WASHINGTON. La guerra civile fra Donald Trump e l'Fbi, che ieri il presidente ha reso ufficiale accusando l'Fbi di guidare una congiura contro di lui, iniziò quattro giorni dopo l'insediamento. Nel freddo del 24 gennaio 2017, tre G-Men, tre agenti della polizia federale, fecero irruzione in una Casa Bianca nel caos del trasloco e andarono diritti al cuore della nuova amministrazione, a Michael Flynn, il super consigliere per la Sicurezza nazionale, l'uomo che conosce tutti i segreti. Sono trascorsi 378 giorni e la guerra infuria, con nessun lieto fine in vista, per una democrazia che sta divorando i propri figli, per salvare Trump.
Anche nella Washington che West Wing, il Post di Spielberg, Sesso e Potere, e scaffali di film, telefilm e libri hanno raccontato tra fiction e storia, il reality show dello scontro fra Trump e il Federal Bureau of Investigation, il colosso investigativo creato nel 1908 da J. Edgar Hoover per dotare gli Usa di una polizia nazionale, …
Anche nella Washington che West Wing, il Post di Spielberg, Sesso e Potere, e scaffali di film, telefilm e libri hanno raccontato tra fiction e storia, il reality show dello scontro fra Trump e il Federal Bureau of Investigation, il colosso investigativo creato nel 1908 da J. Edgar Hoover per dotare gli Usa di una polizia nazionale, …
WASHINGTON. La guerra civile fra Donald Trump e l'Fbi, che ieri il presidente ha reso ufficiale accusando l'Fbi di guidare una congiura contro di lui, iniziò quattro giorni dopo l'insediamento. Nel freddo del 24 gennaio 2017, tre G-Men, tre agenti della polizia federale, fecero irruzione in una Casa Bianca nel caos del trasloco e andarono diritti al cuore della nuova amministrazione, a Michael Flynn, il super consigliere per la Sicurezza nazionale, l'uomo che conosce tutti i segreti. Sono trascorsi 378 giorni e la guerra infuria, con nessun lieto fine in vista, per una democrazia che sta divorando i propri figli, per salvare Trump.
Anche nella Washington che West Wing, il Post di Spielberg, Sesso e Potere, e scaffali di film, telefilm e libri hanno raccontato tra fiction e storia, il reality show dello scontro fra Trump e il Federal Bureau of Investigation, il colosso investigativo creato nel 1908 da J. Edgar Hoover per dotare gli Usa di una polizia nazionale, è materia per futuri blockbuster hollywoodiani. Il presidente accusa l'Fbi, il proprio braccio investigativo, di tentativi di colpi di stato, per influenzare la campagna elettorale e poi per montare l'inesistente, per lui, Russiagate. L'Fbi indaga ostinatamente. Trump decapita e spinge alle dimissioni i capi, che accusa di essere agenti degli odiati Democratici, pur essendo tutti di nomina e appartenenza Repubblicana, compreso il direttore in carica, Christopher Wray, scelto da lui stesso. Il Congresso si dilania fra pretoriani di Trump e avversari. La Cia, storica rivale dell'Fbi guidata da un altro cortigiano del presidente, l'ex deputato Mike Pompeo, manovra dietro le quinte, facendosi sfuggire "fughe di notizie" ben pilotate. Le tv tifano per una parte o per l'altra, avendo gettato alle ortiche ogni apparenza di equilibrio.
In questa zuppa infernale, una cosa è chiara: è la disperata difesa di un Trump sempre più paranoico, sempre più nixoniano, che tenta di fermare l'inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller - ex direttore dell'Fbi - che si avvicina al circolo dei collaboratori, degli amici, della famiglia e soprattutto degli affari del signor Trump, il groviglio che potrebbe annodare insieme soldi russi, politica, spionaggio e menzogne. È quell'inchiesta che fu sempre licenziata come "un sandwich di nulla" dai critici, ma che avvelena ogni giorno della presidenza Trump. Il presidente lotta per sopravvivere, cercando di trascinare nella confusione le indagini e di screditare gli inquisitori, verso il 6 novembre, quando si voterà per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. Se i Repubblicani dovessero perdere il controllo delle Camere, e dunque delle commissioni, Trump potrebbe contemplare il patibolo dell'impeachment.
Si assiste a un replay del Watergate, lo scandalo che portò alle dimissioni di Richard Nixon 44 anni fa, girato in slow motion. I protagonisti sono sempre gli stessi. Il presidente sotto accusa, che naturalmente denuncia chi lo denuncia come processo politico e caccia alle streghe, organizzati dall'opposizione che vuole distrarre l'America dai suoi trionfi economici. L'Fbi, che nel 1973 era la fonte delle "fughe" usate per alimentare gli scoop del Washington Post, reagisce macinando interrogatori e incriminazioni. Sono già sette gli ex collaboratori di Trump incriminati e rei confessi, come quel Michael Flynn, lobbista al soldo di potenze straniere, sul quale i falchi si precipitarono dopo l'insediamento.
Trump cerca di decapitare l'Fbi, dopo avere già licenziato il direttore James Comey e avere costretto il vice, Andrew McCabe, alle dimissioni. Ma il direttore in carica è di sua nomina e non lo può cacciare, pur avendo lui avvertito il presidente che quel documento, preparato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta pilotata dai Repubblicani, è fasullo, pieno di errori e pericoloso per la sicurezza nazionale, pur essendo breve, tre pagine e mezza, che sono il limite massimo per l'attenzione di un uomo che raramente si avventura oltre una paginetta. Sogna di fulminare anche l'inquisitore speciale Mueller ma sa che, ricordando il "massacro" di inquirenti condotto da Nixon, potrebbe essere un suicidio.
Non basterebbero catinelle di pop corn per seguire questa farsa tragica, ora sterzata sull'accusa a un agente Fbi si avere ottenuto un mandato di perquisizione e intercettazione contro un assistente di Trump e intermediario di affari con Mosca, Carter Page, con informazioni false fornite al magistrato che firmò i mandati. Dunque il capo dello Stato americano, responsabile dell'agenzia investigativa federale, accusa la propria agenzia, e il proprio ministero della Giustizia, diretto superiore dell'Fbi, di avere complottato contro di lui. Tutti contro tutti in uno spasmo angoscioso da basso impero.
Anche nella Washington che West Wing, il Post di Spielberg, Sesso e Potere, e scaffali di film, telefilm e libri hanno raccontato tra fiction e storia, il reality show dello scontro fra Trump e il Federal Bureau of Investigation, il colosso investigativo creato nel 1908 da J. Edgar Hoover per dotare gli Usa di una polizia nazionale, è materia per futuri blockbuster hollywoodiani. Il presidente accusa l'Fbi, il proprio braccio investigativo, di tentativi di colpi di stato, per influenzare la campagna elettorale e poi per montare l'inesistente, per lui, Russiagate. L'Fbi indaga ostinatamente. Trump decapita e spinge alle dimissioni i capi, che accusa di essere agenti degli odiati Democratici, pur essendo tutti di nomina e appartenenza Repubblicana, compreso il direttore in carica, Christopher Wray, scelto da lui stesso. Il Congresso si dilania fra pretoriani di Trump e avversari. La Cia, storica rivale dell'Fbi guidata da un altro cortigiano del presidente, l'ex deputato Mike Pompeo, manovra dietro le quinte, facendosi sfuggire "fughe di notizie" ben pilotate. Le tv tifano per una parte o per l'altra, avendo gettato alle ortiche ogni apparenza di equilibrio.
In questa zuppa infernale, una cosa è chiara: è la disperata difesa di un Trump sempre più paranoico, sempre più nixoniano, che tenta di fermare l'inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller - ex direttore dell'Fbi - che si avvicina al circolo dei collaboratori, degli amici, della famiglia e soprattutto degli affari del signor Trump, il groviglio che potrebbe annodare insieme soldi russi, politica, spionaggio e menzogne. È quell'inchiesta che fu sempre licenziata come "un sandwich di nulla" dai critici, ma che avvelena ogni giorno della presidenza Trump. Il presidente lotta per sopravvivere, cercando di trascinare nella confusione le indagini e di screditare gli inquisitori, verso il 6 novembre, quando si voterà per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. Se i Repubblicani dovessero perdere il controllo delle Camere, e dunque delle commissioni, Trump potrebbe contemplare il patibolo dell'impeachment.
Si assiste a un replay del Watergate, lo scandalo che portò alle dimissioni di Richard Nixon 44 anni fa, girato in slow motion. I protagonisti sono sempre gli stessi. Il presidente sotto accusa, che naturalmente denuncia chi lo denuncia come processo politico e caccia alle streghe, organizzati dall'opposizione che vuole distrarre l'America dai suoi trionfi economici. L'Fbi, che nel 1973 era la fonte delle "fughe" usate per alimentare gli scoop del Washington Post, reagisce macinando interrogatori e incriminazioni. Sono già sette gli ex collaboratori di Trump incriminati e rei confessi, come quel Michael Flynn, lobbista al soldo di potenze straniere, sul quale i falchi si precipitarono dopo l'insediamento.
Trump cerca di decapitare l'Fbi, dopo avere già licenziato il direttore James Comey e avere costretto il vice, Andrew McCabe, alle dimissioni. Ma il direttore in carica è di sua nomina e non lo può cacciare, pur avendo lui avvertito il presidente che quel documento, preparato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta pilotata dai Repubblicani, è fasullo, pieno di errori e pericoloso per la sicurezza nazionale, pur essendo breve, tre pagine e mezza, che sono il limite massimo per l'attenzione di un uomo che raramente si avventura oltre una paginetta. Sogna di fulminare anche l'inquisitore speciale Mueller ma sa che, ricordando il "massacro" di inquirenti condotto da Nixon, potrebbe essere un suicidio.
Non basterebbero catinelle di pop corn per seguire questa farsa tragica, ora sterzata sull'accusa a un agente Fbi si avere ottenuto un mandato di perquisizione e intercettazione contro un assistente di Trump e intermediario di affari con Mosca, Carter Page, con informazioni false fornite al magistrato che firmò i mandati. Dunque il capo dello Stato americano, responsabile dell'agenzia investigativa federale, accusa la propria agenzia, e il proprio ministero della Giustizia, diretto superiore dell'Fbi, di avere complottato contro di lui. Tutti contro tutti in uno spasmo angoscioso da basso impero.