Roxane Gay, il corpo come corazza
Anna Lombardi , di ANNA LOMBARDILa scrittrice e attivista americana è ingrassata per difendersi dalle violenze subite. Qui racconta come ha cominciato a trasformare il suo corpo per renderlo repellente, invisibile e di come ora lo rivendichi, della battaglia di #metoo e delle strategie future
"Ogni incontro è una misurazione. La gente misura il mio corpo, lo giudica e lo condanna. Disgustata da quel che considera sregolatezza. Non capiscono niente. Non sanno che sì, ho mangiato, mangiato e mangiato: per trasformare il mio corpo in una corazza. Convinta che solo se fossi diventata enorme sarei stata finalmente al sicuro". Roxane Gay, quarantatré anni, è la scrittrice di origini haitiane che insegna letteratura alla Purdue University, nell'Indiana. Attivista, bisessuale, Gay è soprattutto la "cattiva femminista" che nel suo saggio più celebre (Bad Feminist, appunto, ancora inedito in Italia) ha teorizzato il suo essere "imperfetta" rispetto alle richieste del femminismo tradizionale. Ma è con Fame. Storia del mio corpo che ha sconvolto l'America. "La mia non è la storia di un trionfo", anticipa subito, pesando le parole con la stessa meticolosità con cui a lungo ha …
"Ogni incontro è una misurazione. La gente misura il mio corpo, lo giudica e lo condanna. Disgustata da quel che considera sregolatezza. Non capiscono niente. Non sanno che sì, ho mangiato, mangiato e mangiato: per trasformare il mio corpo in una corazza. Convinta che solo se fossi diventata enorme sarei stata finalmente al sicuro". Roxane Gay, quarantatré anni, è la scrittrice di origini haitiane che insegna letteratura alla Purdue University, nell'Indiana. Attivista, bisessuale, Gay è soprattutto la "cattiva femminista" che nel suo saggio più celebre (Bad Feminist, appunto, ancora inedito in Italia) ha teorizzato il suo essere "imperfetta" rispetto alle richieste del femminismo tradizionale. Ma è con Fame. Storia del mio corpo che ha sconvolto l'America. "La mia non è la storia di un trionfo", anticipa subito, pesando le parole con la stessa meticolosità con cui a lungo ha affrontato la bilancia: che al suo apice, quindici anni fa, schizzava a 262 chili: ora si ferma a 190.
Lei esordisce senza giri di parole: "La realtà del mio corpo è che sono intrappolata in una gabbia". Scriverne è stato un atto di liberazione?
"Direi una sfida a me stessa. Ho scelto di scrivere questo libro quando ho capito che la cosa che volevo meno era proprio parlare della mia grassezza, che i medici definiscono, senza nemmeno visitarmi, "obesità super morbida". Sembra una definizione gentile, vero? Invece indica l'ultimo stadio. L'ho scritto quando ho capito che non volevo svelare come sono arrivata a questo punto".
Nel libro racconta come ha trasformato il suo corpo dopo l'orrore di uno stupro.
"La mia vita e dunque la storia del mio corpo è divisa così: prima e dopo il bosco. Ero una ragazzina normale, timida, magra. Avevo dodici anni e il mio primo fidanzatino mi propose una biciclettata nel bosco. Mi portò in una casa abbandonata dove mi aspettavano i suoi amici. Mi stuprarono a turno tenendomi ferma mentre piangevo. A scuola il giorno dopo lo sapevano tutti. Mi bollarono come puttana, neanche l'avessi voluto. Per anni non ne ho parlato a nessuno. Non mi era nemmeno chiaro quanto fosse inaudita la violenza che avevo subito. Fingevo di essere la brava ragazza che i miei genitori volevano ma mi sentivo indegna e sporca. Mi chiusi in me stessa: cominciai a mangiare".
Perché il cibo?
"Ero una bambina ma mi era già chiaro che l'unica cosa che gli uomini vedevano di me era il mio corpo. Volli diventare repellente, indesiderabile. E anche imponente: da far paura. Volevo essere invisibile nella mia visibilità carnosa".
Vivere in una corazza non è semplice...
"Pensiamo che al mondo ci sia spazio per tutti. Non è così: per corpi come il mio, non conformi agli standard sociali, non c'è spazio né comprensione. Ho dovuto imparare a pianificare tutto. Compro due posti in aereo. Cerco ristoranti che abbiano sedie solide. Faccio mille piccole strategie. E lo detesto: i miei limiti mi fanno sentire sola".
Scriverne ha cambiato la relazione col suo corpo?
"È un processo in atto. Scrivere è stato terapeutico anche se non era il motivo per cui l'ho fatto. Mi ha permesso di guardare oggettivamente indietro e avere più rispetto per la mia storia".
E fuori: ha trovato il rispetto che cercava?
"All'inizio nemmeno i giornalisti riuscivano a pronunciare la parola "grasso". Ora va meglio: un numero scioccante di donne e anche molti uomini mi dicono che li ho aiutati a capire meglio persino sé stessi e a guardare corpi come il mio senza giudicare".
Si riconoscono?
"Ho toccato delle corde: le donne sanno che la società considera i nostri corpi come cosa pubblica da usare, abusare, criticare. Finora ruoli, canoni, violenza erano considerati normali: ma le cose stanno cambiando".
"Fame", pubblicato in America a luglio, ha anticipato di pochi mesi le denunce del movimento #metoo nate sull'onda dello scandalo Weinstein e delle denunce per molestie. Pensa di aver aperto la strada?
"Non so se ho aperto la strada, ma spero di aver dato un contributo significativo. Il movimento #metoo è eccellente: quello in atto è un cambiamento reale, anche se per ora abbiamo solo scalfito la superficie".
Stasera le attrici tornano sul tappeto rosso di Los Angeles per la notte degli Oscar. Vedremo nuovi abiti neri e spille Time'sUp. Ma questi atti simbolici servono a qualcosa?
"In un mondo fatto di canoni i simboli significano tanto. E poi non dobbiamo ridurre tutto ad abiti e spille: trecento donne di Hollywood, me compresa, stanno lavorando a qualcosa di concreto, il fondo Time'sUp. Le donne stanno guidando il cambiamento: ma il problema è interno alla cultura maschile, sta agli uomini risolverlo".
È importante denunciare le violenze subite?
"Chi non se la sente non deve forzarsi, il tempo arriverà. Ma certo: più donne, e uomini, denunciano e meglio è. L'estensione delle violenze sessuali è stata finora sottostimata".
Come ha reagito la sua famiglia scoprendo che cosa celava la sua fame insaziabile?
"Con sorpresa, dolore, rabbia. Ma parlarne ci ha riavvicinato. Lo stupro, ho spiegato, è un trauma: ma sono passati trent'anni. Il modo in cui sono trattata per il mio corpo invece è ancora qui: ultima frontiera della discriminazione".
È vero che ha provato a chiamare il suo stupratore?
"Sì. Una parte di me sperava che avesse letto il libro e avesse capito. Che potesse scusarsi. Quando ho sentito la sua voce dall'altra parte del cavo ho capito quanto fosse assurdo: e ho riagganciato. Il suo percorso non mi riguarda. Non perderò altro tempo a pensarci".
Lei esordisce senza giri di parole: "La realtà del mio corpo è che sono intrappolata in una gabbia". Scriverne è stato un atto di liberazione?
"Direi una sfida a me stessa. Ho scelto di scrivere questo libro quando ho capito che la cosa che volevo meno era proprio parlare della mia grassezza, che i medici definiscono, senza nemmeno visitarmi, "obesità super morbida". Sembra una definizione gentile, vero? Invece indica l'ultimo stadio. L'ho scritto quando ho capito che non volevo svelare come sono arrivata a questo punto".
Nel libro racconta come ha trasformato il suo corpo dopo l'orrore di uno stupro.
"La mia vita e dunque la storia del mio corpo è divisa così: prima e dopo il bosco. Ero una ragazzina normale, timida, magra. Avevo dodici anni e il mio primo fidanzatino mi propose una biciclettata nel bosco. Mi portò in una casa abbandonata dove mi aspettavano i suoi amici. Mi stuprarono a turno tenendomi ferma mentre piangevo. A scuola il giorno dopo lo sapevano tutti. Mi bollarono come puttana, neanche l'avessi voluto. Per anni non ne ho parlato a nessuno. Non mi era nemmeno chiaro quanto fosse inaudita la violenza che avevo subito. Fingevo di essere la brava ragazza che i miei genitori volevano ma mi sentivo indegna e sporca. Mi chiusi in me stessa: cominciai a mangiare".
Perché il cibo?
"Ero una bambina ma mi era già chiaro che l'unica cosa che gli uomini vedevano di me era il mio corpo. Volli diventare repellente, indesiderabile. E anche imponente: da far paura. Volevo essere invisibile nella mia visibilità carnosa".
Vivere in una corazza non è semplice...
"Pensiamo che al mondo ci sia spazio per tutti. Non è così: per corpi come il mio, non conformi agli standard sociali, non c'è spazio né comprensione. Ho dovuto imparare a pianificare tutto. Compro due posti in aereo. Cerco ristoranti che abbiano sedie solide. Faccio mille piccole strategie. E lo detesto: i miei limiti mi fanno sentire sola".
Scriverne ha cambiato la relazione col suo corpo?
"È un processo in atto. Scrivere è stato terapeutico anche se non era il motivo per cui l'ho fatto. Mi ha permesso di guardare oggettivamente indietro e avere più rispetto per la mia storia".
E fuori: ha trovato il rispetto che cercava?
"All'inizio nemmeno i giornalisti riuscivano a pronunciare la parola "grasso". Ora va meglio: un numero scioccante di donne e anche molti uomini mi dicono che li ho aiutati a capire meglio persino sé stessi e a guardare corpi come il mio senza giudicare".
Si riconoscono?
"Ho toccato delle corde: le donne sanno che la società considera i nostri corpi come cosa pubblica da usare, abusare, criticare. Finora ruoli, canoni, violenza erano considerati normali: ma le cose stanno cambiando".
"Fame", pubblicato in America a luglio, ha anticipato di pochi mesi le denunce del movimento #metoo nate sull'onda dello scandalo Weinstein e delle denunce per molestie. Pensa di aver aperto la strada?
"Non so se ho aperto la strada, ma spero di aver dato un contributo significativo. Il movimento #metoo è eccellente: quello in atto è un cambiamento reale, anche se per ora abbiamo solo scalfito la superficie".
Stasera le attrici tornano sul tappeto rosso di Los Angeles per la notte degli Oscar. Vedremo nuovi abiti neri e spille Time'sUp. Ma questi atti simbolici servono a qualcosa?
"In un mondo fatto di canoni i simboli significano tanto. E poi non dobbiamo ridurre tutto ad abiti e spille: trecento donne di Hollywood, me compresa, stanno lavorando a qualcosa di concreto, il fondo Time'sUp. Le donne stanno guidando il cambiamento: ma il problema è interno alla cultura maschile, sta agli uomini risolverlo".
È importante denunciare le violenze subite?
"Chi non se la sente non deve forzarsi, il tempo arriverà. Ma certo: più donne, e uomini, denunciano e meglio è. L'estensione delle violenze sessuali è stata finora sottostimata".
Come ha reagito la sua famiglia scoprendo che cosa celava la sua fame insaziabile?
"Con sorpresa, dolore, rabbia. Ma parlarne ci ha riavvicinato. Lo stupro, ho spiegato, è un trauma: ma sono passati trent'anni. Il modo in cui sono trattata per il mio corpo invece è ancora qui: ultima frontiera della discriminazione".
È vero che ha provato a chiamare il suo stupratore?
"Sì. Una parte di me sperava che avesse letto il libro e avesse capito. Che potesse scusarsi. Quando ho sentito la sua voce dall'altra parte del cavo ho capito quanto fosse assurdo: e ho riagganciato. Il suo percorso non mi riguarda. Non perderò altro tempo a pensarci".