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Al Qaeda style, la donna secondo Bin Laden

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Con un magazine su casa e famiglia, Beituki, l'organizzazione terroristica cerca di tenere le mogli dei militanti lontane da qualsiasi forma di emancipazione
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"Prepara il suo piatto preferito senza che debba essere lui a chiedertelo". "Saluta tuo marito con il sorriso ogni volta che arriva e che va via". "Non impicciarti del suo lavoro". "Non essere lagnosa: riesci a immaginare quanto sangue deve sopportare ogni giorno?". I consigli arrivano da una nuova rivista pubblicata da qualche mese in Medio Oriente: ma non sono rivolti alle ricche signore annoiate di Dubai, né alle libanesi desiderose di accaparrarsi il migliore dei partiti sulla piazza, bensì alle spose dei combattenti di Al Qaeda. Il magazine si chiama Beituki, la tua casa, e viene diffuso via Internet dai canali web dell'organizzazione creata da Osama Bin Laden, che solo gli ottimisti potevano dichiarare defunta con la morte del leader. E che invece, come dimostra anche questa iniziativa, ha resistito indenne all'avanzata mediatica e di consensi dello Stato islamico. E ora che il Califfato ha perso la sua allure torna a…
"Prepara il suo piatto preferito senza che debba essere lui a chiedertelo". "Saluta tuo marito con il sorriso ogni volta che arriva e che va via". "Non impicciarti del suo lavoro". "Non essere lagnosa: riesci a immaginare quanto sangue deve sopportare ogni giorno?". I consigli arrivano da una nuova rivista pubblicata da qualche mese in Medio Oriente: ma non sono rivolti alle ricche signore annoiate di Dubai, né alle libanesi desiderose di accaparrarsi il migliore dei partiti sulla piazza, bensì alle spose dei combattenti di Al Qaeda. Il magazine si chiama Beituki, la tua casa, e viene diffuso via Internet dai canali web dell'organizzazione creata da Osama Bin Laden, che solo gli ottimisti potevano dichiarare defunta con la morte del leader. E che invece, come dimostra anche questa iniziativa, ha resistito indenne all'avanzata mediatica e di consensi dello Stato islamico. E ora che il Califfato ha perso la sua allure torna a farsi sentire. 

Proprio in chiave anti-Isis è, secondo gli esperti, da interpretare l'uscita di questo magazine rosa, che è già arrivato al quarto numero. A febbraio infatti, sui profili Twitter dei massimi esperti di terrorismo hanno iniziato a girare quasi ossessivamente i frame di un video diffuso qualche ora prima dai canali social dello Stato islamico. Mostrava, per la prima volta nella storia dell'organizzazione, un gruppo di donne che, kalashnikov alla mano, combattevano in prima linea. "Questo video è senza precedenti ma non inatteso: da tempo ci si aspettava qualcosa di simile", commentava Charlie Winter, ricercatore presso il Centro per la deradicalizzazione e lo studio della violenza politica del King's College di Londra. Winter proseguiva poi spiegando tutti i passi che hanno portato al video: i messaggi diffusi sulle riviste e sui social che consentivano alle donne di esercitarsi con le armi in modo da acquisire capacità di difesa, la formazione degli squadroni di polizia femminile (le brigate Al Khansaa), l'esaltazione delle europee che avevano scelto la via della jihad in Siria e in Iraq, gli elogi di quelle che - come nella battaglia di Mosul - si erano fatte esplodere per tentare di fermare l'avanzata dei curdi e delle truppe irachene. Tutte scelte, queste ultime, che agli uomini oggi guidati dal medico egiziano Ayman Al Zawahiri non sono mai piaciute. 

L'uso delle donne come combattenti è infatti uno dei punti chiave che distanzia l'ideologia dell'Isis da quella di Al Qaeda. Lo Stato islamico della Siria e del Levante, creato dal giordano Abu Musab Al Zarqawi, antenato diretto dell'Isis, aveva fatto delle militanti una delle sue armi preferite. Tante furono quelle che approfittarono delle loro ampie vesti per nascondere esplosivo e detonatore ai check point americani in Iraq, due in particolare furono capaci di assurgere all'Olimpo degli eroi più celebrati del gruppo: la convertita belga Muriel Deguaque, prima europea a immolarsi nel nome dell'Islam più estremo, e la giordana Sajida Al Rishawi, che avrebbe dovuto essere la seconda kamikaze della strage in un hotel di Amman nel 2005 e che invece ebbe paura e non azionò la sua cintura, per finire catturata e infine mandata a morte dieci anni dopo in risposta all'esecuzione da parte dello Stato islamico del pilota giordano Muath al Kasasbeh. Azioni forti, violente, che contrastano in tutto e per tutto con l'idea di una donna remissiva, a disposizione del marito, ritirata dentro alle mura domestiche, con cui Al Qaeda ha sempre interpretato l'universo femminile. 

Per rendersi conto della distanza dei due mondi basta guardare i consigli e le raccomandazioni che escono da Beituki: fate della vostra casa il Paradiso sulla terra, tutti i segreti per lavare bene i piatti, la rubrica delle lettere del cuore, le ricette da cucinare, gli sdolcinati cuoricini che adornano alcune pagine. 

"Al Qaeda è spaventata dalla possibilità di un empowerment delle donne", spiega Elizabeth Kendall, professoressa all'università di Oxford e fra i massimi esperti del gruppo fondato da Bin Laden.  "L'acquisizione di potere delle donne è un fenomeno delle realtà di guerra: con gli uomini al fronte, le donne conquistano ruoli nella società che non avevano prima. Succede ovunque, basti pensare alla Gran Bretagna della Seconda guerra mondiale. Per questo l'organizzazione ribadisce alle sue adepte che il loro ruolo principale è quello di madri e di mogli. E lo fa proponendo uno stile di vita che non è quello tipico di un gruppo jihadista: nel magazine ci sono le immagini di case borghesi, piene di giocattoli per bambini. Insomma, Beituki non è diversa dalla tipica rivista per quelle donne che, in Medio Oriente, aspirano ad avere una bella casa, un marito con un'ottima posizione e molti figli. Ma veicola un messaggio opposto a quello che, soprattutto da quando la sconfitta sul campo è apparsa inevitabile, lanciano i media dell'Isis".

La diversa interpretazione del ruolo delle donne non riguarda soltanto gli studiosi di terrorismo: all'indomani della riconquista di Mosul e di Raqqa, le roccaforti dello Stato islamico in Iraq e Siria, i servizi segreti occidentali hanno lanciato l'allarme sul ritorno dei combattenti europei - i foreign fighters - dal fronte in Medio Oriente. E in particolare hanno sottolineato il rischio delle jihadi brides, le tante ragazze - almeno 220 francesi, 60 britanniche e dozzine di altre da Paesi come Svezia, Belgio, Canada, Stati Uniti e anche Italia - che si sono unite allo Stato islamico negli anni passati. Saranno pronte a ripiegare verso la realtà casa e preghiera che oggi Al Qaeda propone a chi è sopravvissuto alla disfatta dell'Isis? O sceglieranno di portare all'estremo quell'idea di jihad in Occidente che lo Stato islamico da tempo propone? La risposta nessuno oggi è in grado di fornirla.

Su D La Repubblica delle Donne in edicola il 31 marzo 2018