Giappone, la scelta della principessa Mako: rinuncia al titolo imperiale per sposare l'uomo che ama
La principessa Mako, prima nipote dell'imperatore giapponese Akihito e figlia maggiore del principe Akishino, sposerà Kei Komuro, 25 anni come lei, conosciuto in un ristorante cinque anni fa e suo ex compagno di studi. Secondo i media locali, il futuro sposo - che ha lavorato nel turismo e attualmente è impiegato in uno studio legale di Tokyo - come la principessa ama cucinare, sciare e suonare il violino. Nel momento in cui i due si sposeranno, Mako perderà qualsiasi privilegio dovuto al suo status. Dovrà rinunciare per sempre alle tradizioni e agli obblighi imposti dall'etichetta di palazzo e diventerà una cittadina comune. La principessa ha frequentato l'Università internazionale cristiana dall'aprile 2010 prima di fare un programma di scambio di studi all'Università di Edimburgo. Dopo la laurea in Giappone è tornata in Gran Bretagna, dove ha ottenuto un master in Gestione della Arti e delle attività culturali nel gennaio del 2016. Secondo il canale pubblico Nhk, con ogni probabilità il matrimonio verrà celebrato il prossimo anno
L'ARTICOLO
Il governo ora assicura ai recidivi dai capelli bianchi una forma di assistenza pubblica. E indagando sul fenomeno, ha scoperto che il 40% di loro viveva da solo prima di commettere un reato. Una condizione sempre più frequente in Giappone, dove il tradizionale welfare familiare si sta velocemente sgretolando e quello statale fatica a tenere il passo. Provocando sofferenze economiche, ma anche sentimentali. “Mio marito ha avuto un ictus sei anni fa, e da quel momento è paralizzato a letto”, racconta a Bloomberg T., 80 anni e due figli, ora alla quarta condanna tutte per furtarelli. “Era durissima prendersi cura di lui, non potevo parlarne con nessuno perché me ne vergognavo. Quando ho rubato avevo soldi in tasca, ma non volevo tornare a casa e chiedere aiuto in prigione era l’unico modo”.
In questa reclusione pubblica questi anziani ritrovano, con le compagne di cella ma anche con il personale delle prigioni, delle relazioni umane che nella reclusione domestica avevano perso. “Non posso dire quanto mi piaccia lavorare nel laboratorio della prigione”, racconta N., 79 anni. “L’altro giorno mi hanno fatto i complimenti per la mia efficienza e ho capito la gioia del lavoro. Mi dispiace di non aver mai lavorato. La mia vita sarebbe stata differente”.