Il dilemma di Trump, risucchiato dalla polveriera Siria
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINIPochi giorni fa il presidente degli Stati Uniti aveva annunciato il disimpegno americano dall'area. Ma ora, dopo l'attacco chimico, minaccia una reazione. E presto
NEW YORK - "Atroce, odioso, disumano, ci saranno conseguenze", così Donald Trump condanna l'attacco siriano con armi chimiche che ha ucciso almeno cento persone. "Entro 24 ore la risposta, i generali valutano, l'azione militare è sul tavolo". Stavolta la "linea rossa" viene tracciata da Trump, cinque anni dopo il precedente infausto di Barack Obama. Il presidente si sbilancia con durissime accuse anche verso Vladimir Putin, con cui aveva tentato di coltivare un idillio: "Ognuno pagherà un prezzo, anche lui, per l'uso di armi chimiche illegali".
L'America viene risucchiata ancora una volta dentro la tragedia siriana, suo malgrado. La settimana scorsa Trump aveva lanciato un segnale diametralmente opposto: dichiariamo vittoria contro l'Isis e lasciamo la Siria. Era un segnale netto per il ritiro dei duemila soldati americani che ancora rimangono a sostegno delle milizie curde contro le ultime sacche di jih…
L'America viene risucchiata ancora una volta dentro la tragedia siriana, suo malgrado. La settimana scorsa Trump aveva lanciato un segnale diametralmente opposto: dichiariamo vittoria contro l'Isis e lasciamo la Siria. Era un segnale netto per il ritiro dei duemila soldati americani che ancora rimangono a sostegno delle milizie curde contro le ultime sacche di jih…
NEW YORK - "Atroce, odioso, disumano, ci saranno conseguenze", così Donald Trump condanna l'attacco siriano con armi chimiche che ha ucciso almeno cento persone. "Entro 24 ore la risposta, i generali valutano, l'azione militare è sul tavolo". Stavolta la "linea rossa" viene tracciata da Trump, cinque anni dopo il precedente infausto di Barack Obama. Il presidente si sbilancia con durissime accuse anche verso Vladimir Putin, con cui aveva tentato di coltivare un idillio: "Ognuno pagherà un prezzo, anche lui, per l'uso di armi chimiche illegali".
L'America viene risucchiata ancora una volta dentro la tragedia siriana, suo malgrado. La settimana scorsa Trump aveva lanciato un segnale diametralmente opposto: dichiariamo vittoria contro l'Isis e lasciamo la Siria. Era un segnale netto per il ritiro dei duemila soldati americani che ancora rimangono a sostegno delle milizie curde contro le ultime sacche di jihadisti sunniti dello Stato Islamico. Al tempo stesso Trump cancellava 200 milioni di stanziamento per la ricostruzione delle aree liberate dall'Isis. Ma nel weekend la notizia della nuova strage con armi chimiche ha sconvolto tutto. Già domenica Trump twittava "Assad è un animale, pagherà caro".
Tra i retroscena c'è la telefonata con Emmanuel Macron domenica sera: l'asse col presidente francese è forte, e in quel colloquio Trump avrebbe saputo che la Francia è pronta ad agire anche da sola. Pesa anche l'esordio di John Bolton, il falco di politica estera dei tempi di George Bush che Trump si è scelto come nuovo consigliere per la sicurezza nazionale. E' in atto una pressione formidabile dal Pentagono. I vertici militari non hanno mai abbracciato la visione isolazionista di Trump, che in campagna elettorale e anche dopo ha ripetuto: America First significa ricostruire casa nostra, non faremo più i gendarmi del mondo.
In Medio Oriente questo presidente è stato tentato dall'idea di delegare le grandi scelte ai due alleati di ferro, Israele e Arabia saudita. Il disimpegno da quell'area cruciale, dove l'America sostituì l'impero britannico fin dai tempi di Franklin Roosevelt, è agevolato dall'autosufficienza petrolifera degli Stati Uniti: una rivoluzione sconvolge le gerarchie energetiche planetarie, già da qualche anno non una sola goccia di petrolio arabo viene importata negli Stati Uniti.
Ma il Pentagono non condivide la logica mercantilista di America First, presidiare Mediterraneo e Golfo Persico significa conservare una leadership mondiale, la capacità di controllo sulle rotte cruciali che portano l'energia alla Cina. I generali sottolineano i limiti delle convergenze con Israele: quest'ultimo attacca le milizie sciite pro-iraniane in Siria, l'America continua a considerare l'Isis come il nemico numero uno.
Il braccio di ferro tra il presidente e i generali, con la nuova mediazione di Bolton, può conciliare un ritiro di truppe terrestri dalla Siria e un attacco missilistico punitivo? Il precedente è di un anno fa: Trump si era insediato da poco alla Casa Bianca quando ordinò una pioggia di 59 missili Tomahawk contro la base aerea siriana di Al Sharyat, anche allora come castigo per l'uso di armi chimiche. Questa volta potrebbero essere coinvolte Francia e Inghilterra. La procedura la indica il segretario alla Difesa, generale John Mattis: "Per prima cosa vogliamo capire perché si continuano a usare armi chimiche, mentre la Russia si era portata garante della loro eliminazione. Poi agiremo in sintonia con gli alleati". L'intelligence Usa raccoglie prove sull'uso del Sarin, illegale. Obama quando fissò la sua "linea rossa", aveva minacciato l'intervento militare nel 2013. Poi ci ripensò, con un voltafaccia che molti considerano fatale per la perdita di credibilità degli americani in quell'area. La scusa di Obama: il Congresso non lo autorizzava. Putin gli offrì una scappatoia proprio portandosi garante dell'eliminazione di ogni arsenale chimico posseduto dalle forze di Assad. Nel 2013 sia Trump sia Bolton disapprovarono l'ultimatum di Obama alla Siria, sostenendo che non erano in gioco interessi strategici degli Stati Uniti. Ma già un anno fa Trump coi suoi 59 missili aveva fatto una concessione alla linea del Pentagono: è interesse vitale dell'America castigare chi viola i trattati e usa armi di distruzione di massa.
L'America viene risucchiata ancora una volta dentro la tragedia siriana, suo malgrado. La settimana scorsa Trump aveva lanciato un segnale diametralmente opposto: dichiariamo vittoria contro l'Isis e lasciamo la Siria. Era un segnale netto per il ritiro dei duemila soldati americani che ancora rimangono a sostegno delle milizie curde contro le ultime sacche di jihadisti sunniti dello Stato Islamico. Al tempo stesso Trump cancellava 200 milioni di stanziamento per la ricostruzione delle aree liberate dall'Isis. Ma nel weekend la notizia della nuova strage con armi chimiche ha sconvolto tutto. Già domenica Trump twittava "Assad è un animale, pagherà caro".
Tra i retroscena c'è la telefonata con Emmanuel Macron domenica sera: l'asse col presidente francese è forte, e in quel colloquio Trump avrebbe saputo che la Francia è pronta ad agire anche da sola. Pesa anche l'esordio di John Bolton, il falco di politica estera dei tempi di George Bush che Trump si è scelto come nuovo consigliere per la sicurezza nazionale. E' in atto una pressione formidabile dal Pentagono. I vertici militari non hanno mai abbracciato la visione isolazionista di Trump, che in campagna elettorale e anche dopo ha ripetuto: America First significa ricostruire casa nostra, non faremo più i gendarmi del mondo.
In Medio Oriente questo presidente è stato tentato dall'idea di delegare le grandi scelte ai due alleati di ferro, Israele e Arabia saudita. Il disimpegno da quell'area cruciale, dove l'America sostituì l'impero britannico fin dai tempi di Franklin Roosevelt, è agevolato dall'autosufficienza petrolifera degli Stati Uniti: una rivoluzione sconvolge le gerarchie energetiche planetarie, già da qualche anno non una sola goccia di petrolio arabo viene importata negli Stati Uniti.
Ma il Pentagono non condivide la logica mercantilista di America First, presidiare Mediterraneo e Golfo Persico significa conservare una leadership mondiale, la capacità di controllo sulle rotte cruciali che portano l'energia alla Cina. I generali sottolineano i limiti delle convergenze con Israele: quest'ultimo attacca le milizie sciite pro-iraniane in Siria, l'America continua a considerare l'Isis come il nemico numero uno.
Il braccio di ferro tra il presidente e i generali, con la nuova mediazione di Bolton, può conciliare un ritiro di truppe terrestri dalla Siria e un attacco missilistico punitivo? Il precedente è di un anno fa: Trump si era insediato da poco alla Casa Bianca quando ordinò una pioggia di 59 missili Tomahawk contro la base aerea siriana di Al Sharyat, anche allora come castigo per l'uso di armi chimiche. Questa volta potrebbero essere coinvolte Francia e Inghilterra. La procedura la indica il segretario alla Difesa, generale John Mattis: "Per prima cosa vogliamo capire perché si continuano a usare armi chimiche, mentre la Russia si era portata garante della loro eliminazione. Poi agiremo in sintonia con gli alleati". L'intelligence Usa raccoglie prove sull'uso del Sarin, illegale. Obama quando fissò la sua "linea rossa", aveva minacciato l'intervento militare nel 2013. Poi ci ripensò, con un voltafaccia che molti considerano fatale per la perdita di credibilità degli americani in quell'area. La scusa di Obama: il Congresso non lo autorizzava. Putin gli offrì una scappatoia proprio portandosi garante dell'eliminazione di ogni arsenale chimico posseduto dalle forze di Assad. Nel 2013 sia Trump sia Bolton disapprovarono l'ultimatum di Obama alla Siria, sostenendo che non erano in gioco interessi strategici degli Stati Uniti. Ma già un anno fa Trump coi suoi 59 missili aveva fatto una concessione alla linea del Pentagono: è interesse vitale dell'America castigare chi viola i trattati e usa armi di distruzione di massa.