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Taibeh Abbasi, 18 anni, nata in Iran, ma di nazionalità afghana, è cresciuta in Norvegia: ora rischia l'espulsione 

“Kabul? È sicura”. E l'Europa manda via i rifugiati afgani

I rientri obbligati sono in forte aumento, quasi triplicati fra il 2015 e il 2016: da 3.290 a 9.460. La denuncia di Amnesty International
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Che cosa si può rispondere a una ragazza di 18 anni che scoppia in lacrime al telefono, raccontando che nei prossimi giorni sarà espulsa in Afghanistan, senza esserci mai vissuta? Le parole servono a poco. I singhiozzi di Taibeh Abbasi, nata in Iran da famiglia afgana, cresciuta e ben inserita a Trondheim, in Norvegia, sono un messaggio che fa vergognare l'Europa.

All'origine della disperazione di Taibeh è la Conferenza sull'Afghanistan del 5 ottobre 2016, in cui la comunità internazionale (Ue in prima fila) stanziava robusti aiuti economici e Kabul si impegnava a rendere più facili i rimpatri. Unico ostacolo era il divieto, previsto nelle Convenzioni di Ginevra, di rimpatriare a forza chi in patria si trovi in pericolo. Ma fra paure inconfessabili e crescita della xenofobia, negli ultimi anni i governi europei hanno deciso di definire "sicuri" anche Paesi straziati dalla guerra e dagli attentati. Il frutto più evidente …
Che cosa si può rispondere a una ragazza di 18 anni che scoppia in lacrime al telefono, raccontando che nei prossimi giorni sarà espulsa in Afghanistan, senza esserci mai vissuta? Le parole servono a poco. I singhiozzi di Taibeh Abbasi, nata in Iran da famiglia afgana, cresciuta e ben inserita a Trondheim, in Norvegia, sono un messaggio che fa vergognare l'Europa.

All'origine della disperazione di Taibeh è la Conferenza sull'Afghanistan del 5 ottobre 2016, in cui la comunità internazionale (Ue in prima fila) stanziava robusti aiuti economici e Kabul si impegnava a rendere più facili i rimpatri. Unico ostacolo era il divieto, previsto nelle Convenzioni di Ginevra, di rimpatriare a forza chi in patria si trovi in pericolo. Ma fra paure inconfessabili e crescita della xenofobia, negli ultimi anni i governi europei hanno deciso di definire "sicuri" anche Paesi straziati dalla guerra e dagli attentati. Il frutto più evidente è l'espulsione degli afgani: lo scorso agosto le Nazioni Unite hanno definito l'Afghanistan "Paese in guerra", ma le cancellerie europee ne definiscono i rischi "piuttosto bassi". Così le bocciature della richiesta di asilo corrispondono a una deportazione, che i governi valutano individualmente.

LEGGI Il rapporto dell’agenzia europea per la valutazione del rischio

Spulciando fra i dati governativi e quelli di Eurostat, i rientri obbligati appaiono in forte aumento, quasi triplicati fra il 2015 e il 2016: da 3.290 a 9.460.Nel 2016 la Germania ha rimpatriato forzosamente 67 persone, la Svezia 110, l'Italia 115, la Norvegia 675. Amnesty International denuncia il "doppio standard" europeo: da una parte i vari ministeri degli Esteri si preoccupano di dissuadere i propri cittadini da ogni tentazione di andare in Afghanistan, dall'altra considerano che per gli afgani la situazione è accettabile. La famiglia di Taibeh è originaria dell'Oruzgan, provincia contesa fra Taliban e truppe governative.

Secondo l'Unama, la missione Onu per l'Afghanistan, la zona è una delle più pericolose per i civili. Il rapporto sulla Ricostruzione per il Congresso Usa segnala i record dell'Oruzgan: nel numero di sfollati, nell'incremento della coltivazione di papaveri da oppio (più 40%), nelle strutture sanitarie chiuse per le minacce dei Taliban (quasi la totalità).

Il governo di Oslo non è così crudele da voler espellere gli Abbasi proprio nell'Oruzgan: la destinazione della famiglia sarà Kabul, su cui si concentra gran parte degli sforzi governativi e degli alleati. Che sia sicura, però, è difficile crederlo: appena nel luglio scorso un camion-bomba ha fatto 150 morti, a gennaio gli attacchi rivendicati da Taliban e Isis hanno fatto 22 morti all'hotel Intercontinental, oltre cento in un ospedale del centro città, e così via, con la città trasformata in obiettivo del duello per l'egemonia fra le due organizzazioni integraliste.

L'11 marzo era la data finale imposta alla famiglia Abbasi per lasciare la Norvegia: ormai la polizia di Trondheim potrebbe bussare alla loro porta da un momento all'altro. Difficile rispondere al pianto di Taibeh, quando singhiozza: "Non vedo un futuro".