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La rivoluzione delle bambine millenarie

Poche lacrime e più muscoli: così cresce  la generazione che sta dando l'assalto alla nuova frontiera della femminilità Usa
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Belle come ancora non sanno di essere, bardate come gladiatrici con elmi, corazze, fasce gambiere, maschere, mazze, bastoni o semplici calzamaglie e legging da ballerine, vedo le mie americane di domani uscire di casa per muovere all'assalto della nuova frontiera della "American Girl", della femminilità Usa. Non disdegnano il rossetto della mamma e l'ombretto per farsi gli occhioni da "femme fatale" a 9 o 10 anni, nella ancora vaga intuizione della prossima pubertà con gli imperativi degli ormoni, ma più dello sguardo assassino, il loro ideale è il goal, il tackle duro, la mischia, la resistenza, sono quei muscoli che da esili e pallide fasce attorno alle ossicine fragili si formano e si irrobustiscono. Ancora non lo sanno, ma stanno cambiando l'ideale della "Great American Beauty", della bellezza femminile, dal languore corpulento della Belle Époque alla muscolatura scolpita dell'atleta.

Addio Barbie, c…
Belle come ancora non sanno di essere, bardate come gladiatrici con elmi, corazze, fasce gambiere, maschere, mazze, bastoni o semplici calzamaglie e legging da ballerine, vedo le mie americane di domani uscire di casa per muovere all'assalto della nuova frontiera della "American Girl", della femminilità Usa. Non disdegnano il rossetto della mamma e l'ombretto per farsi gli occhioni da "femme fatale" a 9 o 10 anni, nella ancora vaga intuizione della prossima pubertà con gli imperativi degli ormoni, ma più dello sguardo assassino, il loro ideale è il goal, il tackle duro, la mischia, la resistenza, sono quei muscoli che da esili e pallide fasce attorno alle ossicine fragili si formano e si irrobustiscono. Ancora non lo sanno, ma stanno cambiando l'ideale della "Great American Beauty", della bellezza femminile, dal languore corpulento della Belle Époque alla muscolatura scolpita dell'atleta.

Addio Barbie, conigliotte col batuffolo di cotone sul sedere, 90x60x90, Marilyn e Pin-Up dagli opimi fianchi e dai seni terrazzati in eterna lotta con la forza di gravità, costruite da diete alla rovescia ("Agli uomini non piacciono le magre", avvertivano le riviste anni '30) e dai ritoccatori prima dei miracoli di Photoshop, da appendere con le puntine da disegno alle cabine dei camion o da dipingere sulle carlinghe dei bombardieri, prima che i comandi della Air Force le vietassero. La generazione delle bambine millenarie sta crescendo, soprattutto fra le classi medie, benestanti e bianche dove è più facile scegliere che sopravvivere, nel culto dell'attività agonistica e della forza fisica. La caviglia sottile, il ben tornito polpaccio, la coscia affusolata, il collo esile, da ideali stanno diventando handicap, quando si devono affrontare e sconfiggere avversarie sotto i canestri del basket, nei campi dell'hockey su prato, nella disfida del "Lacrosse", parente del calcio dove invece dei piedi si usano lunghi bastoni con cestelli in cima e ci si mena.

Mentre ai maschi si insegna che è ok piangere per la bua o per una delusione, alle femminucce si rimproverano segni di debolezza e vedo le loro madri ai bordi dei campi, anziché correre per medicare la sbucciatura al ginocchio, incitare la piccola Sally, la bionda Jane, l'esile Mary a non far tante scene, ad alzarsi e riprendere a battersi. I nonni, dinosauri di altre culture in via di estinzione, sono guardati male soprattutto dalle allenatrici, implacabili amazzoni, se si fiondano a porgono fazzolettini di carta e cerottini o consolano la bambina con la spalla lussata. "Stringi i denti, girl e fight", battiti. Al massimo, l'atleta tascabile può scendere a patti, come fa una mia nipotina di sette anni, bamboletta di ferro con occhi di ghiaccio, che detesta il calcio e chiede di uscire se fa goal. Lo fa, puntuale, ed esce a fare capriole sull'erba.

Molta di questa rivoluzione culturale che sta spazzando via i rottami del "sesso debole" per privilegiare la forza come espressione di indipendenza e di robustezza mentale, viene da una semplice ed epocale riforma introdotta nel 1972, all'apice del primo femminismo, chiamata "Titolo IX". Con essa, tutte le università pubbliche furono obbligate a destinare gli stessi finanziamenti agli sport praticati dai maschi come a quelli praticati dalle femmine, spesso costringendo le amministrazioni a inventare squadre di ragazze che non avevano per non perdere i soldi pubblici. Quella legge spalancò anche alle femmine la porta delle borse di studio sportive, le rette gratuite per le atlete reclutate, incentivando i genitori a fare delle loro bambine future giocatrici selezionate, risparmiando i costi brutali degli studi. Ma lentamente, l'emergere di leve di bambine orgogliose della loro abilità sportiva prima che della loro linea, sta cambiando i canoni della "correttezza estetica". Tramontate le Marilyn, le Hayworth, le maggiorate alla Jane Mansfield, passate le bellezze intellettuali e schizzinose delle donne "crisi" alla maniera delle Meryl Streep o Susan Sarandon, invecchiate le esili Twiggy e, sembra fortunatamente per sempre, le "waif", i tragici ectoplasmi dell'"ero-look", le piccole millenarie vogliono essere forti, vincenti, autonome, competitive in tutto. L'estetica della forza come manifesto della nuova etica della "Wonder Woman", alla quale niente è precluso. Neppure le botte sul campo. Sono forte, io, come una donna.