Sequestro Moro, una voce stravolta dal “carcere del popolo”
Sandro Viola , di SANDRO VIOLA
11 aprile 1978
ROMA - Quel che il mondo democristiano aveva più temuto in queste pesanti settimane, si è ormai verificato. Dal chiuso del "carcere del popolo" con parole insieme vaghe e lucide, con una curiosa petulanza, Aldo Moro (o più esattamente lo Aldo Moro prigioniero, da venticinque giorni, delle Br) ha cominciato a attaccare uomini, correnti, fasi politiche della Dc. Il "processo" annunciato dalle Brigate Rosse va dunque avanti, e ieri sera _ con l'arrivo del testo che riproduciamo qui accanto - è divenuto chiaro che il prigioniero risponde pienamente agli interrogativi.
Il primo bersaglio colpito è Paolo Emilio Taviani, uno dei grandi notabili della Democrazia cristiana. Moro ne tratteggia un profilo odioso, di uomo divorato dalle ambizioni, infido umanamente (per le "virate così brusche e immotivate da lasciare stupefatti"). Lo accusa di aver pensato ad un certo punto (attorno al '68) ad una &q…
ROMA - Quel che il mondo democristiano aveva più temuto in queste pesanti settimane, si è ormai verificato. Dal chiuso del "carcere del popolo" con parole insieme vaghe e lucide, con una curiosa petulanza, Aldo Moro (o più esattamente lo Aldo Moro prigioniero, da venticinque giorni, delle Br) ha cominciato a attaccare uomini, correnti, fasi politiche della Dc. Il "processo" annunciato dalle Brigate Rosse va dunque avanti, e ieri sera _ con l'arrivo del testo che riproduciamo qui accanto - è divenuto chiaro che il prigioniero risponde pienamente agli interrogativi.
Il primo bersaglio colpito è Paolo Emilio Taviani, uno dei grandi notabili della Democrazia cristiana. Moro ne tratteggia un profilo odioso, di uomo divorato dalle ambizioni, infido umanamente (per le "virate così brusche e immotivate da lasciare stupefatti"). Lo accusa di aver pensato ad un certo punto (attorno al '68) ad una &q…
11 aprile 1978
ROMA - Quel che il mondo democristiano aveva più temuto in queste pesanti settimane, si è ormai verificato. Dal chiuso del "carcere del popolo" con parole insieme vaghe e lucide, con una curiosa petulanza, Aldo Moro (o più esattamente lo Aldo Moro prigioniero, da venticinque giorni, delle Br) ha cominciato a attaccare uomini, correnti, fasi politiche della Dc. Il "processo" annunciato dalle Brigate Rosse va dunque avanti, e ieri sera _ con l'arrivo del testo che riproduciamo qui accanto - è divenuto chiaro che il prigioniero risponde pienamente agli interrogativi.
Il primo bersaglio colpito è Paolo Emilio Taviani, uno dei grandi notabili della Democrazia cristiana. Moro ne tratteggia un profilo odioso, di uomo divorato dalle ambizioni, infido umanamente (per le "virate così brusche e immotivate da lasciare stupefatti"). Lo accusa di aver pensato ad un certo punto (attorno al '68) ad una "intesa col Msi come formula risolutiva della crisi italiana", e soprattutto di aver lungamente mantenuto "contatti diretti e fiduciari col mondo americano". Il linguaggio è grave, l'intenzione polemica è dura. Leggendo questo testo, che a tratti sembra un messaggio e a tratti un verbale di interrogatorio (e che molto probabilmente, vista anche la forma manoscritta, è una sorta di pro-memoria preparato appositamente per una delle sedute del "processo"), i dirigenti della Dc devono essere restati, lunedì sera, esterrefatti. E' vero, a piazza del Gesù gli animi erano preparati, è dal giorno del primo messaggio di Moro che il partito descrive il suo ex leader come succube della violenza dei terroristi, nel tentativo di approntare una difesa contro i "verbali del processo". Ma resta che chi parla (con parole che mirano a smantellare l'immagine e gli equilibri del partito) è Aldo Moro, il capo riconosciuto, il personaggio di maggiore peso politico che la Dc abbia avuto dopo De Gasperi. Lasciamo da parte per un momento la denigrazione di Taviani, e guardiamo agli altri passi del testo.
Prima fra tutti quello in cui il presidente della Dc già opera il suo riconoscimento formale e politico delle Br come una specie di formazione partigiana.
In Italia, dice Moro, si sta svolgendo una "guerriglia": non a caso egli aveva avanzato - nel suo primo, nel secondo ed ora in quest'ultimo messaggio - proposte d'uno "scambio di prigionieri". Tali proposte sono infatti tese non soltanto "a salvare altre vite umane innocenti", ma anche a "dare umanamente un respiro a dei combattenti".
Si tratta, è inutile sottolinearlo, di concetti ed espressioni gravi, anche se l'uomo, come lui stesso ha scritto, si trova "sotto un potere pieno e incontrollato". Il leader democristiano sembra dunque meno terroristico alla stregua d'una lotta di liberazione, e infatti chiama gli uomini delle Br "combattenti". Ma questo non è neppure il peggio. Il peggio è la considerazione che Moro ha dello Stato italiano. Rifiutando di trattare con i terroristi, spiega infatti il leader democristiano, il governo compie un gesto astratto, sceglie la retorica: perché la verità è che l'Italia "non è certo lo Stato più ferreo del mondo, attrezzato, materialmente e psicologicamente, a guidare la fila di paesi come Usa, Israele e Germania (non quella però di Lorenz), ben altrimenti preparati a rifiutare un momento di riflessione e di umanità". Dunque, uno Stato come l'Italia (gestito negli ultimi trent'anni dalla Dc) non può e non deve fare altro che venire a patti.
Sono questi, a guardar bene, i passaggi più avvilenti del verbale del "carcere del popolo". Se si pensava infatti, che dal "processo" dovessero venire accuse capitali e circostanziate contro la Dc, racconti di scandali, di trame occulte, bisogna dire che essi non sono ancora venuti. Le Br, nel loro documento che introduce e poi chiude il testo di Moro, li preannunciano: ma resta che ancora, a venticinque giorni dal suo rapimento esse non sembrano avere in mano carte in questo senso decisive.
Quel che risalta è invece la caduta dell'uomo Moro, l'indebolimento d'ogni capacità di mantenere il ruolo che la lunga carriera politica, le tante cariche dello Stato, gli avevano conferito in questi decenni. I carcerieri chiedono un giudizio sulla dc, e Moro parla di "malcostume democristiano"; vogliono dimostrare che lo "Stato delle multinazionali" è asservito alle potenze occidentali, e lui fa capire che gli americani impedirono la sua elezione a Presidente della Repubblica nel'71; gli domandano una "informativa" su di un collega di partito, e il presidente di questo stesso partito descrive il collega come un voltagabbana.
Dal comunicato delle Br che accompagna il testo di Moro, bisogna evidenziare tre punti. Il primo è il connotato ligure: l'attacco a Taviani e "alla cricca genovese con in testa il "fu" Coco, Sossi, Castellano e Catalano" riportano ai fatti del '74 al gruppo che lanciò le Br come il fenomeno terroristico più importate. Il secondo punto è l'insistenza sul tema della "unificazione del movimento rivoluzionario", il nuovo appello all'estrema sinistra perché si congiunga alle Br per formare il Partito comunista combattente. Il terzo è il reiterato rifiuto di "trattative segrete" in un eventuale negoziato: le Br riaffermano che "niente deve essere nascosto al popolo".
ROMA - Quel che il mondo democristiano aveva più temuto in queste pesanti settimane, si è ormai verificato. Dal chiuso del "carcere del popolo" con parole insieme vaghe e lucide, con una curiosa petulanza, Aldo Moro (o più esattamente lo Aldo Moro prigioniero, da venticinque giorni, delle Br) ha cominciato a attaccare uomini, correnti, fasi politiche della Dc. Il "processo" annunciato dalle Brigate Rosse va dunque avanti, e ieri sera _ con l'arrivo del testo che riproduciamo qui accanto - è divenuto chiaro che il prigioniero risponde pienamente agli interrogativi.
Il primo bersaglio colpito è Paolo Emilio Taviani, uno dei grandi notabili della Democrazia cristiana. Moro ne tratteggia un profilo odioso, di uomo divorato dalle ambizioni, infido umanamente (per le "virate così brusche e immotivate da lasciare stupefatti"). Lo accusa di aver pensato ad un certo punto (attorno al '68) ad una "intesa col Msi come formula risolutiva della crisi italiana", e soprattutto di aver lungamente mantenuto "contatti diretti e fiduciari col mondo americano". Il linguaggio è grave, l'intenzione polemica è dura. Leggendo questo testo, che a tratti sembra un messaggio e a tratti un verbale di interrogatorio (e che molto probabilmente, vista anche la forma manoscritta, è una sorta di pro-memoria preparato appositamente per una delle sedute del "processo"), i dirigenti della Dc devono essere restati, lunedì sera, esterrefatti. E' vero, a piazza del Gesù gli animi erano preparati, è dal giorno del primo messaggio di Moro che il partito descrive il suo ex leader come succube della violenza dei terroristi, nel tentativo di approntare una difesa contro i "verbali del processo". Ma resta che chi parla (con parole che mirano a smantellare l'immagine e gli equilibri del partito) è Aldo Moro, il capo riconosciuto, il personaggio di maggiore peso politico che la Dc abbia avuto dopo De Gasperi. Lasciamo da parte per un momento la denigrazione di Taviani, e guardiamo agli altri passi del testo.
Prima fra tutti quello in cui il presidente della Dc già opera il suo riconoscimento formale e politico delle Br come una specie di formazione partigiana.
In Italia, dice Moro, si sta svolgendo una "guerriglia": non a caso egli aveva avanzato - nel suo primo, nel secondo ed ora in quest'ultimo messaggio - proposte d'uno "scambio di prigionieri". Tali proposte sono infatti tese non soltanto "a salvare altre vite umane innocenti", ma anche a "dare umanamente un respiro a dei combattenti".
Si tratta, è inutile sottolinearlo, di concetti ed espressioni gravi, anche se l'uomo, come lui stesso ha scritto, si trova "sotto un potere pieno e incontrollato". Il leader democristiano sembra dunque meno terroristico alla stregua d'una lotta di liberazione, e infatti chiama gli uomini delle Br "combattenti". Ma questo non è neppure il peggio. Il peggio è la considerazione che Moro ha dello Stato italiano. Rifiutando di trattare con i terroristi, spiega infatti il leader democristiano, il governo compie un gesto astratto, sceglie la retorica: perché la verità è che l'Italia "non è certo lo Stato più ferreo del mondo, attrezzato, materialmente e psicologicamente, a guidare la fila di paesi come Usa, Israele e Germania (non quella però di Lorenz), ben altrimenti preparati a rifiutare un momento di riflessione e di umanità". Dunque, uno Stato come l'Italia (gestito negli ultimi trent'anni dalla Dc) non può e non deve fare altro che venire a patti.
Sono questi, a guardar bene, i passaggi più avvilenti del verbale del "carcere del popolo". Se si pensava infatti, che dal "processo" dovessero venire accuse capitali e circostanziate contro la Dc, racconti di scandali, di trame occulte, bisogna dire che essi non sono ancora venuti. Le Br, nel loro documento che introduce e poi chiude il testo di Moro, li preannunciano: ma resta che ancora, a venticinque giorni dal suo rapimento esse non sembrano avere in mano carte in questo senso decisive.
Quel che risalta è invece la caduta dell'uomo Moro, l'indebolimento d'ogni capacità di mantenere il ruolo che la lunga carriera politica, le tante cariche dello Stato, gli avevano conferito in questi decenni. I carcerieri chiedono un giudizio sulla dc, e Moro parla di "malcostume democristiano"; vogliono dimostrare che lo "Stato delle multinazionali" è asservito alle potenze occidentali, e lui fa capire che gli americani impedirono la sua elezione a Presidente della Repubblica nel'71; gli domandano una "informativa" su di un collega di partito, e il presidente di questo stesso partito descrive il collega come un voltagabbana.
Dal comunicato delle Br che accompagna il testo di Moro, bisogna evidenziare tre punti. Il primo è il connotato ligure: l'attacco a Taviani e "alla cricca genovese con in testa il "fu" Coco, Sossi, Castellano e Catalano" riportano ai fatti del '74 al gruppo che lanciò le Br come il fenomeno terroristico più importate. Il secondo punto è l'insistenza sul tema della "unificazione del movimento rivoluzionario", il nuovo appello all'estrema sinistra perché si congiunga alle Br per formare il Partito comunista combattente. Il terzo è il reiterato rifiuto di "trattative segrete" in un eventuale negoziato: le Br riaffermano che "niente deve essere nascosto al popolo".