Stato dell’Unione, Trump il conciliatore stavolta piace all’America
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINIProposte concrete all'opposizione e poche provocazioni: perché fa breccia il presidente che non twitta
Il "presidente che legge invece di twittare" piace agli americani. Tra quelli che hanno ascoltato in diretta il suo discorso sullo Stato dell'Unione, i tre quarti lo hanno approvato. Il 54% gli attribuisce il merito della vigorosa crescita economica, in netta accelerazione negli ultimi 12 mesi. Donald Trump risulta meno lacerante, meno provocatorio, quando accetta di auto-disciplinarsi e segue un discorso preparato dai suoi consiglieri. La coreografia era esemplare, con una dignitosa sfilata di eroi e servitori della patria. Sembrava il cast di un film di Clint Eastwood. Va precisato, come fa la Cbs nel sondaggio citato sopra, che tra coloro che si sintonizzano sullo Stato dell'Unione vi è sempre una maggioranza di sostenitori del presidente. Accadeva anche con Barack Obama e i predecessori. È un tratto ormai costante della democrazia americana, sempre più polarizzata e divisa per fazioni tribali: chi disapprova il presidente spesso evita perfino…
Il "presidente che legge invece di twittare" piace agli americani. Tra quelli che hanno ascoltato in diretta il suo discorso sullo Stato dell'Unione, i tre quarti lo hanno approvato. Il 54% gli attribuisce il merito della vigorosa crescita economica, in netta accelerazione negli ultimi 12 mesi. Donald Trump risulta meno lacerante, meno provocatorio, quando accetta di auto-disciplinarsi e segue un discorso preparato dai suoi consiglieri. La coreografia era esemplare, con una dignitosa sfilata di eroi e servitori della patria. Sembrava il cast di un film di Clint Eastwood. Va precisato, come fa la Cbs nel sondaggio citato sopra, che tra coloro che si sintonizzano sullo Stato dell'Unione vi è sempre una maggioranza di sostenitori del presidente. Accadeva anche con Barack Obama e i predecessori. È un tratto ormai costante della democrazia americana, sempre più polarizzata e divisa per fazioni tribali: chi disapprova il presidente spesso evita perfino di ascoltarlo.
Trump ha lanciato due proposte concrete all'opposizione, su cui si apre la sua agenda di governo per il 2018. La prima è il maxi-piano di 1.500 miliardi di investimenti per ammodernare le infrastrutture. Non è un'idea di destra, anzi siamo sul terreno delle politiche keynesiane di spesa pubblica. Ce n'è un gran bisogno. L'America ha aeroporti da Terzo mondo, una vergogna ignorata a lungo da una classe dirigente provinciale che non sa fare confronti con Pechino o Dubai. Le ferrovie cascano a pezzi; l'alta velocità non esiste. Autostrade, ponti, metropolitane, quasi tutto è fatiscente. Il problema è trovare i soldi e qui Trump è stato vago perché i problemi li ha in casa propria. I repubblicani non gli consentirebbero un ulteriore aumento del deficit pubblico, già gonfiato dai generosi sgravi fiscali alle imprese. Trump ha evocato un mix di pubblico e privato, ma gli investitori privati non amano le infrastrutture perché non danno profitti a breve termine. Ha poi lanciato un appello "sospetto", a velocizzare le procedure: in molti casi questo significa aggirare gli studi d'impatto ambientale, un altro colpo nella direzione della deregulation contro l'ambiente. Su questo saranno i democratici a frenare.
Il terreno più denso di insidie è la riforma delle leggi sull'immigrazione. Trump ha proposto un compromesso sul quale sia i repubblicani che i democratici hanno qualcosa da perdere e qualcosa da guadagnare. Ha allargato la platea della sanatoria per gli immigrati clandestini arrivati in America da bambini, arrivando fino a 1,8 milioni (oltre il doppio dei Dreamers contemplati da Obama quando aveva sospeso le espulsioni) offrendogli un percorso di 12 anni verso la cittadinanza. In cambio chiede ai democratici tre cose: il finanziamento del Muro col Messico; l'abolizione della lotteria che sorteggia le Green Card; la fine dei ricongiungimenti familiari allargati.
Su questo ricomincerà subito una trattativa serrata. Incombe la scadenza dell'8 febbraio entro la quale si ripropone la necessità di finanziare il debito pubblico coi voti dell'opposizione. È sull'immigrazione che i democratici porranno le loro condizioni. In questo campo i simboli prevalgono spesso sulla realtà. Il Muro col Messico, per esempio: un pezzo esiste già e fu costruito sotto la presidenza democratica di Bill Clinton (tra San Diego e Tijuana, nel tratto californiano del confine). Non arriverà mai a fortificare l'intera frontiera perché vasti tratti sono montagnosi, impervi, inedificabili. Nel Texas dove c'è il tratto più lungo di confine si oppongono tanti proprietari terrieri che votano repubblicano: sono ideologicamente avversi all'esproprio dei terreni, necessario per la costruzione.
Infine Trump con la sua richiesta di fondi tradisce uno slogan dei comizi elettorali: la promessa di farlo pagare al Messico. In quanto alla lotteria della Green Card e ai ricongiungimenti allargati: sono pochi i terroristi o i delinquenti comuni entrati negli Stati Uniti per queste vie. Ma Trump vuole segnalare un ritorno all'antico: quando le politiche dell'immigrazione furono basate su quote etniche o professionali. Peraltro questo è il metodo praticato dalle multinazionali "progressiste" della Silicon Valley, che prediligono i visti H1-B per importare matematici italiani o informatici indiani. Nel gioco delle ideologie e dei tornaconti, spesso i ruoli cambiano e i confini si confondono.
Trump ha lanciato due proposte concrete all'opposizione, su cui si apre la sua agenda di governo per il 2018. La prima è il maxi-piano di 1.500 miliardi di investimenti per ammodernare le infrastrutture. Non è un'idea di destra, anzi siamo sul terreno delle politiche keynesiane di spesa pubblica. Ce n'è un gran bisogno. L'America ha aeroporti da Terzo mondo, una vergogna ignorata a lungo da una classe dirigente provinciale che non sa fare confronti con Pechino o Dubai. Le ferrovie cascano a pezzi; l'alta velocità non esiste. Autostrade, ponti, metropolitane, quasi tutto è fatiscente. Il problema è trovare i soldi e qui Trump è stato vago perché i problemi li ha in casa propria. I repubblicani non gli consentirebbero un ulteriore aumento del deficit pubblico, già gonfiato dai generosi sgravi fiscali alle imprese. Trump ha evocato un mix di pubblico e privato, ma gli investitori privati non amano le infrastrutture perché non danno profitti a breve termine. Ha poi lanciato un appello "sospetto", a velocizzare le procedure: in molti casi questo significa aggirare gli studi d'impatto ambientale, un altro colpo nella direzione della deregulation contro l'ambiente. Su questo saranno i democratici a frenare.
Il terreno più denso di insidie è la riforma delle leggi sull'immigrazione. Trump ha proposto un compromesso sul quale sia i repubblicani che i democratici hanno qualcosa da perdere e qualcosa da guadagnare. Ha allargato la platea della sanatoria per gli immigrati clandestini arrivati in America da bambini, arrivando fino a 1,8 milioni (oltre il doppio dei Dreamers contemplati da Obama quando aveva sospeso le espulsioni) offrendogli un percorso di 12 anni verso la cittadinanza. In cambio chiede ai democratici tre cose: il finanziamento del Muro col Messico; l'abolizione della lotteria che sorteggia le Green Card; la fine dei ricongiungimenti familiari allargati.
Su questo ricomincerà subito una trattativa serrata. Incombe la scadenza dell'8 febbraio entro la quale si ripropone la necessità di finanziare il debito pubblico coi voti dell'opposizione. È sull'immigrazione che i democratici porranno le loro condizioni. In questo campo i simboli prevalgono spesso sulla realtà. Il Muro col Messico, per esempio: un pezzo esiste già e fu costruito sotto la presidenza democratica di Bill Clinton (tra San Diego e Tijuana, nel tratto californiano del confine). Non arriverà mai a fortificare l'intera frontiera perché vasti tratti sono montagnosi, impervi, inedificabili. Nel Texas dove c'è il tratto più lungo di confine si oppongono tanti proprietari terrieri che votano repubblicano: sono ideologicamente avversi all'esproprio dei terreni, necessario per la costruzione.
Infine Trump con la sua richiesta di fondi tradisce uno slogan dei comizi elettorali: la promessa di farlo pagare al Messico. In quanto alla lotteria della Green Card e ai ricongiungimenti allargati: sono pochi i terroristi o i delinquenti comuni entrati negli Stati Uniti per queste vie. Ma Trump vuole segnalare un ritorno all'antico: quando le politiche dell'immigrazione furono basate su quote etniche o professionali. Peraltro questo è il metodo praticato dalle multinazionali "progressiste" della Silicon Valley, che prediligono i visti H1-B per importare matematici italiani o informatici indiani. Nel gioco delle ideologie e dei tornaconti, spesso i ruoli cambiano e i confini si confondono.