✕

Kaliningrad, la città russa che preferisce l’Europa a Putin

Dal sogno di diventare ponte con l'Occidente a "fortezza" sul Baltico
3 minuti di lettura
KALININGRAD. Oleg Savvin continua a scrutarsi intorno teso e guardingo: "Vede quei due tipi alle mie spalle? Ci stanno pedinando". Poi indica un edificio basso arancione sul lato opposto della strada: l'ingresso laterale della sede locale dell'Fsb, erede del Kgb. "È lì che l'11 marzo di quattro anni fa, insieme ad altri due attivisti, ho issato il tricolore tedesco. Volevamo esprimere il nostro sostegno, non alla Germania, ma all'Ucraina: se si può cambiar bandiera in Crimea, perché non in Russia? Un'azione pacifica che mi è costata oltre un anno di carcere". Nell'ex Königsberg, cuore della Prussia orientale prima che l'Urss l'annettesse nel 1945 e ribattezzasse Kaliningrad in memoria di un luogotenente di Stalin, il passato tedesco è "passato straniero" e perciò visto con sospetto. 
Oleg Savvin,…
KALININGRAD. Oleg Savvin continua a scrutarsi intorno teso e guardingo: "Vede quei due tipi alle mie spalle? Ci stanno pedinando". Poi indica un edificio basso arancione sul lato opposto della strada: l'ingresso laterale della sede locale dell'Fsb, erede del Kgb. "È lì che l'11 marzo di quattro anni fa, insieme ad altri due attivisti, ho issato il tricolore tedesco. Volevamo esprimere il nostro sostegno, non alla Germania, ma all'Ucraina: se si può cambiar bandiera in Crimea, perché non in Russia? Un'azione pacifica che mi è costata oltre un anno di carcere". Nell'ex Königsberg, cuore della Prussia orientale prima che l'Urss l'annettesse nel 1945 e ribattezzasse Kaliningrad in memoria di un luogotenente di Stalin, il passato tedesco è "passato straniero" e perciò visto con sospetto. 
Oleg Savvin, incarcerato per aver sventolato la bandiera tedesca quattro anni fa 
La semi-exclave è un'anomalia storica e geografica. Avamposto occidentale della Russia affacciato sul Mar Baltico, con il crollo dell'Unione Sovietica si è trovata intrappolata tra la neo-indipendente Lituania e la Polonia. Per anni nazionalisti e politologi, da Vladimir Zhirinovskij ad Aleksandr Dugin, hanno discusso sull'opportunità di cederla alla Germania per rilanciare le relazioni. Oggi il dibattito farebbe inorridire: questo lembo di terra incuneato nel fianco orientale dell'Unione Europea e della Nato è la strategica rampa di lancio dei temuti missili russi Iskander e ospita la Flotta Baltica nel porto di Baltijsk. Perciò basta sventolare una bandiera tedesca o raccogliere firme per restituire l'antico nome alla città per evocare timori di "germanizzazione" o separatismo.
Igor Ronge, arciprete luterano 
Tutta la città di Kaliningrad è un monumento alla sua storia schizofrenica. Nell'isola Kneiphof, il filosofo Immanuel Kant riposa dal 1804 all'ombra della cattedrale, Königsberg Dom, una delle poche architetture sopravvissute ai bombardamenti inglesi e allo spianamento sovietico delle rovine teutoniche. Sembra guardare la Casa dei Soviet, mostruoso colosso mai occupato che domina minaccioso la sponda opposta del fiume Pregel. Casette di mattoncini rossi sono circondate da grigi casermoni e croci ortodosse splendono sulle chiese neogotiche dalle guglie color rame. Nel 2010 le storiche parrocchie cattoliche ed evangeliche furono trasferite in massa alla Chiesa Russa Ortodossa in base alla cosiddetta "legge sulla restituzione". "Strano per la nostra regione dove prima degli Anni '90 non c'era mai stata una tradizione religiosa ortodossa", spiega il pastore Igor Ronge, 48 anni, Propst delle Comunità evangelico-luterane nell'Oblast di Kaliningrad. "Oggi in tutta la regione contiamo 24 parrocchie e 617 fedeli, ma la legge anti-terrorismo approvata la scorsa estate limita sostanzialmente le nostre attività".

Dopo il crollo della cortina di ferro, l'ex "bastione sovietico" sognava di diventare la "Quarta Repubblica baltica" o l'"Hong Kong sul Baltico", dove due diversi mondi potessero incontrarsi e fondersi. Ma la crisi in Ucraina e le successive sanzioni e contro-sanzioni hanno alzato un muro. Non solo virtuale. La Lituania ha iniziato a fortificare la frontiera e la Nato ha schierato lo "scudo spaziale" e 4.500 uomini ai confini. Per tutta risposta, Mosca ha dispiegato in via permanente i missili Iskander. La Regione dell'ambra è tornata a essere una "fortezza sul Baltico", qual era nel dopoguerra, e una "doppia periferia": distante territorialmente dalla "Grande Russia", come viene chiamata, e ideologicamente dalla vicina Europa. Non a caso qui Vladimir Putin non sfonda: alle precedenti presidenziali del 2012 si fermò al 47 percento, la percentuale più bassa di voti dopo Mosca.

Il governatore Anton Alikhanov però insiste perché Kaliningrad non perda la sua vocazione di ponte tra Est e Ovest. "Concentriamo i nostri sforzi sull'amicizia e sui progetti comuni con i nostri Paesi vicini per essere prima di tutto una vetrina della Russia in Europa. Bisognerebbe smettere di aver paura l'uno dell'altro e tornare a un dialogo vero e produttivo". Trentun anni, Alikhanov è il più giovane governatore russo, un esponente della nuova generazione di tecnocrati russi insediati da Putin nei posti chiave in vista delle presidenziali di domenica. Per rilanciare l'economia, il leader del Cremlino ha anche istituito una Zona economica speciale, liberalizzato il gioco d'azzardo, altrove vietato, nei pressi di Pionjerskij e scelto il capoluogo tra le 11 città che ospiteranno i Mondiali. "I preparativi stanno dando un grande impulso alle infrastrutture: abbiamo costruito una nuova ala dell'aeroporto, allargato la pista e consolidato i terreni paludosi dove si erge il nuovo stadio. Vorremmo ripetere l'esperienza di Danzica dove, dopo gli Europei, è aumentato il flusso di turisti grazie al passaparola dei tifosi".
Jurij Grozman, direttore di “Novye Koliossa”, giornale indipendente 
Una nuova opportunità per uscire dall'oblio. Ma agli abitanti di Kaliningrad non basta. "Qui l'atteggiamento verso il potere è molto critico. Un po' anche per la lontananza dal Cremlino. La gente reagisce velocemente ai cambiamenti sociali. Il territorio è piccolo: li avverti subito". Ljudmila Cernova, direttrice generale del Servizio sociologico di Kaliningrad, è arrivata qui da Mosca undici anni fa. La regione, spiega, è sempre stata terreno fertile dell'opposizione. Merito anche della forte presenza, rara in Russia, di una stampa indipendente. Come "Novye Koliossa", settimanale fondato nel 1995. "Lo scorso novembre il direttore Igor Rudnikov è stato picchiato e arrestato con un'accusa fittizia. È in carcere senza processo da oltre quattro mesi solo perché avevamo pubblicato un'inchiesta su un dirigente dei servizi segreti locali. Ora ci minacciano. Non possiamo più menzionarlo, altrimenti chiuderanno il giornale", racconta Jurij Grozmani mostrando le foto di Rudnikov mentre viene portato via in barella dalla redazione. "Non lo vedo da allora", chiosa amaro. 
Jakov Grogorjev, attivista 
"Siamo più vicini a Berlino e a Praga che a Mosca e San Pietroburgo. Vediamo la qualità di vita nei Paesi europei e possiamo fare un confronto. È più facile fregare i siberiani che noi". Jakov Grigoriev, oppositore trentatreenne, spiega così l'attivismo della regione. L'anno scorso è riuscito a smascherare e a far confessare i cosiddetti "titushki", i provocatori al soldo del regime che irrompono con violenza nelle manifestazioni pacifiche "costringendo" le forze di polizia a intervenire. "Tutti i fermati durante le proteste della scorsa primavera sono stati assolti. È successo solo qui. Abbiamo una magistratura più indipendente. E le elezioni avvengono senza brogli. L'esito del voto di domenica in questa regione sarà importante: farà capire qual è il vero sostegno di cui gode Putin". La sua aspirazione? "Che Mosca risolva la crisi con l'Occidente. Perché i primi a subirne gli effetti siamo noi".