Da più di quattro secoli la principessa d'origine persiana Mumtaz Mahal giace nella più grande e sofisticata tomba mai costruita per amore di una donna. A volerla fu il marito Shah Jahan, quinto imperatore Moghul dell'India, straziato dalla sua morte mentre dava alla luce il loro 14esimo figlio. Dalla metà del 1600 riposano fianco a fianco -le altre mogli sono dislocate a una certa distanza - dentro un mausoleo enorme e candido come i marmi portati dal Rajastan ad Agra sulle rive dello Yamuna, dove sorge il palazzo celebre come Taj Mahal.
La sorte delle strutture di questo capolavoro dell'architettura islamica dall'inimitabile riflesso perlaceo che lo rende unico al mondo, crea da tempo allarme tra i responsabili della sua manutenzione e le diverse migliaia di persone che vivono dei proventi di un turismo interno e internazionale giunto a 6 milioni e mezzo di presenze nel 2016. Con sempre più frequenza sorgono qua e là impalcature e …
La sorte delle strutture di questo capolavoro dell'architettura islamica dall'inimitabile riflesso perlaceo che lo rende unico al mondo, crea da tempo allarme tra i responsabili della sua manutenzione e le diverse migliaia di persone che vivono dei proventi di un turismo interno e internazionale giunto a 6 milioni e mezzo di presenze nel 2016. Con sempre più frequenza sorgono qua e là impalcature e …
Da più di quattro secoli la principessa d'origine persiana Mumtaz Mahal giace nella più grande e sofisticata tomba mai costruita per amore di una donna. A volerla fu il marito Shah Jahan, quinto imperatore Moghul dell'India, straziato dalla sua morte mentre dava alla luce il loro 14esimo figlio. Dalla metà del 1600 riposano fianco a fianco -le altre mogli sono dislocate a una certa distanza - dentro un mausoleo enorme e candido come i marmi portati dal Rajastan ad Agra sulle rive dello Yamuna, dove sorge il palazzo celebre come Taj Mahal.
La sorte delle strutture di questo capolavoro dell'architettura islamica dall'inimitabile riflesso perlaceo che lo rende unico al mondo, crea da tempo allarme tra i responsabili della sua manutenzione e le diverse migliaia di persone che vivono dei proventi di un turismo interno e internazionale giunto a 6 milioni e mezzo di presenze nel 2016. Con sempre più frequenza sorgono qua e là impalcature e strutture di restauro che mal s'addicono alle perfette simmetrie dell'opera d'arte del XVII secolo. Le stesse foto della romantica gita dei principi inglesi William e Kate di due anni fa furono rovinate dalle torri di tubi piazzate durante il restauro dei minareti.
Ma a preoccupare più di tutto sono gli effetti dell'inquinamento, dalle fabbriche agli scarichi delle auto di una grande città come Agra, sulla diafana superficie che fa somigliare il Taj Mahal a un eterno miraggio. Per assorbire le chiazze più scure che si formano qua e là mentre il colore ingrigisce quasi ovunque, si è coperta la facciata di molti strati di fango. Ora c'è il timore che a forza di sbiancamenti "naturali" la pietra venga irrimediabilmente danneggiata.
Ci vollero 22 anni, 900 milioni di dollari, mille elefanti per trasportare le pietre e le opere d'arte giunte da mezzo continente, 20mila artigiani e altrettanti manovali finché emersero le perfette simmetrie delle cupole e delle volte, delle bianche mura e colonne, le ipnotiche superfici con motivi persiani tra una infinità di stucchi, specchi e mosaici talvolta composti di pietre preziose come lapislazzuli dell'Afghanistan e turchesi del Tibet, molti dei quali scomparsi.
Preservare una tale eredità fonte di enormi introiti comporta però difficoltà tecniche che saranno particolarmente dure adesso che è giunto il tempo di ripulire la cupola centrale, il pezzo forte del Mausoleo dell'amore. "Il problema è come installare l'impalcatura", ha detto all'agenzia Afp il responsabile del restauro Bhuvan Vikrama. "La struttura ha quasi 400 anni, non possiamo aggiungere più peso e per riparare il danno non dovremmo causarne di nuovi".
Le autorità hanno già imposto un numero chiuso per preservare l'interno del Palazzo limitando l'afflusso dei 70mila visitatori giornalieri. Ad essere contingentati saranno soprattutto i turisti indiani che pagano tariffe di poche rupie, 40mila biglietti contro i 30mila degli stranieri a prezzo pieno. Nel frattempo i lavori andranno avanti nella speranza che altre guide di viaggi non inizino a sconsigliare come ha fatto Fodor's Travel di visitare il Taj "almeno fino al 2019".
È un poI il destino di questo grande monumento nell'Uttar Pradesh quello di essere puntualmente oggetto di polemiche per una ragione o per l'altra. A ottobre si parlò molto della scomparsa del Taj Mahal dal depliant turistico 2018 del governo locale retto da un religioso hindu. Dietro la decisione, l'idea che il mausoleo sia in realtà "una macchia nel passato dell'India", come ha detto un parlamentare del Bjp, simbolo di una dinastia islamica che "voleva cancellare - disse Sangeet Som - gli induisti dalla faccia dell'India". Ma con o senza depliant ufficiali che nessuno legge, il Taj continuerà ad attrarre visitatori a prescindere dalle faide religiose e storiche. L'unico rischio è che un giorno la sua magnifica facciata ingrigita dai fumi moderni sarà incapace di riflettere il candore del sentimento per l'amata moglie che Shah Jahan volle trasferire sul marmo ad eterna memoria.
La sorte delle strutture di questo capolavoro dell'architettura islamica dall'inimitabile riflesso perlaceo che lo rende unico al mondo, crea da tempo allarme tra i responsabili della sua manutenzione e le diverse migliaia di persone che vivono dei proventi di un turismo interno e internazionale giunto a 6 milioni e mezzo di presenze nel 2016. Con sempre più frequenza sorgono qua e là impalcature e strutture di restauro che mal s'addicono alle perfette simmetrie dell'opera d'arte del XVII secolo. Le stesse foto della romantica gita dei principi inglesi William e Kate di due anni fa furono rovinate dalle torri di tubi piazzate durante il restauro dei minareti.
Ma a preoccupare più di tutto sono gli effetti dell'inquinamento, dalle fabbriche agli scarichi delle auto di una grande città come Agra, sulla diafana superficie che fa somigliare il Taj Mahal a un eterno miraggio. Per assorbire le chiazze più scure che si formano qua e là mentre il colore ingrigisce quasi ovunque, si è coperta la facciata di molti strati di fango. Ora c'è il timore che a forza di sbiancamenti "naturali" la pietra venga irrimediabilmente danneggiata.
Ci vollero 22 anni, 900 milioni di dollari, mille elefanti per trasportare le pietre e le opere d'arte giunte da mezzo continente, 20mila artigiani e altrettanti manovali finché emersero le perfette simmetrie delle cupole e delle volte, delle bianche mura e colonne, le ipnotiche superfici con motivi persiani tra una infinità di stucchi, specchi e mosaici talvolta composti di pietre preziose come lapislazzuli dell'Afghanistan e turchesi del Tibet, molti dei quali scomparsi.
Preservare una tale eredità fonte di enormi introiti comporta però difficoltà tecniche che saranno particolarmente dure adesso che è giunto il tempo di ripulire la cupola centrale, il pezzo forte del Mausoleo dell'amore. "Il problema è come installare l'impalcatura", ha detto all'agenzia Afp il responsabile del restauro Bhuvan Vikrama. "La struttura ha quasi 400 anni, non possiamo aggiungere più peso e per riparare il danno non dovremmo causarne di nuovi".
Le autorità hanno già imposto un numero chiuso per preservare l'interno del Palazzo limitando l'afflusso dei 70mila visitatori giornalieri. Ad essere contingentati saranno soprattutto i turisti indiani che pagano tariffe di poche rupie, 40mila biglietti contro i 30mila degli stranieri a prezzo pieno. Nel frattempo i lavori andranno avanti nella speranza che altre guide di viaggi non inizino a sconsigliare come ha fatto Fodor's Travel di visitare il Taj "almeno fino al 2019".
È un poI il destino di questo grande monumento nell'Uttar Pradesh quello di essere puntualmente oggetto di polemiche per una ragione o per l'altra. A ottobre si parlò molto della scomparsa del Taj Mahal dal depliant turistico 2018 del governo locale retto da un religioso hindu. Dietro la decisione, l'idea che il mausoleo sia in realtà "una macchia nel passato dell'India", come ha detto un parlamentare del Bjp, simbolo di una dinastia islamica che "voleva cancellare - disse Sangeet Som - gli induisti dalla faccia dell'India". Ma con o senza depliant ufficiali che nessuno legge, il Taj continuerà ad attrarre visitatori a prescindere dalle faide religiose e storiche. L'unico rischio è che un giorno la sua magnifica facciata ingrigita dai fumi moderni sarà incapace di riflettere il candore del sentimento per l'amata moglie che Shah Jahan volle trasferire sul marmo ad eterna memoria.