Stati chiusi d’America
Antonello Guerrera , Anna Lombardi , Vittorio Zucconi , Federico Rampini , di ANTONELLO GUERRERA, ANNA LOMBARDI, FEDERICO RAMPINI E VITTORIO ZUCCONITrump, Stato chiuso pur di non cedere sull'immigrazione
Nessun accordo sul bilancio ed è shutdown. Il presidente su Twitter: "I democratici preferiscono i clandestini ai nostri militari"
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPININEW YORK. È shutdown: letteralmente lo Stato chiude. Uno schiaffo al presidente-imprenditore. Nel giorno esatto del primo anniversario dall'Inauguration Day di Donald Trump, la sua Amministrazione federale resta a corto di fondi. Intanto molte città americane vedono sfilare imponenti manifestazioni di protesta. La paralisi del governo nasce dal fallito accordo bipartisan sulla legge di bilancio: in mancanza dell'autorizzazione parlamentare a rifinanziare le attività correnti, cominciano a essere sospesi i pagamenti di stipendi ad alcune categorie di dipendenti pubblici, e certi servizi chiudono. Non è la prima volta (ci sono stati altri shutdown da Reagan a Clinton a Obama), però questa paralis…
Trump, Stato chiuso pur di non cedere sull'immigrazione
Nessun accordo sul bilancio ed è shutdown. Il presidente su Twitter: "I democratici preferiscono i clandestini ai nostri militari"
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPININEW YORK. È shutdown: letteralmente lo Stato chiude. Uno schiaffo al presidente-imprenditore. Nel giorno esatto del primo anniversario dall'Inauguration Day di Donald Trump, la sua Amministrazione federale resta a corto di fondi. Intanto molte città americane vedono sfilare imponenti manifestazioni di protesta. La paralisi del governo nasce dal fallito accordo bipartisan sulla legge di bilancio: in mancanza dell'autorizzazione parlamentare a rifinanziare le attività correnti, cominciano a essere sospesi i pagamenti di stipendi ad alcune categorie di dipendenti pubblici, e certi servizi chiudono. Non è la prima volta (ci sono stati altri shutdown da Reagan a Clinton a Obama), però questa paralisi colpisce il presidente-businessman, colui che si vantava di essere un maestro insuperabile nel negoziare accordi. Prende un colpo la sua immagine decisionista. Attaccano i democratici: dov'è il presidente di "The Art of the Deal"? Quello è il titolo del best-seller in cui Trump spiegava come concludere affari con chiunque, piegando ogni resistenza con la sua arte della trattativa.
Un accordo era stato sfiorato ed è poi saltato in extremis su un tema cruciale, l'immigrazione. Trump sembrava sul punto di accettare una misura di protezione per i Dreamers. "Sognatori", vengono chiamati gli immigrati senza permesso di residenza che arrivarono qui da bambini. La loro espulsione li caccerebbe verso Paesi dove non hanno vissuto. Obama li mise al riparo dalle deportazioni e creò procedure per la regolarizzazione, che l'Amministrazione Trump ha chiuso. In cambio di un provvedimento in loro favore la sinistra era disposta a votare nel bilancio il finanziamento di un pezzo di Muro al confine col Messico. Le leggi di bilancio americane dagli anni Ottanta esigono maggioranze qualificate e stavolta - anche per la defezione di qualche repubblicano - occorrevano una decina di voti democratici.
Lo stallo decisivo si è creato al Senato. Il capogruppo democratico Chuck Schumer ha negoziato per ore col presidente: inclusa una cena venerdì sera a base di cheeseburger, il piatto favorito alla Casa Bianca. Schumer, anziano senatore newyorchese, conosce benissimo Trump, che lo invitò perfino ad una puntata del reality-tv show The Apprentice. Nonostante la familiarità i due non hanno trovato l'intesa. "Mi sembra di negoziare con della gelatina", ha commentato Schumer.
"I democratici - ha reagito Trump su Twitter - danno la precedenza agli immigrati illegali anziché ai nostri militari o alla sicurezza del nostro confine meridionale". Oltre che al Muro l'allusione è al rischio che le forze armate non possano pagare gli stipendi. In realtà in tutti gli shutdown precedenti i militari sono stati gli ultimi a soffrire. Chiudono per primi servizi non essenziali come parchi nazionali e monumenti pubblici. In un altro attacco alla sinistra Trump ha detto: "Chiudono lo Stato perché non possono chiudere il mio boom economico". In effetti la ripresa va a gonfie vele, la crescita è accelerata rispetto a quella obamiana (+3,2% del Pil), il mercato del lavoro sfiora il pieno impiego e perfino i salari operai cominciano a risalire. Una parte del merito va alla riforma fiscale, che contribuisce al rientro dei capitali dall'estero. È su questo che Trump avrebbe voluto attirare l'attenzione nel suo primo anniversario. La ricorrenza invece è stata dirottata dallo shutdown, oltre che dai cortei di protesta. E' quasi un ritorno alla casella di partenza, visto che l'elezione si giocò in buona parte sul tema dell'immigrazione. E le manifestazioni di ieri, con una presenza dominante delle donne, hanno rievocato quella del 21 gennaio 2017 che invase Washington all'indomani dell'Inauguration Day. Immigrati e diritti delle donne, sono i due temi sui quali il partito democratico cerca il proprio rilancio, dopo 12 mesi in cui spesso non ha saputo esprimere una strategia chiara e l'attenzione del Paese è stata catturata - nel bene e nel male - dalla figura polarizzante di Trump.
I prossimi giorni saranno dominati da trattative convulse per trovare un accordo. In una partita parallela, ciascuno dei protagonisti cerca di infliggere il massimo danno d'immagine all'avversario. Storicamente gli shutdown penalizzano chi ha la responsabilità di governo. E Trump si trova in una situazione rara, con una concentrazione totale di potere: i repubblicani controllano Casa Bianca, Senato, Camera, Corte suprema, oltre alla maggioranza dei governatori locali. Sono quindi sono loro che avrebbero più da perdere, nel conto alla rovescia verso l'elezione legislativa di mid-term che si terrà fra nove mesi e può cambiare gli equilibri al Congresso. Tra le vittime dello shutdown rischia di figurare una promessa forte che Trump fece ai suoi elettori: quella di "aggiustare Washington", cioè ripulire la capitale, sanare tutti i vizi del ceto politico. In queste ore invece l'immagine è quella di un presidente impantanato in una crisi molto tipica della "vecchia politica".
Lo shutdown, le regole e i numeri dei repubblicani
di ANTONELLO GUERRERAChe cos'è la "chiusura"?
"Shutdown" significa "chiusura, cessazione" ed è quello che dalle 00.01 di sabato 20 gennaio è accaduto al governo americano. Ovvero: non è stata approvata in tempo una "finanziaria" che giustifichi le spese del governo federale, dei suoi enti e delle sue agenzie. Dunque, visto che non c'è una copertura formale e non si può aumentare il debito pubblico senza l'autorizzazione del Congresso americano (Camera e Senato), sono stati bloccati i fondi federali.
Come si è potuti arrivare a questo punto?
Premesso che non è la prima volta che questo accade in America (anzi, è la 18esima), stavolta nel settembre 2017 è terminato l'anno fiscale americano. Da allora non è stata approvata dal Congresso una legge di bilancio a lungo termine per il 2018, bensì di volta in volta "mini-finanziarie" valide per poche settimane. L'ultima di queste aveva validità fino alla mezzanotte del 19 gennaio. Dopo l'ok della Camera, al Senato però non si è trovato un accordo.
Ma i repubblicani non controllano sia la Camera sia il Senato?
È vero, ma questo non è bastato al Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza risicata (di base 52-48). A causa di alcune complesse questioni legislative americane, per la legge di bilancio serviva una maggioranza di almeno 60 voti. I repubblicani sono invece arrivati soltanto a 51.
E perché non è stato raggiunto un accordo?
Soprattutto (ma non solo) per la questione dei "dreamers", centinaia di migliaia di figli di immigrati irregolari americani che hanno sempre vissuto negli Stati Uniti. Obama aveva "sanato" la loro posizione, Trump ha revocato l'ordine esecutivo di Obama e quindi ora, per salvare i "dreamers" dall'espulsione, il Congresso deve arrivare a un accordo prima di marzo, che sinora non è stato trovato. I repubblicani inoltre vogliono più fondi per il muro al confine con il Messico e una parte dello stesso partito di Trump ulteriori fondi destinati alla Difesa.
E ora che cosa succede?
Fino a quando non si esce dallo stallo, le attività del governo e dei suoi enti - esclusi servizi di sicurezza e di emergenza essenziali come controllo del traffico aereo, sanità e difesa militare - sono fortemente limitate. Gli impiegati pubblici passano in congedo forzato provvisoriamente senza paga. Chiudono sportelli federali, musei, parchi nazionali. Nell'ultimo shutdown, quello capitato con Obama nel 2013, a un certo punto a sorvegliare il confine con il Canada (circa 9mila km) rimase una sola guardia di frontiera.
Un melodramma in 18 atti dal 1976
È lunga e non nobile la particolare tradizione iniziata con Ford, ma questa ultima edizione pare grottesca e legata all'imprevedibilità del presidente
di VITTORIO ZUCCONIWASHINGTON. Fragoroso e imbarazzante melodramma politico che periodicamente agita il grande teatro del governo americano senza produrre danni permanenti, lo shutdown, la chiusura dell'amministrazione federale, è sempre più recitazione che sostanza.
Per 18 volte, dal 1976 quando fu introdotto sotto il governo Ford il principio del finanziamento annuale da rinnovare per tutte le agenzie federali, dalle forze armate al personale di pulizia nei ministeri, Presidenti e Parlamento hanno inscenato la guerra dello shutdown per ottenere il plauso (e i voti) delle loro opposte platee, sempre cercando di scaricare sull'altro partito le colpe. Questo, cominciato alle ore 00.00 di sabato 20 gennaio è il "Trumpshutdown" per i Democratici e lo "Schumershutdown", dal nome del leader dell'opposizione democratica per i Repubblicani, secondo uno stucchevole, prevedibile, a tratti infantile copione.
Ma se qualche nemico pensasse che da ieri e fino al giorno in cui i soldi saranno miracolosamente trovati, magari fra sedici giorni - la più lunga "chiusura" nella storia di queste sceneggiate - l'America possa essere invasa impunemente approfittando della vacanza forzata dei sette milioni di americani dipendenti dai soldi del governo, si dissuada. Esercito, Aviazione, Marina, Guardia Costiera, guardie di frontiera, agenzie per la sicurezza agli aeroporti e molti "Orsi Yoghi", i Ranger nei parchi nazionali resteranno in servizio.
Anche in una lunga e non nobile tradizione di shutdown cominciata con Ford nel 1976 quarantadue anni or sono e ripetuta per 18 volte con rigorosa bipartisanship avendo colpito Reagan, Bush I, Clinton, Obama e ora Trump, quest'ultima edizione del melodramma sembra essere specialmente grottesca e legata all'incomprensibile, forse studiata, imprevedibilità di un Presidente costretto a celebrare il primo anniversario del suo governo con la vergogna della chiusura del governo. Ma non degli emolumenti dei parlamentari che continuano a correre. L'assenza di leadership e di esperienza politica di Trump si è manifestata in maniera abbagliante e quella "palude politica" che aveva promesso di bonificare lo sta risucchiando. E ora teme che l'opinione pubblica rimproveri a lui l'umiliante Reality per l'America non tornata Grande.
Ma come in tutti i melodrammi, sotto il cerone, ci sono storie vere, drammi umani reali che la rappresentazione teatrale lascia intravvedere. Per Ford, che voleva limitare le spese per l'istruzione pubblica, il nodo che produsse la ribellione del Parlamento fu il ruolo del governo nella scuola. Con Carter, fece irruzione sulla scena il dramma dell'aborto volontario, che le destre cristianissime volevano eliminare dai rimborsi assicurativi federali. Con Reagan, che era impigliato nella promessa elettorale di tagliare la spesa pubblica, furono i limiti di stanziamento a lanciare il braccio di ferro con un Congresso dominato dall'opposizione. E il melodramma raggiunse l'acuto nel duello fra Bill Clinton e Newt Gingrich, il boss della Camera dei Deputati, che decise di sfidarlo bloccando tutte le sue iniziative politiche, per dargli il colpo di grazia, pagando il prezzo. Il pubblico vide nell'estremista repubblicano, Gingrich, il colpevole e Clinton uscì trionfante anche da questo assalto, come dal caso Lewinsky.
In sostanza, dunque, il tentativo di togliere l'ossigeno ai sette milioni di americani che dipendono dai dollari del governo federale, ai quali vanno aggiunti altri nove milioni di minorenni coperti da una speciale assicurazione sanitaria, è sempre un duello per decidere chi, fra i due partiti, sia più popolare o più detestato.
Anche questa edizione 2018, legata - vergognosamente - al destino di quegli 800mila "sognatori", ai minorenni illegali protetti da Obama e che pure Trump aveva promesso di salvare e sono diventati ostaggi della zuffa, è una sfida a Trump, sempre sotto il 40% di popolarità confermato dalla manifestazione delle donne ieri, e ai Repubblicani, in quest'anno elettorale. L'arma dei Democratici è semplice: i Repubblicani controllano Casa Bianca, Camera e Senato e dimostrano di non saper governare.
Ma la risposta dei Repubblicani è altrettanto efficace: i Democratici ricattano i nostri soldati, il nostro governo, per salvare 800mila immigrati illegali. Populismo buonista contro populismo cattivista, nella confusione di un Presidente che cambia idea venti volte al giorno con scariche di tweet contraddittori. E mentre Wall Street inquieta attende la riapertura di lunedì per decidere se bucare il pallone del boom trumpiano o ignorare il melodramma washingtoniano, resta l'umiliazione di una sussiegosa superpotenza che non trova l'accordo per pagare i custodi dei parchi.
Le donne contro il presidente: "Un uncinetto ti sconfiggerà"
La marcia a New York contro Trump
dalla nostra inviata ANNA LOMBARDINEW YORK. Caffè, muffin e una montagna di "Pussy Hat": da regalare a chi ne è sprovvista. Patty Lakin, scrittrice di fiabe per bambine, apre la casa a ridosso di Central Park alle dieci del mattino. Una colazione veloce prima della marcia con le amiche di Knitty City, il negozio sulla 79esima strada a Manhattan dove si tengono lezioni di uncinetto dell'era dei pussy hat, i cappellini con le orecchie di gatto diventati il simbolo della protesta femminista anti Trump. La partenza del corteo è prevista da Central Park West all'altezza della 72esima strada a mezzogiorno: ma alle undici c'è già così tanta gente che la polizia è costretta a chiudere molte strade d'accesso, tanto che le donne si riversano lungo Broadway trasformando la zona in un tappeto di pussy hat rosa. E c'è anche chi, come le studentesse della facoltà d'architettura che si sono date appuntamento sulla scalinata del Lincoln Center, ha scelto di sostituirli con caschetti da cantiere: perché, spiega Katy Boyne, 23 anni, "vogliamo denunciare la differenza di stipendi fra maschi e femmine". E pazienza se Donald Trump, su Twitter, ha appena invitato le donne in marcia a "celebrare il successo economico senza precedenti e il benessere realizzato negli ultimi dodici mesi. Il più basso livello di disoccupazione femminile in 18 anni". Katy non ci sta: "Cazzate" dice. "Siamo qui per cambiare le cose ma è evidente che in questo paese l'uguaglianza sul lavoro è ancora un miraggio".
Un'intera classe di liceali arrivate da Hoboken, New Jersey, la città di Frank Sinatra affacciata su Manhattan dall'altro lato dell'Hudson, sfila con i pussy hat in ciniglia tutti uguali e cartelli sui quali hanno incollato i volti delle loro eroine: la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, l'ex candidata (ciao ciao) Hillary Clinton, l'icona dei diritti civili Rosa Parks ma anche Carrie Fisher-Leila in Star Wars e l'attrice Elisabeth Moss protagonista della serie tv ispirata al romanzo distopico di Margaret Atwood, Il racconto dell'Ancella. "Abbiamo chiara la differenza tra realtà e finzione" dice Dana Connors, 17 anni. "Ma sono figure cui ci ispiriamo". Aisha, 22 anni, "fieramente musulmana e femminista" ha decorato il suo hijab con rose rosa di carta: "So che ci sono state polemiche, che alcune donne dicono che il pussy hat è troppo eurocentrico. Io li trovo belli, anche se non adatto a me. L'importante è essere insieme. Non quello che indossiamo".
Sotto la chiesa di Cristo Scienziato all'incrocio con la 68esima strada, Kristina Satchell, 33 anni, fa un girotondo con la figlia Luna, 4 anni, il marito Federico e la suocera Lisa: "La questione dei diritti riguarda tutti e per questo abbiamo deciso di trasformarla in una marcia familiare. Per nostra figlia vogliamo un futuro diverso. C'è un'intera cultura da cambiare".
Secondo il conteggio finale della polizia, a sfilare a New York ci sono almeno centomila persone: molte di più secondo le organizzatrici. Nelle stesse ore altre grandi manifestazioni di donne attraversano Washington e Los Angeles dove c'è anche l'attrice Scarlett Johansson ad aprire il corteo. Mentre da Detroit a Miami marce più piccole si tengono in tutta l'America, ma anche a Berlino, Parigi, e perfino a Roma dove in piazza c'è pure Asia Argento. In attesa del grande appuntamento di oggi a Las Vegas: una scelta fatta non solo perché nel 2018 il Nevada sarà uno degli stati chiave delle elezioni di Midterm. Ma anche per dire no a ogni violenza, dopo la terribile strage avvenuta lì a ottobre, l'attacco più grave della storia americana: 58 morti e 500 feriti durante un concerto country.
Certo, a un anno dall'avvento di Donald Trump e dalla grande marcia che portò a Washington un milione di donne il giorno dopo l'insediamento del presidente, all'interno del movimento non mancano le divisioni. Racconta il New York Times che in contrasto alla Women's March Inc. che ha organizzato le marce di oggi - e che è particolarmente focalizzata sulla questione dei diritti - è nata un'altra sigla, March On, che crede invece sia prioritario candidare quante più donne è possibile alle elezioni di Midterm. Bob Bland, l'imprenditrice di Brooklyn che fa parte del quartetto a capo della Women's March minimizza: "Lavoriamo tutte per il medesimo obiettivo" dice all'Huffington Post. Patty Lakin, e le sue amiche di Knitty City concordano: "Quando ci ritroviamo con l'uncinetto in mano discutiamo, litighiamo se è il caso. Ma quando è il momento, sappiamo bene come ritrovare unità e passare all'azione. Donald Trump è avvertito. Un uncinetto ti sconfiggerà".