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(afp)

Manila si ribella alla tratta delle colf

Nuove schiavitù. Duterte vieta alle donne di emigrare in paesi a rischio. L’Indonesia ci pensa
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BANGKOK. Non c’era mai stata una reazione così per la sorte delle colf emigrate dai paesi poveri a quelli ricchi dell’Asia. A far muovere i governi filippino e indonesiano fino a vietare l’emigrazione verso i Paesi a rischio è stata la sorte di due giovani abusate a morte e tenute anni in condizioni disumane. L’ultima vittima indonesiana lavorava come schiava in una casa di Penang in Malesia e dormiva all’aperto con un cane, l’altra era una filippina trovata mutilata nel frigorifero di un appartamento del Kuwait.

Joanna Daniela Demafelis, 29enne, quattro anni fa era andata a lavorare nel paese del petrolio per aiutare i genitori a ricostruire la casa distrutta da un incendio a Iloilo nelle Filippine centrali e a pagare gli studi della sorella. Trovò lavoro presso una coppia siriano-libanese di Kuwait City e come altri 10 milioni di “pinoy” nel mondo aveva mandato soldi ai suoi abbastanza regolarmente pur lament…
BANGKOK. Non c’era mai stata una reazione così per la sorte delle colf emigrate dai paesi poveri a quelli ricchi dell’Asia. A far muovere i governi filippino e indonesiano fino a vietare l’emigrazione verso i Paesi a rischio è stata la sorte di due giovani abusate a morte e tenute anni in condizioni disumane. L’ultima vittima indonesiana lavorava come schiava in una casa di Penang in Malesia e dormiva all’aperto con un cane, l’altra era una filippina trovata mutilata nel frigorifero di un appartamento del Kuwait.

Joanna Daniela Demafelis, 29enne, quattro anni fa era andata a lavorare nel paese del petrolio per aiutare i genitori a ricostruire la casa distrutta da un incendio a Iloilo nelle Filippine centrali e a pagare gli studi della sorella. Trovò lavoro presso una coppia siriano-libanese di Kuwait City e come altri 10 milioni di “pinoy” nel mondo aveva mandato soldi ai suoi abbastanza regolarmente pur lamentando diminuzioni della paga e condizioni umilianti. Dall’estate 2016 i contatti si sono interrotti e al novembre di quell’anno potrebbe risalire la sua morte dovuta a strangolamento, anche se aveva ferite di varie epoche e le costole rotte per farla entrare nel refrigeratore rimasto acceso in un appartamento affittato dagli assassini, ora ricercati tra Libano e Siria. La macabra scoperta ha portato a 4 il numero delle colf filippine morte in Kuwait per le violenze a cavallo tra il 2017 e l’inizio dell’anno, quando il presidente Rodrigo Duterte ha annunciato l’intenzione di vietare alle connazionali di recarsi a lavorare come domestiche nel paese mediorientale. Nei giorni scorsi molte partenze sono state annullate e un primo gruppo di 1.700 migranti sono rientrate grazie alle facilitazioni concesse dal governo. Nessuno è in grado di quantificare le cifre del lato oscuro di questo traffico di braccia che avviene con un giro miliardario di agenzie specializzate, prestasoldi e riscossori dei debiti. Nei giorni scorsi all’arrivo del feretro di Joanna in aeroporto a Manila c’erano centinaia di giovani ex migranti e alcune hanno raccontato tra lacrime e rabbia la vita da “animali” che molte di loro sono state costrette a subire. 

Nei prossimi giorni le Filippine si aspettano il rientro di 10mila persone, percentuale alta considerando che le loro migranti in Kuwait sono 200 mila. Ma il divieto potrebbe essere una mossa per spingere le autorità mediorientali a garantire maggiori diritti alle collaboratrici domestiche straniere. In un’enclave di vecchi immigrati cinesi alla periferia della città turistica malese di Penang è ambientata l’ultima storia tragica che ha fatto prendere in considerazione anche al presidente indonesiano Joko Widowo l’ipotesi di sospendere l’invio di colf indonesiane in Malesia. Adelina Lisao aveva 21 anni quando è morta dopo quasi tre anni di inferno, in parte documentato dai vicini che l’hanno fotografata nel cortile dove la facevano dormire sul pavimento di fianco alla cuccia di un rottwailer. Quando la polizia è giunta sul posto ha trovato Adelina in stato confusionale. Aveva gravi traumi, ma a ucciderla il giorno dopo del suo ricovero in ospedale è stata una grave forma di anemia, dovuta probabilmente alla mancanza di cibo e di assistenza oltre agli orari di lavoro disumani. Un fratello e una sorella sono stati arrestati per l’omicidio. I familiari di Adelina vivono nella povera regione di Nusa Tenggara all’estremo sud dell’arcipelago indonesiano e le loro immagini strazianti all’arrivo della bara di zinco in aeroporto hanno fatto il giro del Paese, assieme alle dichiarazioni dei genitori secondo i quali dopo il primo stipendio di 500 dollari sceso a 300 il secondo mese, la giovane non aveva mai più avuto un soldo dai datori di lavoro. Ora chiedono quantomeno i tre anni arretrati mai pagati.