✕
Gina Haspel e Mike Pompeo 

Haspel e Pompeo, i nuovi falchi di Trump

Il segretario di Stato che succede al defenestrato Tillerson è un fedelissimo del presidente, di formazione militare e poco incline alla diplomazia. Al suo posto alla Cia arriva una donna che si è fatta strada grazie a operazioni antiterrorismo condotte con metodi durissimi
3 minuti di lettura

Gina Haspel: la prima donna a guidare le spie, con lo scheletro waterboarding

di VITTORIO ZUCCONI
Sarà la prima "Woman in Black" della storia americana, la prima spia professionale femmina chiamata a guidare il mondo in nero della Central Intelligence Agency. Chiusa nella oscurità di una lunga carriera "undercover", prima nel palazzo dei misteri a Langley, nei sobborghi di Washington, dove entrò trentenne nel 1985 e poi a capo delle "black op", degli interrogatori e delle torture dei sospetti jihadisti, Gina Cheri Haspel è la smentita vivente ai luoghi comuni sulle donne dai teneri cuori e dai facili sentimentalismi. Di lei conosciamo le azioni, la sua spietata, implacabile direzione di uno dei più atroci centri per interrogatori segreti e torture.

L'agente con licenza di torturare fu costretta a uscire dalla penombra nella quale aveva lavorato per i suoi primi anni alla Cia nel 2006 quando esplose il caso delle &qu…

Gina Haspel: la prima donna a guidare le spie, con lo scheletro waterboarding

di VITTORIO ZUCCONI
Sarà la prima "Woman in Black" della storia americana, la prima spia professionale femmina chiamata a guidare il mondo in nero della Central Intelligence Agency. Chiusa nella oscurità di una lunga carriera "undercover", prima nel palazzo dei misteri a Langley, nei sobborghi di Washington, dove entrò trentenne nel 1985 e poi a capo delle "black op", degli interrogatori e delle torture dei sospetti jihadisti, Gina Cheri Haspel è la smentita vivente ai luoghi comuni sulle donne dai teneri cuori e dai facili sentimentalismi. Di lei conosciamo le azioni, la sua spietata, implacabile direzione di uno dei più atroci centri per interrogatori segreti e torture.

L'agente con licenza di torturare fu costretta a uscire dalla penombra nella quale aveva lavorato per i suoi primi anni alla Cia nel 2006 quando esplose il caso delle "extraordinary rendition", del trasporto di prigionieri sospetti di legami col terrorismo in carceri e lager fuori dal territorio americano, per aggirare il divieto di tortura previsto tanto dalla legge civile quanto dai codici militari.

Gina era stata responsabile dell'Operazione Cat's Eye, Occhio di Gatto, del centro segreto in Thailandia dove la Cia inviava chiunque potesse conoscere i meccanismi, gli uomini, i piani di Al Quaeda e dell'Isis.

Uno che ebbe la sfortuna di finire nell'Occhio di Gatto fu Abu Zubahyda, catturato in Afghanistan dove guidava un campo di addestramento per jihadisti. Dall'incontro con Gina, Zubayhad uscì dopo 83 trattamenti di "waterboarding" in un mese, la tortura dell'acqua per simulare l'annegamento, e senza un occhio, perduto per avere avuto il capo sbattuto più volte contro il muro. Dal suo calvario non uscì invece nessuna informazione utile all'antiterrorismo e fu rispedito a Guantanamo. Era stato tormentato inutilmente.

Ma la verità sul lager thailandese era arrivata, come già quella su Abu Grahib, il carcere degli orrori a Baghdad, ai giornali americani e quando Nostra Signora dei Sospiri fu scelta per diventare la numero due della Cia, senatori e senatrici democratiche, come Dianna Feinstein della California, si opposero e rivelarono al mondo i dettagli del suo lavoro in Thailandia. Ancora più imbarazzante, per lei, fu la scoperta che i video, le foto e la documentazione sulle torture erano stati distrutti per ordine suo diretto.

Precedenti, proteste e denunce, come quella sporte da vari centri europei e americani per i diritti civili che non fermeranno l'approvazione del Senato, non soltanto sono stati dimenticati, ma sono divenuti titoli d'onore ora che nello Studio Ovale siede un presidente che ha apertamente sdoganato le torture e il waterboarding come legittimi strumenti di antiterrorismo. Il gatto ha strizzato benevolmente l'occhio alla "Woman in Black".


Corea, Russia, Iran: i dossier più duri in mano al fedelissimo Pompeo

di ANNA LOMBARDI
"Lavorare alla Cia mi ha insegnato l'arte delle sfumature". Michael Richard "Mike" Pompeo, 54 anni, il repubblicano di origine italiana e fedelissimo di Donald Trump che dopo 14 mesi a capo dell'Intelligence prenderà il posto di Rex Tillerson come nuovo Segretario di stato, parlando con Fox News domenica scorsa aveva cercato di smussare così la sua immagine di falco. Salvo tornare a parlare in bianco e nero un minuto dopo, cercando di spiegare le conseguenze della decisione presa da President Trump di incontrare il dittatore nordcoreano Kim Jong un: "Non mi fraintendete. Gli Stati Uniti non faranno nessuna concessione durante i negoziati".

Eccolo il nuovo capo della diplomazia americana: un ex militare diplomato a West Point che come primo incarico presidiò il Muro di Berlino negli ultimi anni di Cortina di ferro. E che ha sempre conservato un occhio di riguardo verso i suoi commilitoni al punto da definire "patrioti" i torturatori di Abu Ghraib. Laureato in legge ad Harvard, dopo aver fondato in Kansas una fabbrica di componenti per aeroplani col sostegno dei potentissimi fratelli Koch, i miliardari ultraconservatori, sempre con il loro aiuto nel 2010 cavalcò l'onda dei Tea Party vincendo un seggio al Congresso: dove si distinse come uno dei più feroci critici dell'amministrazione Obama e nello specifico - da Bengasi in poi - dell'operato di Hillary Clinton quando ancora vestiva i panni che lui si prepara ora ad indossare, quelli di segretario di Stato.

Affiliato alla Nra, la potente lobby delle armi e grande sostenitore dei programmi di sorveglianza "spionistici" della Nsa, nelle sue mille vite Pompeo non è d'altronde mai stato un diplomatico di professione, né di temperamento. E anche per questo è vicinissimo a The Donald ( "Abbiamo un'intesa eccezionale" ha detto ieri Trump parlando ai giornalisti) di cui condivide soprattutto una visione del mondo fatta di pochi amici - su tutti il premier israeliano Benjamin Netanyahu - e tantissimi nemici. A partire, appunto, da quel Barack Obama, che Pompeo nel 2010 arrivò addirittura a definire su Twitter "un diavolo musulmano comunista". Per finire con l'Iran, il cui accordo nucleare raggiunto con l'Occidente ha ripetuto più volte di voler stracciare.

L'intesa col presidente, va da sé, è la più grande forza di Pompeo in questo momento. E pazienza se il Washington Post lo ha accusato di aver sminuito - se non di aver addirittura omesso - le questioni riguardanti la Russia nel corso dei suoi brefing quotidiani alla Casa Bianca.