Il mondo segreto delle ragazze della Yakuza
Giulia Pompili, di GIULIA POMPILI. Foto di CLOÈ JAFÈUna giovane fotografa è riuscita a entrare dietro le quinte della mafia del sol levante. e raccontare, per la prima volta, il ruolo delle donne. Un reportage in anteprima da D La Repubblica delle donne in edicola il 24 febbraio
Kabukicho non è più quello di una volta, spiegano i vecchi giapponesi. Il quartier generale della mafia di Tokyo, al quale per uno straniero fino a qualche anno fa era perfino difficile accedere, si è trasformato. I suoi torii, cioè i portali d'ingresso tradizionali, i love hotel, i robot restaurant, le sale per giocare al pachinko e gli hostess bar sono ancora lì, nel cuore della capitale nipponica, ma Kabukicho oggi è più che altro un'attrazione per turisti, buona per le foto su Instagram. Del resto, pure la yakuza, una delle organizzazioni criminali più famose e temute del mondo, non è più tatuaggi, dita mozzate e codici d'onore. Le organizzazioni criminali sono entrate nel business e nella politica, fanno parte del mondo della finanza, gli affiliati indossano il completo e scrivono sull'iPad. Tra i vicoli della vecchia zona a luci rosse, stradine che si inerpicano in mezzo ai neon e alla musica …
Kabukicho non è più quello di una volta, spiegano i vecchi giapponesi. Il quartier generale della mafia di Tokyo, al quale per uno straniero fino a qualche anno fa era perfino difficile accedere, si è trasformato. I suoi torii, cioè i portali d'ingresso tradizionali, i love hotel, i robot restaurant, le sale per giocare al pachinko e gli hostess bar sono ancora lì, nel cuore della capitale nipponica, ma Kabukicho oggi è più che altro un'attrazione per turisti, buona per le foto su Instagram. Del resto, pure la yakuza, una delle organizzazioni criminali più famose e temute del mondo, non è più tatuaggi, dita mozzate e codici d'onore. Le organizzazioni criminali sono entrate nel business e nella politica, fanno parte del mondo della finanza, gli affiliati indossano il completo e scrivono sull'iPad. Tra i vicoli della vecchia zona a luci rosse, stradine che si inerpicano in mezzo ai neon e alla musica sparata a tutto volume, è ancora possibile riconoscere quei vecchi signori posti a controllo di passaggi indesiderati; ma sono pochi, e non fanno più paura. Poi ci sono le donne, anzi, le mama-san, che gestiscono l'intrattenimento per uomini, dagli hostess club ai famosi soapland.
Quando la prostituzione fu bandita, alla fine degli anni '50, era stata la yakuza a trasformare i bordelli in bagni pubblici dove, per poche centinaia di yen, le ragazze insaponavano e lavavano gli uomini. Lo fanno ancora oggi, ma le mama-san non comandano più, sono a loro volta schiave di un meccanismo più grande di loro, così come le donne impiegate nel business, quasi tutte provenienti dalla Corea e dal sud-est asiatico; si paga di più a voler essere intrattenuti da una giapponese.
"Ho iniziato lavorando in un hostess bar di Ginza. Non ha niente a che fare con il sesso. Si parla con i clienti, si flirta, tutto qui. Frequentare quel posto mi ha fatto capire molto degli uomini giapponesi". A parlare è Chloé Jafé, 33 anni, fotografa francese che qualche anno fa ha deciso di raccontare attraverso le immagini il mondo della yakuza, ma soprattutto il mondo delle donne che le ruotano intorno. Gli hostess bar sono notoriamente un'industria nelle mani della mafia, ed è lì dentro che Chloé ha capito che non solo per fotografare, ma anche per avvicinare un membro dell'organizzazione, avrebbe dovuto chiedere il nullaosta. "Ho visto per la prima volta il boss a cui volevo chiedere l'accesso a questo mondo durante un matsuri, una festa tradizionale. Mi sembrava di essere finita in un film". Parlare con il capo-yakuza in modo diretto è impensabile, per questo quel giorno, dopo aver cercato contatti, Chloé si è dovuta accontentare di un primo approccio con una delle guardie del corpo. Dopo qualche giorno le è arrivato il messaggio: vediamoci a pranzo. "È lì che è iniziata una lunga frequentazione perché lui iniziasse a fidarsi. Poi è successo: sono stata autorizzata"., La sua immersione nella yakuza è iniziata. In tutto, il lavoro dietro l'obiettivo è durato quattro anni. Chloé ha potuto fotografare il "padrino", la moglie, la figlia... l'intera famiglia del boss.
"All'interno della yakuza le donne non hanno un vero ruolo. Sono le escluse in un mondo di esclusi. Certo, dipende da chi è tuo marito, la tua condizione è diversa se sei sposata con un capo o con un soldato. Da quello dipende anche la necessità o meno del lavoro femminile", racconta Chloé. Tra tutte, però, c'è un tratto comune: "Quando non le conosci, sono donne come tutte le altre. Ma se riesci a entrare in confidenza con loro, scopri che provengono da diversi ambienti, che tutte hanno caratteri molto forti e alle spalle storie difficili". Come quella raccontata da Shoko Tendo nel libro Yakuza Moon, il memoir della figlia di un boss che fece scalpore internazionale e portò alla luce alcuni dei problemi più devastanti per le donne che tentano di uscire da quel mondo: la discriminazione, il bullismo, la violenza. Tendo era usata spesso dal padre come "merce di scambio", e veniva picchiata se provava a ribellarsi. "Credo che la sua storia sia tra le più sfortunate", dice Jafé, "ma è vero che, per esempio, una donna che divorzia da un boss ha difficoltà a rifarsi una vita. Lo stigma resta per sempre".
La yakuza è spesso associata alla 'ndrangheta italiana, ma il paragone non regge del tutto: la società giapponese è molto più complessa di quella italiana, e anche nel mondo sotterraneo della criminalità le regole sono diverse. La struttura gerarchica della yakuza si ispira al Giappone feudale, al senso dell'onore e del rispetto tipico dei samurai, e il sentimento nazionalistico è parte integrante di questa visione del mondo. I membri sono dei criminali, ma spesso sono riusciti a sostituirsi allo Stato, costruendo un'alternativa al welfare di Tokyo. È noto il coinvolgimento della mafia nipponica nei soccorsi dopo il terremoto di Tokyo del 1995, quando gli uomini della Yamaguchi-gumi, clan della yakuza radicata nella città di Kobe, portarono alla popolazione aiuto e generi di prima necessità ancor prima delle Forze dell'ordine. Nel mondo sotterraneo della mafia giapponese c'è una dimensione molto forte legata all'unità familiare, ma a differenza della 'ndrangheta italiana, nella storia della yakuza soltanto una donna è riuscita ad arrivare ai vertici, Fumiko Taoka.
Quando il boss più famoso della storia della mafia nipponica, Kazuo Taoka, muore d'infarto il 23 giugno del 1981, la Yamaguchi-gumi è già da qualche tempo uno dei gruppi della yakuza tra i più influenti e temuti del paese, con forti legami all'estero. In 35 anni da kumicho, da boss, Taoka aveva costruito da zero e rivoluzionato il mondo della yakuza, espandendone gli interessi. Con la sua morte, però, la sede resta vacante, ed è allora che a salvare l'unità della gang arriva Fumiko, la vedova di Taoka. La donna, che fino ad allora aveva saputo tutto, controllato tutto, preso nota di tutto, contro ogni previsione raccoglie l'eredità del marito e tiene insieme la struttura sotterranea della yakuza. Lo fa fino al 1984, quando gli otto membri del Consiglio eleggono il nuovo kumicho. Poco più che sessantenne, in tre anni la boss si occupa dell'ordinaria amministrazione: ancora oggi non è nemmeno inclusa tra i grandi capi della Yamaguchi-gumi. "Il ruolo della donna in Giappone sta cambiando, ma la criminalità resta sotto stretto controllo maschile", spiega Brett Bull, direttore e fondatore di Tokyo Reporter, rivista specializzata in criminalità giapponese: "Le donne svolgono un ruolo chiave nelle attività di money making.
È noto che le gang abbiano in mano il fuzoku, i locali che fanno business con il sesso: sono perlopiù gestiti da donne e si trovano nei quartieri a luci rosse. La yakuza partecipa poi all'industria dei film per adulti (le attrici giapponesi sono conosciute in tutto il mondo). Perfino un certo numero di agenzie per talent scout ha legami con la yakuza". Bull dice che per secoli le donne in Giappone sono state trattate come cittadini di seconda classe, emarginazione dovuta "alla concezione delle donne come oggetti che serpeggia nella società del Sol Levante. Se guardiamo al mondo dell'intrattenimento, per esempio, salta all'occhio: l'industria idol (quella che fabbrica idoli per adolescenti) promuove le ragazze proprio come oggetti per le fantasie di uomini anziani". Anche Bull cita solo Fumiko a capo del gruppo criminale, ed è la sua figura ad aver contribuito alla nascita del mito della onna-oyabun, la donna capo. Un mito, appunto. Perché nella Gomorra giapponese non esiste O-ren Ishii, il personaggio creato da Quentin Tarantino in Kill Bill. Nel film Lucy Liu è il boss della yakuza di Tokyo, siede a capotavola ed è pronta a uccidere se i suoi consiglieri mettono in dubbio la dignità del suo ruolo. Ma è fiction. Nella storia c'è stata soltanto Fumiko Taoka, oggi restano le donne di Kabukicho.
Il servizio su D La Repubblica delle donne in edicola il 24 febbraio