La marcia dei migranti in Messico, contro il muro e i soldati Usa
Omero Ciai
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di OMERO CIAI, Fotografie di JORDI RUIZ CIRERA/BLOOMBERG
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Partiti dall’Honduras, sono entrati in Messico dove si vota in luglio. E dove lo spauracchio di Trump lancia l’uomo della sinistra populista
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Di che cosa stiamo parlando Duemila migranti centro- americani in marcia per protesta attraverso il Messico hanno scatenato l’ira del presidente Trump che ieri ha promesso: «Sorveglieremo la frontiera con l’esercito finché non verrà costruito il Muro». La collera del capo della Casa Bianca, che minaccia di cancellare l’accordo di libero scambio (Nafta), produce un effetto naturale sulle presidenziali messicane del 1° luglio, lanciando verso la vittoria López Obrador, alfiere della sinistra, nazionalista e populista.
C’è una carovana di migranti che innervosisce moltissimo il presidente Trump. Sono partiti a piedi alla metà di marzo dall’Honduras, hanno attraversato il Guatemala e sono entrati in Messico il 26 marzo. Adesso sono circa duemila centroamericani in marcia. Alla testa del corteo portano un drappo bianco con scritto: “Siamo t…!-->!-->
Di che cosa stiamo parlando Duemila migranti centro- americani in marcia per protesta attraverso il Messico hanno scatenato l’ira del presidente Trump che ieri ha promesso: «Sorveglieremo la frontiera con l’esercito finché non verrà costruito il Muro». La collera del capo della Casa Bianca, che minaccia di cancellare l’accordo di libero scambio (Nafta), produce un effetto naturale sulle presidenziali messicane del 1° luglio, lanciando verso la vittoria López Obrador, alfiere della sinistra, nazionalista e populista.
C’è una carovana di migranti che innervosisce moltissimo il presidente Trump. Sono partiti a piedi alla metà di marzo dall’Honduras, hanno attraversato il Guatemala e sono entrati in Messico il 26 marzo. Adesso sono circa duemila centroamericani in marcia. Alla testa del corteo portano un drappo bianco con scritto: “Siamo tutti America, no alla discriminazione”. In maggioranza provengono dall’Honduras ma ci sono anche migranti dal Salvador, dal Guatemala e dal Nicaragua. Ad organizzare la carovana è stata “Pueblos sin fronteras”, una Ong di solidarietà per chi fugge dai Paesi del Centroamerica, con l’obiettivo di denunciare il calvario che subiscono i migranti nel loro cammino, oltre 3mila chilometri, attraverso il Messico fino alla frontiera con gli Stati Uniti. Furti, sequestri, omicidi. La persecuzione dei cartelli narcos ma anche delle autorità locali. Della carovana Trump s’è accorto a Pasqua, s’è convinto che vogliono tutti entrare illegalmente negli Stati Uniti e ha cominciato a cinguettare su twitter minacciando il Messico se non deciderà di fermarli.
Il gruppo degli oltre duemila migranti centroamericani, che si sono messi in cammino in segno di protesta contro il muro Usa, utilizza ogni mezzo di trasporto a disposizione: bus, treni, auto e camion. Ma spesso avanza anche a piedi
Il primo aprile Trump ha scritto: «Il Messico sta facendo molto poco, se non proprio nulla, per impedire alle persone di raggiungere gli Stati Uniti. Ridono delle nostre stupide leggi sull’immigrazione. Devono fermare il grande flusso di droga e persone, o fermerò la loro mucca da mungere, il Nafta - l’accordo di libero scambio -. Abbiamo bisogno del Muro». In realtà, secondo gli organizzatori, solo una piccola minoranza dei migranti in marcia ha intenzione di entrare negli Stati Uniti quando raggiungerà la frontiera. Sono quelli che hanno parenti dall’altra parte e pensano di sollecitare il ricongiungimento familiare. «E sono meno di un centinaio - ha spiegato alla Bbc Irineo Mujica, il direttore di “Pueblos sin fronteras” -. Per gli altri - ha aggiunto - è solo una protesta. Cercheranno di fermarsi in Messico». Ma il presidente non si fida e dopo aver trasformato con i suoi tweet la carovana in un evento altamente simbolico, ieri ha promesso che presto dispiegherà l’esercito lungo la frontiera con il Messico in attesa della costruzione del muro. «Sorveglieremo il confine con i militari. È un grande passo - ha detto Trump -. Non possiamo avere persone che entrano illegalmente nel nostro Paese, scompaiono e tra l’altro non si presentano in tribunale».
L’attivismo di Trump sta mettendo in grande difficoltà il governo messicano. Alle minacce sulla “mucca da mungere” - l’accordo di libero scambio che per il presidente Usa ha mandato in crisi l’industria dell’auto con la delocalizzazione degli stabilimenti di produzione oltre frontiera - ha risposto il ministro degli esteri, Luis Videgaray, che da mesi sta rinegoziando con Washington e Ottawa una riforma del Nafta che dovrebbe essere presentata a breve. Ma è “l’effetto Trump” che sta in gran parte decidendo il risultato delle presidenziali messicane del prossimo 1 luglio. Come raccontava tempo fa un giornalista del Miami Herald, Andrés Oppenheimer, «in Messico tutti scherzano sul fatto che in realtà sia proprio Trump lo spin doctor di Andrés Manuel López Obrador».
Amlo, come tutti lo chiamano familiarmente, 64 anni, è lo storico leader della sinistra populista messicana che si presenta alle elezioni presidenziali per la terza volta ed è anche quello che promette di rispondere a Trump con la stessa intensità, perlomeno verbale. “Occhio per occhio”. La dura campagna anti-americana di Amlo lo ha fatto volare nei sondaggi. A dicembre era al 30%, oggi a meno di tre mesi dal voto è oltre il 40%. Mentre José Antonio Meade, l’aspirante del partito al potere, il Pri, arranca intorno al 20%, e Ricardo Anaya sta al 28%. Anaya viene dalla destra, dal Pan, che ha governato il Messico per due mandati all’inizio del nuovo secolo, Vicente Fox e Felipe Calderon, ma all’inseguimento di López Obrador ha rimescolato le carte creando un cartello elettorale con una parte dei movimenti progressisti, il Prd e Movimento ciudadano.
Mentre Trump twittava contro «l’invasione dei migranti e i messicani canaglie», Andrés Manuel López Obrador ha aperto la sua campagna elettorale con un comizio a Ciudad Juárez, addosso all’incandescente frontiera per esigere «rispetto», accendere il nazionalismo, e giurare sulla difesa della sovranità messicana di fronte alle minacce della Casa Bianca. Molti temi del programma di Amlo spaventano la classe media messicana ma ipnotizzano le fasce più povere del Paese. Per esempio promette di tagliare gli stipendi degli alti funzionari pubblici e aumentare i salari più bassi, raddoppiando quelli di chi lavora nelle maquilladoras lungo la frontiera. E di combattere tutte le politiche neoliberiste dei governi che si sono succeduti in Messico negli ultimi trent’anni.
Nazionalista e populista, accusato di essere vicino al Cremlino (ma lui smentisce), Amlo, sostengono i suoi nemici, vuole riportare il Messico indietro di mezzo secolo e, contestando le privatizzazioni, rimettere lo Stato al centro del mercato. Ex sindaco di Città del Messico (2000-2005) venne sconfitto per una manciata di voti da Calderon alle presidenziali del 2006. Lui era convinto di averle vinte e l’ombra dei brogli su quel voto non s’è mai dissipata. Ora, grazie a Trump, che lo ha più volte definito un “bad hombre”, sembra avere la possibilità della rivincita. Le elezioni messicane sono a un turno secco. Vince chi arriva primo, non importa la percentuale.