Il dramma del medico tra le macerie di Ghouta: “Io, impotente in mezzo a morti e feriti”
Pietro Del Re
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dal nostro inviato PIETRO DEL RE
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Era "uno dei paradisi terrestri dell'Islam", ora l'ambasciatore francese all'Onu ha definito la situazione umanitaria "degna del Medioevo". Mancano cibo e farmaci, tutti gli ospedali sono stati bombardati
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Della Ghouta orientale, oasi agricola che fu a lungo il granaio della capitale siriana, i media dell'intero pianeta hanno cominciato a parlare dallo scorso febbraio, da quando è partita la spietata offensiva terreste e aerea delle forze governative contro quelle dell'opposizione che da 5 anni controllano il sobborgo. La Ghouta è sotto assedio dal 2012, ma soltanto negli ultimi giorni 100mila dei suoi 480mila abitanti avrebbero lasciato le loro case attraverso i corridoi umanitari gestiti dai russi. In questi anni, la guerra vi ha falciato la vita di 23mila civili.
Questa pianura agricola, irrigata dal fiume Barada, si è dotata dai tempi dell'antichità di un complesso sistema di canalizzazioni. Quando, nel 635, le truppe musulmane la conquistarono la descrissero come "uno dei paradisi terrestri dell'Islam". La Ghouta è una regione ricca ma anche tradi…
Della Ghouta orientale, oasi agricola che fu a lungo il granaio della capitale siriana, i media dell'intero pianeta hanno cominciato a parlare dallo scorso febbraio, da quando è partita la spietata offensiva terreste e aerea delle forze governative contro quelle dell'opposizione che da 5 anni controllano il sobborgo. La Ghouta è sotto assedio dal 2012, ma soltanto negli ultimi giorni 100mila dei suoi 480mila abitanti avrebbero lasciato le loro case attraverso i corridoi umanitari gestiti dai russi. In questi anni, la guerra vi ha falciato la vita di 23mila civili.
Questa pianura agricola, irrigata dal fiume Barada, si è dotata dai tempi dell'antichità di un complesso sistema di canalizzazioni. Quando, nel 635, le truppe musulmane la conquistarono la descrissero come "uno dei paradisi terrestri dell'Islam". La Ghouta è una regione ricca ma anche tradizionalmente ribelle. Già nel 1925, durante il mandato francese, la sua configurazione in orticelli, tratturi e vegetazione offriva rifugi sicuri ai ribelli indipendentisti. Negli anni Cinquanta, con l'esodo rurale verso Damasco c'è anche l'urbanizzazione caotica del sobborgo. Nel 1970, al suo arrivo al potere Hafez al Assad decide di modernizzare la capitale, ma i suoi grandi lavori edili non riguardano la Ghouta, dove da allora la popolazione si è sentita trascurata dalla famiglia Assad.
Nel marzo 2011, quando scoppia la rivoluzione siriana a Daraa, nel sud del Paese, gli abitanti della Ghouta sono i primi a scendere in piazza. Le manifestazioni sono subito represse nel sangue, con i carri armati e i cecchini di Damasco che hanno l'ordine di sparare sui ragazzi più giovani. E' da allora che si formano le prime sacche della rivolta alle porte della capitale.
Se dal 18 febbraio scorso l'artiglieria nelle mani dei ribelli della Ghouta ha ucciso 17 persone nel centro di Damasco, i caccia del regime e quelli di Mosca hanno provocato almeno 750 vittime. Anche qui le forze governative hanno adottato la stessa strategia che ad Aleppo est nell'estate 2016, ossia bombardamenti aerei a tappeto come preludio dell'offensiva terrestre. Una strategia vincente che gli ha già permesso di riconquistare quasi tre quarti della Ghouta orientale, anche grazie all'estrema frammentazione e alla feroce rivalità tra le forze ribelli.
Queste contano nel loro insieme circa 20mila uomini, raggruppati in due grosse coalizioni: la potente Jaych Al-Islam, di obbedienza salafita e finanziata dall'Arabia Saudita; e Faylaq Al-Rahmane, più secolare e composta da molti soldati dell'Esercito libero siriano ma anche con elementi jihadisti vicini ai Fratelli musulmani. Un anno fa, la guerra tra queste due fazioni della rivolta provocò 300 morti. Da allora collaborano contro il loro nemico comune: Bashar al Assad.
Altri piccoli gruppi, di poche centinaia di uomini ognuno, sono presenti nella Ghouta. Il principale di questi è Hayat Tahrir Al-Cham, formazione jihadista che include l'ex-Fronte Al-Nusra legato ad Al-Qaeda, che controlla il 5% del territorio, rientra nella lista delle organizzazioni terroriste delle Nazioni Unite ed è diventato il pretesto del massiccio bombardamento russo-siriano sulla regione.
Da cinque anni, il solo passaggio ufficiale tra la Ghouta e il resto del Paese è il check-point Al-Wafideen, controllato dall'esercito e chiuso dal 2017. Secondo il World food program i bombardamenti impediscono il lavori nei campi e la mancanza d'acqua provocata dalla distruzione dei bacini idrici non fa che peggiorare le cose. La mancanza di cibo, farmaci e carburante nella Ghouta ha fatto sì che l'ambasciatore francese all'Onu abbia definito lo scorso febbraio la situazione umanitaria nel sobborgo "degna del Medioevo". Questa carestia colpisce soprattutto i più piccoli, che secondo l'Unicef rappresentano la metà della popolazione rimasta intrappolata nella Ghouta. Alla fine dell'anno scorso l'11,9 % dei bambini della regione soffriva di malnutrizione acuta. Da allora, questa cifra è più che raddoppiata. Com'è accaduto ad Aleppo Est, si infierisce sui più giovani per fiaccare il morale degli adulti e costringerli alla resa.
La situazione sanitaria è altrettanto catastrofica, anche perché i caccia del regime hanno colpito deliberatamente tutti gli ospedali della Ghouta orientale, e perché dal 2016 i soli farmaci penetrati nell'enclave sono quelli dei pochissimi convogli umanitari ai quali il regime ha dato il permesso di attraversare il check-point Al-Wafideen. I malati e i feriti più gravi agonizzano nelle strutture sanitarie colpite in attesa di un'improbabile evacuazione. Il 5 marzo un convoglio umanitario è finalmente entrato nella Ghouta con cibo e farmaci: dopo poche ore ha dovuto fare marcia indietro per via di un violento bombardamento. Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, 1200 civili sono stati uccisi tra il 18 gennaio e il 14 marzo, di cui 245 bambini.
Ma ecco la straziante testimonianza di un medico della Ghouta, il dottor K. il cui palazzo è stato appena bombardato. E' arrivata attraverso i suoi messaggi di WhatsApp sabato scorso a Medici senza frontiere, che aiuta la struttura sanitaria dove lavora:
"Sono le 6 del mattino e mi ritrovo tra le macerie assieme alla mia famiglia".
"Ci sono intorno a me dozzine di feriti. Morti sotto le macerie. Non posso fare nulla. Tutti urlano: 'Dottore! Dottore!...'".
"Mi sento impotente. Riesco ad aiutare pochi feriti. Da un rifugio là vicino sento chiamare: 'Per piacere, dottore, ci aiuti!'. Tra i feriti ci sono solo donne e bambini. Vedo ferite alla testa indescrivibili".
"Non posso trasportare nessun ferito".
"I bombardamenti riprendono".
"Tutti i rifugi sono andati distrutti. Non c'è cibo, non ci sono farmaci, non c'è nulla se non la misericordia di Dio".
"Altri bombardamenti".
"Mi ci vogliono più di 4 ore per trasportare uno dei feriti".
"La moglie di un mio amico è gravemente ferita alla testa".
"Le ho soltanto potuto fasciare testa e l'abbiamo lasciata in un rifugio".
"Come vorrei non essere un medico in questo momento, perché da medico non posso aiutare nessuno".