Una nuova strage nel lungo inverno di Kabul
Pietro Del Re , dal nostro inviato PIETRO DEL REFazioni Taliban, Isis, signori della guerra. Non c’è giorno senza agguati. Nell'ultimo attentato sono morte 95 persone
KABUL. Non passa giorno senza attentati. Nella lunga tragedia afgana, oltre agli attacchi più sanguinosi e spettacolari, come quello di ieri mattina nel centro di Kabul, con un'ambulanza imbottita di tritolo a un checkpoint di polizia (95 morti), la cronaca regionale riporta di esplosioni meno tragiche ma continue e per questo devastanti, da Kandahar a Kunduz, da Ghazni a Jalalabad. E a questa quotidianità di uccisioni violente provocate con il tritolo o con i kalashnikov, gli afgani sono ormai rassegnati anche perché se si conta dal 1979, ossia dall'invasione sovietica, per Kabul è questo il suo trentanovesimo inverno di guerra. Stavolta un inverno freddo e senza neve, in cui le cime che sovrastano la città si scorgono appena perché il fumo delle stufe a legna con cui si scalda parte degli otto milioni dei suoi abitanti crea una caligine densa, quasi palpabile.
Secondo l'Onu negli ultimi tre mesi solo a Kabul più di 550 ci…
Secondo l'Onu negli ultimi tre mesi solo a Kabul più di 550 ci…
KABUL. Non passa giorno senza attentati. Nella lunga tragedia afgana, oltre agli attacchi più sanguinosi e spettacolari, come quello di ieri mattina nel centro di Kabul, con un'ambulanza imbottita di tritolo a un checkpoint di polizia (95 morti), la cronaca regionale riporta di esplosioni meno tragiche ma continue e per questo devastanti, da Kandahar a Kunduz, da Ghazni a Jalalabad. E a questa quotidianità di uccisioni violente provocate con il tritolo o con i kalashnikov, gli afgani sono ormai rassegnati anche perché se si conta dal 1979, ossia dall'invasione sovietica, per Kabul è questo il suo trentanovesimo inverno di guerra. Stavolta un inverno freddo e senza neve, in cui le cime che sovrastano la città si scorgono appena perché il fumo delle stufe a legna con cui si scalda parte degli otto milioni dei suoi abitanti crea una caligine densa, quasi palpabile.
Secondo l'Onu negli ultimi tre mesi solo a Kabul più di 550 civili hanno perso la vita in attacchi terroristici. "Ma all'orizzonte non vedono soluzioni per uscire dal conflitto, perché manca un leader in grado di riunire la miriade di fazioni di Taliban e portarle al tavolo del negoziato", dice Barry Salaam, portavoce del Solidarity Party of Afghanistan, formazione socialdemocratica contraria alla presenza dei soldati stranieri nel Paese. "Il primo motivo per cui la pace appare ancora irraggiungibile è che la guerra conviene a molti. A Washington, per esempio, che con il pretesto della lotta ai Taliban mantiene le truppe in un angolo del pianeta altamente strategico, in mezzo ai suoi nemici storici, Cina, Russia e Iran. Ma fa comodo anche a Riad e a Teheran che, come in Yemen, anche qui possono guerreggiare per procura in terreno neutro, i primi sostenendo lo Stato islamico afgano, gli altri i Taliban. Ma chi ha più interesse a che la situazione non cambi sono i corrotti, gli ex signori della guerra e i trafficanti di oppio che ci governano".
Di diverso parere è un diplomatico di lungo corso che ci riceve nel suo ufficio al ministero degli Esteri afgano: "Di militari americani e di altri Paesi Nato non ce ne sono mai stati abbastanza. È vero che dopo la disfatta britannica del 1842 nessun invasore è riuscito a imporsi sul terreno e che gli Usa stanno combattendo il conflitto più lungo della loro storia. Ciò non toglie che sia una guerra necessaria. Per fortuna Trump ha deciso di continuarla, mandando altri undicimila uomini e intensificando i raid aerei. Ora non vedo altre soluzioni".
A gennaio, a ogni angolo di strada trovi bancarelle che vendono le dolci arance di Kandahar e piccoli chioschi che offrono spremute di melograni. Se non fosse per i numerosi check-point che ingolfano il traffico e per i "muri di sicurezza", ossia quei blocchi di cemento armato che proteggono ogni possibile bersaglio, Kabul, oggi piena di agenzie di viaggio e di palestre di bodybuilding, potrebbe sembrare una città felice. Nel quartiere collinoso di Karte Asazgha Nanuay incontriamo la maestra Greeta Raofi, 28 anni, che insegna ai figli di migranti iraniani in un'aula scolastica ricavata da un garage.
Dice l'insegnante arruolata in questo encomiabile progetto dell'ong Intersos: "I Taliban sono diventati dei sicari al soldo dei burattinai che da decenni comandano il nostro Paesi. È perciò un'utopia voler negoziare con loro. Non si scende a patti con gli assassini. Da due giorni un mio piccolo alunno è assente perché i Taliban gli hanno appena ammazzato il padre". Ma ciò che fa infuriare la maestra Nanuay è l'assoluzione da parte del governo di Kabul di ex nemici ed ex feroci signori della guerra quali Gulbuddin Hekmatyar, ricevuto a maggio nel palazzo presidenziale, lui che distrusse Kabul a colpi di mortaio, aiutò Bin Laden a fuggire verso il Pakistan e rivendicò numerosi attacchi contro le forze Nato. "L'hanno graziato sostenendo che solo Hekmatyar potrà trovare un accordo con i Taliban, ma io non ci sto perché ha comunque massacrato migliaia di afgani". Come lei, sono in molti a Kabul a non volere una pace senza giustizia. E ciò nonostante la continua mattanza dei kamikaze.
Secondo l'Onu negli ultimi tre mesi solo a Kabul più di 550 civili hanno perso la vita in attacchi terroristici. "Ma all'orizzonte non vedono soluzioni per uscire dal conflitto, perché manca un leader in grado di riunire la miriade di fazioni di Taliban e portarle al tavolo del negoziato", dice Barry Salaam, portavoce del Solidarity Party of Afghanistan, formazione socialdemocratica contraria alla presenza dei soldati stranieri nel Paese. "Il primo motivo per cui la pace appare ancora irraggiungibile è che la guerra conviene a molti. A Washington, per esempio, che con il pretesto della lotta ai Taliban mantiene le truppe in un angolo del pianeta altamente strategico, in mezzo ai suoi nemici storici, Cina, Russia e Iran. Ma fa comodo anche a Riad e a Teheran che, come in Yemen, anche qui possono guerreggiare per procura in terreno neutro, i primi sostenendo lo Stato islamico afgano, gli altri i Taliban. Ma chi ha più interesse a che la situazione non cambi sono i corrotti, gli ex signori della guerra e i trafficanti di oppio che ci governano".
Di diverso parere è un diplomatico di lungo corso che ci riceve nel suo ufficio al ministero degli Esteri afgano: "Di militari americani e di altri Paesi Nato non ce ne sono mai stati abbastanza. È vero che dopo la disfatta britannica del 1842 nessun invasore è riuscito a imporsi sul terreno e che gli Usa stanno combattendo il conflitto più lungo della loro storia. Ciò non toglie che sia una guerra necessaria. Per fortuna Trump ha deciso di continuarla, mandando altri undicimila uomini e intensificando i raid aerei. Ora non vedo altre soluzioni".
A gennaio, a ogni angolo di strada trovi bancarelle che vendono le dolci arance di Kandahar e piccoli chioschi che offrono spremute di melograni. Se non fosse per i numerosi check-point che ingolfano il traffico e per i "muri di sicurezza", ossia quei blocchi di cemento armato che proteggono ogni possibile bersaglio, Kabul, oggi piena di agenzie di viaggio e di palestre di bodybuilding, potrebbe sembrare una città felice. Nel quartiere collinoso di Karte Asazgha Nanuay incontriamo la maestra Greeta Raofi, 28 anni, che insegna ai figli di migranti iraniani in un'aula scolastica ricavata da un garage.
Dice l'insegnante arruolata in questo encomiabile progetto dell'ong Intersos: "I Taliban sono diventati dei sicari al soldo dei burattinai che da decenni comandano il nostro Paesi. È perciò un'utopia voler negoziare con loro. Non si scende a patti con gli assassini. Da due giorni un mio piccolo alunno è assente perché i Taliban gli hanno appena ammazzato il padre". Ma ciò che fa infuriare la maestra Nanuay è l'assoluzione da parte del governo di Kabul di ex nemici ed ex feroci signori della guerra quali Gulbuddin Hekmatyar, ricevuto a maggio nel palazzo presidenziale, lui che distrusse Kabul a colpi di mortaio, aiutò Bin Laden a fuggire verso il Pakistan e rivendicò numerosi attacchi contro le forze Nato. "L'hanno graziato sostenendo che solo Hekmatyar potrà trovare un accordo con i Taliban, ma io non ci sto perché ha comunque massacrato migliaia di afgani". Come lei, sono in molti a Kabul a non volere una pace senza giustizia. E ciò nonostante la continua mattanza dei kamikaze.