Quando i familiari di Aldo Moro hanno avuto tra le mani, mercoledì sera, la lettera scritta dal loro congiunto a Francesco Cossiga, per prima cosa hanno tirato un respiro di sollievo. Guardavano e riguardavano la calligrafia, si soffermavano sulla forma di certe lettere, studiavano la lunghezza e l'inclinazione delle righe. E a poco a poco l'ansia con cui si erano gettati sulla lettera si stemperava, e al suo posto emergeva, come s'è detto, un senso di relativo sollievo. Non solo la calligrafia era senz'ombra di dubbio quella di Moro, ma era anche la sua grafia "normale". Non solo la lettera provava dunque, che Moro è vivo, ma che è in buona salute.
Nessun segno d'una agitazione psico-motoria (che si sarebbe sicuramente riflessa nella calligrafia), nessuna indicazione di quel che la famiglia aveva molto temuto, e cioè un "carcere" gelido (Moro, si sa, è freddoloso),…
Quando i familiari di Aldo Moro hanno avuto tra le mani, mercoledì sera, la lettera scritta dal loro congiunto a Francesco Cossiga, per prima cosa hanno tirato un respiro di sollievo. Guardavano e riguardavano la calligrafia, si soffermavano sulla forma di certe lettere, studiavano la lunghezza e l'inclinazione delle righe. E a poco a poco l'ansia con cui si erano gettati sulla lettera si stemperava, e al suo posto emergeva, come s'è detto, un senso di relativo sollievo. Non solo la calligrafia era senz'ombra di dubbio quella di Moro, ma era anche la sua grafia "normale". Non solo la lettera provava dunque, che Moro è vivo, ma che è in buona salute.
Nessun segno d'una agitazione psico-motoria (che si sarebbe sicuramente riflessa nella calligrafia), nessuna indicazione di quel che la famiglia aveva molto temuto, e cioè un "carcere" gelido (Moro, si sa, è freddoloso), tale da irrigidire la mano del prigioniero e la sua scrittura. Questo si dice nel giro ristretto degli amici di Aldo Moro. Si dice che la lettera è sua, nel tono, nei passaggi sintattici e logici, in certe espressioni tipiche come "Che Iddio vi illumini". "Specie quando si legge ad alta voce", spiega uno di questi amici, "il tono di Moro affiora inconfondibile".
Ma la lettera, anche questo è chiaro, non è "interamente" di Moro. In più d'un passaggio si capisce perfettamente che i carcerieri hanno suggerito una forma verbale, un'espressione, e soprattutto i contenuti più allarmanti. Quel fare capire a Cossiga (e alla Dc, e al governo) che più giorni passano più sarà difficile evitare "guai peggiori": quel curioso ragionamento sulla ragione di Stato, che al disotto delle parole usate suona pressappoco così: la ragione di Stato no n è quella che credete voi (e cioè il rifiuto di trattare con le Br), bensì la necessità di evitare "danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona ma allo Stato".
Questi sono gli "interventi" delle Brigate rosse, e da essi risulta la "contaminazione" (come dicono i filologi) del testo. Ma resta che il primo messaggio inviato da Moro non sembra più (a ventiquattr'ore di distanza dal suo arrivo) la totale contraffazione che era parsa nell'emozione e nello sconcerto di mercoledì sera. Certo, esso è stato contrattato dal prigioniero coi carcerieri: ma il Moro impegnato in quest'ennesima e certo la più drammatica trattativa della sua vita, è un uomo _ dicono persone che seguono molto da vicino le indagini - integro nel fisico e nel pieno possesso delle sue facoltà mentali.
E qui si inserisce la tesi che va prevalendo tra le persone più familiari a casa Moro, e tra gli inquirenti: la testi d'un raggiro fatto dai suoi carcerieri al presidente della Dc. Moro credeva cioè di scrivere una lettera "riservata" (come dice lui stesso) a Francesco Cossiga, era convinto d'inviare un messaggio che servisse al governo e al suo partito per disporre di qualche dato concreto sulla vicenda: qualcosa come un'informativa e, insieme un'indicazione politica sui rischi da evitare e sulla convenienza, quindi di tentare una trattativa con le Br. Non a caso il messaggio era diretto a Cossiga, uomo che ha con Moro non soltanto legami politici ma personali, un affetto che viene definito "filiale", tanto che mercoledì sera, quando gli danno la lettera, il ministro degli Interni scoppia in un pianto dirotto.
E' questo che Moro crede nelle ore (perché certo non si è trattato di minuti) in cui verga la lettera: crede di dare alla dc alcuni elementi di valutazione, e insieme la sua opinione politica "sul modo d'uscire dalla crisi". E invece scatta il raggiro moralmente spietato di rendere pubblico il teso. Quel che dicono le Br nel loro documento è in pratica esatto: "(Moro) ha chiesto di scrivere una lettera segreta... al capo degli sbirri Cossiga. Gli è stato concesso, ma siccome niente deve essere nascosto al popolo, ed è questo il nostro costume, la rendiamo pubblica".
Lo scopo, e in parte gli effetti che ne sono derivati, appaiono evidenti: svilire l'uomo, la sua carriera, il suo ruolo; impressionare la opinione pubblica con l'immagine d'uno statista che in alcune parti della lettera sembra preoccuparsi quasi soltanto della sua sorte: e forse (qualcuno però dice "sicuramente") rendere impossibile la trattativa, suscitando la reazione delineata ieri nel mondo politico e cioè il "no" al ricatto.
Ma nonostante il brutale raggiro delle Brigate rosse, quel che ormai s'indovina del comportamento, della "tenuta" di Moro nel "carcere del popolo" non è ancora uno spettacolo di cedimenti, di panico. In realtà, fanno giustamente notare coloro che lo conoscono meglio, sembra di cogliere nell'ombra i segni d'un "dialogo" tra Moro e i suoi carcerieri. L'"animale politico", il "mediatore nato", non ha ceduto nel senso di abbandonarsi alle accuse contro il suo partito, e in particolare contro uomini del suoi partito che occupano nello Stato cariche importantissime, accuse che le Br hanno certo sollecitato in modo duro. Su questo tipo di temi, invece, Moro non ha per il momento detto una parola. Egli starebbe appunto trattando, meditando, alla ricerca (in quella tenebra della razionalità che dev'essere il linguaggio degli interrogatori delle Br) un bandolo che serva a rompere la trappola terrorista.