NEW YORK. Lo chiamavano The American Pastor e lo è stato davvero. Il reverendo Billy Graham, morto ieri a 99 anni, è stato l'uomo di chiesa più influente nell'America del ventesimo secolo, il primo grande tele-evangelista capace di influenzare (sul serio) decine di milioni di fedeli, e milioni di elettori, migliaia di figure pubbliche e anche qualche presidente. Mescolando per decenni le sue convinzioni religiose con una grande presenza scenica e un uso sapiente di radio, tv e tecniche di comunicazione di massa, ha creato una formidabile macchina di propaganda religiosa (protestanti evangelici) e politica, fondando un impero (con buon ritorno economico) globale.
Ha parlato negli stadi delle grandi metropoli radunando folle oceaniche, in più di mezzo secolo (1947-2005) le sue "Crociate" (si chiamano proprio così) lo hanno portato in ogni angolo del mondo, con i sermoni tradotti simultaneamente in 48 lingue trasmessi in 185 paesi via…
Ha parlato negli stadi delle grandi metropoli radunando folle oceaniche, in più di mezzo secolo (1947-2005) le sue "Crociate" (si chiamano proprio così) lo hanno portato in ogni angolo del mondo, con i sermoni tradotti simultaneamente in 48 lingue trasmessi in 185 paesi via…
NEW YORK. Lo chiamavano The American Pastor e lo è stato davvero. Il reverendo Billy Graham, morto ieri a 99 anni, è stato l'uomo di chiesa più influente nell'America del ventesimo secolo, il primo grande tele-evangelista capace di influenzare (sul serio) decine di milioni di fedeli, e milioni di elettori, migliaia di figure pubbliche e anche qualche presidente. Mescolando per decenni le sue convinzioni religiose con una grande presenza scenica e un uso sapiente di radio, tv e tecniche di comunicazione di massa, ha creato una formidabile macchina di propaganda religiosa (protestanti evangelici) e politica, fondando un impero (con buon ritorno economico) globale.
Ha parlato negli stadi delle grandi metropoli radunando folle oceaniche, in più di mezzo secolo (1947-2005) le sue "Crociate" (si chiamano proprio così) lo hanno portato in ogni angolo del mondo, con i sermoni tradotti simultaneamente in 48 lingue trasmessi in 185 paesi via satellite. Ha convertito al protestantesimo milioni di nuovi fedeli (i maggiori successi in America Latina ed Asia), considerato dal suo grande gregge un leader pari al Papa o al Dalai Lama.
"Sto solo promuovendo il Vangelo", aveva confessato in un'intervista alla vigilia della sua ultima "Crociata" prima di ritirarsi nella sua North Carolina per gli acciacchi della vecchiaia. Era il primo a sapere che non era vero, la sua è stata per mezzo secolo un'agenda insieme religiosa, politica, economica e di potere. Repubblicano convinto (ma fino alla candidatura Kennedy era democratico), fu amico e consigliere di presidenti in modo bipartisan, da Harry Truman fino a Barack Obama. Con alcuni più amico, è il caso di Nixon e quella con il presidente del Watergate gli costò feroci critiche: perché dai nastri segreti della Casa Bianca venne fuori un certo antisemitismo ("Molti ebrei sono miei grandi amici, mi frequentano perché sanno che sono dalla parte di Israele. Ma non sanno cosa penso su quello che stanno facendo in questo paese e il modo in cui controllano i media").
Col passare dei decenni è diventato sempre di più il Pastore d'America: sue le letture ai funerali di Nixon, le preghiere nella cattedrale di New York per le vittime dell'11 settembre, sue le prediche a New Orleans dopo i disastri dell'uragano Katrina. Ha creato un genere unico, il tele-predicatore, prendendo spunto dal radio-evangelista più famoso degli anni Trenta (per il metodo, non per l'ideologia), il prete cattolico Charles Coughlin, ammiratore di Hitler e Mussolini, antisemita che quasi ogni giorno attaccava "i banchieri ebrei" responsabili di ogni misfatto terreno. È stato il capostipite di una generazione di tele-evangelisti che hanno condizionato (e condizionano ancora) la vita politica e la morale americana.
Ma tra critiche di ogni tipo al modernismo, alla teoria dell'evoluzione, razzismo latente (e in qualche caso aperto), le nuove generazioni di tele-predicatori non hanno neanche lontanamente il carisma di Billy Graham ed il mestiere è andato un po' in crisi. I tele-pastori di successo nell'America di Trump si contano sulle dita di una mano: il texano Joel Osteen, l'insegnante di religione Joyce Meyer, T. D. Jakes, religioso, autore di libri e regista con la sua chiesa in West Virginia. Per l'America evangelista e conservatrice sono oggi molto più popolari (e contano di più politicamente) i protagonisti dei talk-show radiotelevisivi: Rush Limbaugh, Sean Hannity, Glenn Beck o conduttrici aggressive come Laura Ingraham.
Ha parlato negli stadi delle grandi metropoli radunando folle oceaniche, in più di mezzo secolo (1947-2005) le sue "Crociate" (si chiamano proprio così) lo hanno portato in ogni angolo del mondo, con i sermoni tradotti simultaneamente in 48 lingue trasmessi in 185 paesi via satellite. Ha convertito al protestantesimo milioni di nuovi fedeli (i maggiori successi in America Latina ed Asia), considerato dal suo grande gregge un leader pari al Papa o al Dalai Lama.
"Sto solo promuovendo il Vangelo", aveva confessato in un'intervista alla vigilia della sua ultima "Crociata" prima di ritirarsi nella sua North Carolina per gli acciacchi della vecchiaia. Era il primo a sapere che non era vero, la sua è stata per mezzo secolo un'agenda insieme religiosa, politica, economica e di potere. Repubblicano convinto (ma fino alla candidatura Kennedy era democratico), fu amico e consigliere di presidenti in modo bipartisan, da Harry Truman fino a Barack Obama. Con alcuni più amico, è il caso di Nixon e quella con il presidente del Watergate gli costò feroci critiche: perché dai nastri segreti della Casa Bianca venne fuori un certo antisemitismo ("Molti ebrei sono miei grandi amici, mi frequentano perché sanno che sono dalla parte di Israele. Ma non sanno cosa penso su quello che stanno facendo in questo paese e il modo in cui controllano i media").
Col passare dei decenni è diventato sempre di più il Pastore d'America: sue le letture ai funerali di Nixon, le preghiere nella cattedrale di New York per le vittime dell'11 settembre, sue le prediche a New Orleans dopo i disastri dell'uragano Katrina. Ha creato un genere unico, il tele-predicatore, prendendo spunto dal radio-evangelista più famoso degli anni Trenta (per il metodo, non per l'ideologia), il prete cattolico Charles Coughlin, ammiratore di Hitler e Mussolini, antisemita che quasi ogni giorno attaccava "i banchieri ebrei" responsabili di ogni misfatto terreno. È stato il capostipite di una generazione di tele-evangelisti che hanno condizionato (e condizionano ancora) la vita politica e la morale americana.
Ma tra critiche di ogni tipo al modernismo, alla teoria dell'evoluzione, razzismo latente (e in qualche caso aperto), le nuove generazioni di tele-predicatori non hanno neanche lontanamente il carisma di Billy Graham ed il mestiere è andato un po' in crisi. I tele-pastori di successo nell'America di Trump si contano sulle dita di una mano: il texano Joel Osteen, l'insegnante di religione Joyce Meyer, T. D. Jakes, religioso, autore di libri e regista con la sua chiesa in West Virginia. Per l'America evangelista e conservatrice sono oggi molto più popolari (e contano di più politicamente) i protagonisti dei talk-show radiotelevisivi: Rush Limbaugh, Sean Hannity, Glenn Beck o conduttrici aggressive come Laura Ingraham.