul come l'opportunità di una sua redenzione geopolitica. Purtroppo l'esito dell'intera vicenda è ancora molto incerto, proprio per il carattere dei suoi protagonisti, ossia dell'imprevedibile Kim e del permalosissimo Trump.

Per fortuna c'è Moon Jae-in, il quale in mezzo agli altri due deve spesso sentirsi fragile come un vaso di coccio, ma che - come ha ripetuto nel suo bel discorso alla nazione - ha un solo obiettivo: denuclearizzare l'intera penisola e costruirvi una solida pace.