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Un uomo passa davanti a Beit Beirut, o casa Barakat, edificio degli anni Venti della capitale libanese. Durante la guerra civile veniva utilizzato dai cecchini. Oggi ospita un museo (Diego Ibarra Sanchez) 

Nella Beirut da Oscar. E senza memoria

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In una città che assomiglia sempre di più a Dubai un bell'edificio, già covo di cecchini, è diventato un museo della guerra civile. Un tema che per il Libano è tabù. Ma potrebbe regalargli il premio dell'Academy
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BEIRUT. A quasi tre decenni dalla fine della guerra civile in Libano, Casa Barakat, un elegante edificio in stile ottomano nel centro di Beirut, conserva ancora tutti i segni di quel conflitto. Sui muri, i fori dei proiettili sono stati evidenziati da un restauro non sempre rispettoso. La facciata sta in piedi grazie ai rinforzi di cemento armato e le colonne sono circondate da strutture di ferro. "I lavori di restauro e conservazione non sono stati fatti in maniera adeguata" dice Mona El Hallak, l'architetta che ha combattuto per anni per salvare la struttura, "ma nel 1997 la municipalità era pronta a demolire l'intero edificio. Già il fatto che sia ancora qui è un risultato".

In una Beirut che assomiglia sempre più a Dubai, con i suoi grattacieli e negozi di lusso, Casa Barakat - o Beit Beirut, come è conosciuta da tutti - è un luogo unico. Da palazzo residenziale è diventato durante la guerra un covo di c…
BEIRUT. A quasi tre decenni dalla fine della guerra civile in Libano, Casa Barakat, un elegante edificio in stile ottomano nel centro di Beirut, conserva ancora tutti i segni di quel conflitto. Sui muri, i fori dei proiettili sono stati evidenziati da un restauro non sempre rispettoso. La facciata sta in piedi grazie ai rinforzi di cemento armato e le colonne sono circondate da strutture di ferro. "I lavori di restauro e conservazione non sono stati fatti in maniera adeguata" dice Mona El Hallak, l'architetta che ha combattuto per anni per salvare la struttura, "ma nel 1997 la municipalità era pronta a demolire l'intero edificio. Già il fatto che sia ancora qui è un risultato".

In una Beirut che assomiglia sempre più a Dubai, con i suoi grattacieli e negozi di lusso, Casa Barakat - o Beit Beirut, come è conosciuta da tutti - è un luogo unico. Da palazzo residenziale è diventato durante la guerra un covo di cecchini, trasformandosi in uno dei simboli stessi di quel conflitto che per 15 anni, fino al 1990, vide cristiani e musulmani libanesi, ma anche siriani, palestinesi e israeliani combattersi nel piccolo Libano. Oggi è, almeno formalmente, un museo alla memoria, in una città che ha fatto ogni sforzo per dimenticare: nelle strade il passato è stato demolito a colpi di ruspe e bulldozer, in pubblico non ne discute e nelle scuole non si insegna ai bambini.
"Tutte le cause del conflitto e tutte le divisioni che ha provocato sono ancora qui. La guerra in realtà non è mai finita: per questo non se ne parla" sostiene Reina Sarkis, psicoanalista e ricercatrice che da anni segue i traumi provocati da quegli eventi.

A infliggere un colpo durissimo al muro di gomma di cui parla Sarkis ha pensato L'insulto, il pluripremiato film di Ziad Doueiri, già regista dell'acclamato West Beirut, che fra due giorni per la prima volta nella storia porterà il Libano agli Oscar. Candidato nella categoria di miglior film straniero, racconta la storia di un meccanico cristiano e di un capocantiere palestinese che trasformano un banale litigio per un tubo in uno scontro storico e religioso sugli eventi della guerra civile. "Non volevo fare un film che creasse controversie o mandare un messaggio per cambiare la società. Ma in Medio Oriente le parole portano con sé un peso enorme" ha detto Doueiri.

E a guardare Beit Beirut non si può non dar ragione al regista: in un edificio che per nove anni è stato al centro di un braccio di ferro fra chi voleva salvarlo e chi voleva distruggerlo e che, dopo l'acquisizione ufficiale da parte della municipalità, ci ha messo altri nove anni ad aprire i battenti, non c'è neanche un cartello. All'esterno nulla indica il nome del museo o il fatto stesso che ci sia un museo. Lo stesso accade dentro: nessun cenno alla storia delle due grandi scalinate distrutte dai cecchini per evitare che qualcuno potesse salire a scovarli, le cui macerie occupano ancora parte dell'ingresso. Né delle stanze da letto trasformate in bunker con cemento armato e sacchi di sabbia in cui furono scavate le feritoie per sparare a centinaia di metri di distanza.

"Questo edificio è speciale" spiega El Hallak mentre ci fa da guida nelle sale, "qui c'è Beirut prima, durante e dopo la guerra". Basta chiudere gli occhi per capire: immaginare le grandi finestre disegnate per guardare la città diventare l'angolo di fuoco ideale per i miliziani cristiani che dal primo giorno occuparono il palazzo ben consci della sua posizione strategica, lungo quella che sarebbe diventata la Linea verde. Il grande cortile interno trasformarsi in un passaggio facile per i proiettili sparati da un lato all'altro. L'incrocio sottostante trasformarsi nella famigerata "intersezione della morte". A ricordare tutto questo, sui muri di Beit Beirut ci sono ancora i graffiti. "Inferno" dice uno. In un altro il miliziano si firma "Begin", il nome del primo ministro israeliano che guidò l'offensiva contro i palestinesi.

Per decidere di Beit Beirut c'è, in teoria, una sorta di comitato scientifico. Ma nei fatti, dall'apertura, l'estate scorsa, non è stata fatta nessuna iniziativa relativa alla memoria, né è stato assegnato del personale. A vigilare sul museo ci sono i soldati: e, nonostante le parole ufficiali, trovarlo aperto è una sorta di roulette. "È la seconda volta che vengo e trovo le porte sbarrate" dice sconsolata Laura Kerr, arrivata dalla Germania per visitare un amico. Se le si chiedono informazioni Radha Bakri, che gestisce un negozio dietro l'angolo, scuote le spalle: "Qualche giorno è aperto, qualche giorno no. A vederlo vengono principalmente stranieri. A noi libanesi non interessa. Ho vissuto qui durante tutta la guerra. Ero una bambina quando è iniziata, e ricordo tutto: i morti, il sangue, la paura. Non ho bisogno che qualcuno mi dica che cosa è successo".

El Hallak in mezzo a frasi simili vive da anni. "In questo Paese non si può raccontare la Storia" dice amara. "Le persone al potere oggi sono le stesse di allora. Ma si possono raccontare le storie. Vorrei che la gente entrasse qui e ascoltasse la storia di un bambino di 13 anni che non aveva nessun luogo dove giocare e allora veniva qui. E così si è trasformato in un feroce cecchino. In Libano oggi c'è bisogno di parlare, ma ancora più di ascoltare". Marc Ghazali, 20 anni, studente di scienze politiche, è d'accordo. Da qualche mese ogni sabato organizza un tour a piedi del centro di Beirut, e regolarmente registra il tutto esaurito. Si parla della distruzione della città e della sua rinascita in base a un progetto - Solidere, del primo ministro assassinato Rafiq Hariri - che più che ricostruire ha cancellato ciò che restava, impedendo di conservare ciò che avrebbe potuto fare da legame fra il passato e il presente, fra le diverse generazioni. Oggi chi vuole capire cosa fosse il centro prima della guerra deve fare affidamento sulle vecchie foto perché le ruspe di Hariri, molto più che la guerra, hanno spianato tutto per far posto a una ricostruzione in stile Disneyland.

"Ai miei tour vengono molti giovani" spiega Ghazali. "Quelli che non c'erano vogliono capire. Agli altri non interessa ricordare: un'intera generazione soffre di stress post-traumatico, prova troppo dolore o rabbia. Quando è uscito L'insulto c'è stata una discussione, ma è durata poco. Presto ognuno è tornato sulla sua barricata. La Storia qui può ripetersi da un momento all'altro, e tutti lo sappiamo". Una prova c'è stata poche settimane fa: una scaramuccia verbale fra i sostenitori del presidente della Repubblica, il cristiano Michel Aoun, e lo speaker del parlamento, lo sciita Nabih Berri (protagonisti degli anni della guerra civile), è degenerata in tre giorni di scontri e sparatorie. Copertoni dati alle fiamme, gas lacrimogeni, proiettili: proprio come nell'Insulto.

Scriveva nel 2003 il grande intellettuale libanese Samir Kassir a conclusione del suo libro capolavoro Beirut. Storia di una città: "Sarebbe forse il tempo che Beirut facesse affidamento, per la sua prosperità, su una ritrovata felicità degli uni e degli altri. In sostanza: un po' di democrazia per tutti, e non soltanto in qualche suo quartiere, e pace per i palestinesi. Sono le condizioni che potranno darle nuova vita. E permetterle infine di essere, dopo essere stata così dolcemente". Basta cambiare la parola Beirut con Libano per avere un ritratto del Paese che fra due giorni si presenterà a Hollywood con il suo film più rappresentativo da anni. Samir Kassir però non può farlo: il 2 giugno del 2005 è saltato in aria con la sua auto. Uno dei tanti episodi del passato di cui in questa città, tanto magica quanto maledetta, nessuno parla più.

Sul Venerdì del 2 marzo 2018