Croce Rossa: “Aiutiamo persone fragili, dobbiamo essere integerrimi”
Giampaolo Cadalanu , di GIAMPAOLO CADALANUIl presidente Francesco Rocca parla del codice etico per il personale umanitario: "Non basta essere bravi agronomi o ingegneri, ci vuole una condotta inattaccabile". E c'è anche un sistema di denuncia con segnalazioni anonime
Per Francesco Rocca, presidente della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, non ci sono scusanti: il personale impegnato negli interventi umanitari deve tenere un comportamento del tutto ineccepibile.
Presidente, ormai è una valanga la serie di scandali che colpisce Agenzie internazionali e Organizzazioni non governative. Ha mai avuto sentore che il problema fosse così diffuso?
"Sapevamo che c'era la possibilità, altrimenti non avremmo varato già diversi anni fa il Codice etico che definisce i limiti all'interno dei quali un lavoratore umanitario si deve comportare. Quando sul terreno c'è tanto personale - si parla di grandi numeri - bisogna essere preparati. Certo, è triste: il settore in cui operiamo è delicato e gli esseri umani dovrebbero essere sempre al centro dell'attenzione. Ma l'esperienza ci ha insegnato che non sempre è così".
Il direttore del Comitato intern…
Presidente, ormai è una valanga la serie di scandali che colpisce Agenzie internazionali e Organizzazioni non governative. Ha mai avuto sentore che il problema fosse così diffuso?
"Sapevamo che c'era la possibilità, altrimenti non avremmo varato già diversi anni fa il Codice etico che definisce i limiti all'interno dei quali un lavoratore umanitario si deve comportare. Quando sul terreno c'è tanto personale - si parla di grandi numeri - bisogna essere preparati. Certo, è triste: il settore in cui operiamo è delicato e gli esseri umani dovrebbero essere sempre al centro dell'attenzione. Ma l'esperienza ci ha insegnato che non sempre è così".
Il direttore del Comitato intern…
Per Francesco Rocca, presidente della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, non ci sono scusanti: il personale impegnato negli interventi umanitari deve tenere un comportamento del tutto ineccepibile.
Presidente, ormai è una valanga la serie di scandali che colpisce Agenzie internazionali e Organizzazioni non governative. Ha mai avuto sentore che il problema fosse così diffuso?
"Sapevamo che c'era la possibilità, altrimenti non avremmo varato già diversi anni fa il Codice etico che definisce i limiti all'interno dei quali un lavoratore umanitario si deve comportare. Quando sul terreno c'è tanto personale - si parla di grandi numeri - bisogna essere preparati. Certo, è triste: il settore in cui operiamo è delicato e gli esseri umani dovrebbero essere sempre al centro dell'attenzione. Ma l'esperienza ci ha insegnato che non sempre è così".
Il direttore del Comitato internazionale ha parlato di 17 mila persone sul terreno. C'era da attendersi qualche pecora nera?
"Sono stati 21 casi in quattro anni".
Come funzione il codice?
"Normative del genere non nascono sull'onda degli scandali. Il nostro codice è stato introdotto nel 2006, viene revisionato regolarmente, l'ultima volta nel 2016. Regola a 360 gradi la condotta e lo stile che ci si attende da un operatore sul terreno, non solo in tema di molestie sessuali o prostituzione, ma anche per esempio nella gestione delle risorse o dei beni affidati. E' una cornice all'interno di cui ci si deve comportare e stiamo lavorando sui meccanismi per controllarne l'applicazione, per esempio sullo scambio dei dati, che prima non c'era. L'accesso ai file delle risorse umane è fondamentale per evitare casi di abusi, vorrei che diventasse un sistema diffuso fra tutte le organizzazioni umanitarie".
Non c'è una sfumatura di moralismo nel divieto di accesso alla prostituzione, nei Paesi dove questa è legale?
"Il confine fra libera scelta e sfruttamento in casi di necessità è una barriera che i nostri operatori devono avere ben chiara, invalicabile quando c'è il nostro emblema. Non è una questione di scelte individuali del soggetto: da chi sul terreno veste i nostri simboli ci si attende un comportamento all'interno di una cornice etica. Non è moralismo".
Il divieto colpisce insomma quei casi in cui un operatore è nella posizione di "concedere" aiuti? Qualcosa di simile al reato di concussione del Codice italiano?
"No, no. La nostra pretesa è molto più alta. Si lavora in contesti di per sé fragili. Per quanto la legislazione locale possa ammettere la prostituzione, resta il fatto che in quel contesto la posizione degli operatori umanitari è particolare, devono rispettare quella fragilità. Non tocca a loro investigare le ragioni di chi decide di prostituirsi. Nei fatti però si realizza una relazione di potere in cui l'operatore non deve mai trovarsi".
Ma gli operatori in trasferta come accolgono questa regola? Fanno finta che non esistano tensioni e necessità?
"Gli operatori possono tornare a casa periodicamente. E nel momento in cui sul terreno rappresentano un'organizzazione, ne devono rispettare i valori e i principi. Il comportamento dev'essere coerente, non bastano le competenze tecniche, che so, di agronomia o di ingegneria".
Resta l'aspetto del sacrificio. E' condiviso?
"Chi decide di servire un'organizzazione come la nostra, che per scelta aiuta le persone più vulnerabili, fa una scelta, che può anche non essere semplice. Una volta fatta bisogna star dentro alle regole del gioco. La necessità di questa coerenza è sottolineata anche dal clamore con cui sono state accolte le notizie degli abusi, i casi di Oxfam eccetera. Ci si aspetta un comportamento ineccepibile da chi sceglie di servire le persone che si trovano in condizioni di fragilità".
C'è una preoccupazione diffusa su questi temi o è stata una sorpresa?
"Noi abbiamo istituito un meccanismo di allarme, una sorta di whistleblowing che permette segnalazioni del tutto anonime, e oggi segnaliamo quei pochi casi verificati in piena trasparenza".
Il futuro prevede coordinamento fra agenzie e Ong?
"La Federazione coordina le agenzie nazionali e il Comitato internazionale. Mi auguro che venga fuori un collegamento anche con le altre organizzazioni, anche se potrebbe esserci un problema di privacy".
Che significa?
"L'emersione dei comportamenti deve essere presente nei contratti sin dal principio. O si parla di reati, che vengono giudicati da un giudice terzo, oppure sono fatti che restano nella sfera privata, a meno che non si chiariscano le regole del gioco".
Nel Codice si parla anche di stupefacenti o di altri abusi, ovvero c'è un'impostazione etica complessiva?
"Certo".
Non c'è il pericolo di una caccia alle streghe su comportamenti controversi ma non penalmente rilevanti?
"Questo esiste solo nella risposta dei media. In realtà la misura si apprende passo passo. Ma introducendo meccanismi di attenzione, come la possibilità di denunce anonime, diamo la prima risposta a chi si sente vittima di abusi".
Ci sono stati casi di corruzione vera e propria, con passaggi di denaro?
"In Africa occidentale, mentre eravamo impegnati per l'epidemia di Ebola, abbiamo registrato dei casi, denunciati alle autorità competenti. Il monitoraggio è continuo, ma siamo sopra le 22 mila unità, fra Comitato e Federazione, è inevitabile che ci sia qualche mela marcia".
Presidente, ormai è una valanga la serie di scandali che colpisce Agenzie internazionali e Organizzazioni non governative. Ha mai avuto sentore che il problema fosse così diffuso?
"Sapevamo che c'era la possibilità, altrimenti non avremmo varato già diversi anni fa il Codice etico che definisce i limiti all'interno dei quali un lavoratore umanitario si deve comportare. Quando sul terreno c'è tanto personale - si parla di grandi numeri - bisogna essere preparati. Certo, è triste: il settore in cui operiamo è delicato e gli esseri umani dovrebbero essere sempre al centro dell'attenzione. Ma l'esperienza ci ha insegnato che non sempre è così".
Il direttore del Comitato internazionale ha parlato di 17 mila persone sul terreno. C'era da attendersi qualche pecora nera?
"Sono stati 21 casi in quattro anni".
Come funzione il codice?
"Normative del genere non nascono sull'onda degli scandali. Il nostro codice è stato introdotto nel 2006, viene revisionato regolarmente, l'ultima volta nel 2016. Regola a 360 gradi la condotta e lo stile che ci si attende da un operatore sul terreno, non solo in tema di molestie sessuali o prostituzione, ma anche per esempio nella gestione delle risorse o dei beni affidati. E' una cornice all'interno di cui ci si deve comportare e stiamo lavorando sui meccanismi per controllarne l'applicazione, per esempio sullo scambio dei dati, che prima non c'era. L'accesso ai file delle risorse umane è fondamentale per evitare casi di abusi, vorrei che diventasse un sistema diffuso fra tutte le organizzazioni umanitarie".
Non c'è una sfumatura di moralismo nel divieto di accesso alla prostituzione, nei Paesi dove questa è legale?
"Il confine fra libera scelta e sfruttamento in casi di necessità è una barriera che i nostri operatori devono avere ben chiara, invalicabile quando c'è il nostro emblema. Non è una questione di scelte individuali del soggetto: da chi sul terreno veste i nostri simboli ci si attende un comportamento all'interno di una cornice etica. Non è moralismo".
Il divieto colpisce insomma quei casi in cui un operatore è nella posizione di "concedere" aiuti? Qualcosa di simile al reato di concussione del Codice italiano?
"No, no. La nostra pretesa è molto più alta. Si lavora in contesti di per sé fragili. Per quanto la legislazione locale possa ammettere la prostituzione, resta il fatto che in quel contesto la posizione degli operatori umanitari è particolare, devono rispettare quella fragilità. Non tocca a loro investigare le ragioni di chi decide di prostituirsi. Nei fatti però si realizza una relazione di potere in cui l'operatore non deve mai trovarsi".
Ma gli operatori in trasferta come accolgono questa regola? Fanno finta che non esistano tensioni e necessità?
"Gli operatori possono tornare a casa periodicamente. E nel momento in cui sul terreno rappresentano un'organizzazione, ne devono rispettare i valori e i principi. Il comportamento dev'essere coerente, non bastano le competenze tecniche, che so, di agronomia o di ingegneria".
Resta l'aspetto del sacrificio. E' condiviso?
"Chi decide di servire un'organizzazione come la nostra, che per scelta aiuta le persone più vulnerabili, fa una scelta, che può anche non essere semplice. Una volta fatta bisogna star dentro alle regole del gioco. La necessità di questa coerenza è sottolineata anche dal clamore con cui sono state accolte le notizie degli abusi, i casi di Oxfam eccetera. Ci si aspetta un comportamento ineccepibile da chi sceglie di servire le persone che si trovano in condizioni di fragilità".
C'è una preoccupazione diffusa su questi temi o è stata una sorpresa?
"Noi abbiamo istituito un meccanismo di allarme, una sorta di whistleblowing che permette segnalazioni del tutto anonime, e oggi segnaliamo quei pochi casi verificati in piena trasparenza".
Il futuro prevede coordinamento fra agenzie e Ong?
"La Federazione coordina le agenzie nazionali e il Comitato internazionale. Mi auguro che venga fuori un collegamento anche con le altre organizzazioni, anche se potrebbe esserci un problema di privacy".
Che significa?
"L'emersione dei comportamenti deve essere presente nei contratti sin dal principio. O si parla di reati, che vengono giudicati da un giudice terzo, oppure sono fatti che restano nella sfera privata, a meno che non si chiariscano le regole del gioco".
Nel Codice si parla anche di stupefacenti o di altri abusi, ovvero c'è un'impostazione etica complessiva?
"Certo".
Non c'è il pericolo di una caccia alle streghe su comportamenti controversi ma non penalmente rilevanti?
"Questo esiste solo nella risposta dei media. In realtà la misura si apprende passo passo. Ma introducendo meccanismi di attenzione, come la possibilità di denunce anonime, diamo la prima risposta a chi si sente vittima di abusi".
Ci sono stati casi di corruzione vera e propria, con passaggi di denaro?
"In Africa occidentale, mentre eravamo impegnati per l'epidemia di Ebola, abbiamo registrato dei casi, denunciati alle autorità competenti. Il monitoraggio è continuo, ma siamo sopra le 22 mila unità, fra Comitato e Federazione, è inevitabile che ci sia qualche mela marcia".