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(ap)

Scenari di guerra, Trump prepara il raid in Siria

Con una sorta di "telefono rosso", contatti diretti coi colleghi russi, i vertici militari Usa studiano l'attacco contro le forze di Assad
5 minuti di lettura
di FEDERICO RAMPINI
"De-conflicting": si ricomincia da dove era rimasto Barack Obama. Dopo il crescendo di minacce, tra Washington e Mosca la tensione cala. Come ai tempi di Obama, i militari si attivano con una sorta di diplomazia parallela. Obiettivo: tenere i russi informati sui preparativi dell'attacco americano in Siria, evitare le sorprese, concordare le precauzioni necessarie per impedire un conflitto diretto fra le due superpotenze. Anche a costo di depotenziare l'efficacia dell'attacco missilistico, rivelandone in anticipo i dettagli anche a chi si vuole castigare. "De-conflicting" e "de-escalation" tornano di moda, due parole d'ordine ampiamente citate nel 2013 quando Obama era arrivato a minacciare l'intervento militare.

Siria, scontro Trump-Putin. Rampini: "Una prova di forza senza via d'uscita"

Un cambio di atmosfera rispetto ai primi giorni dopo la strage chimica di Assad, lo…
di FEDERICO RAMPINI
"De-conflicting": si ricomincia da dove era rimasto Barack Obama. Dopo il crescendo di minacce, tra Washington e Mosca la tensione cala. Come ai tempi di Obama, i militari si attivano con una sorta di diplomazia parallela. Obiettivo: tenere i russi informati sui preparativi dell'attacco americano in Siria, evitare le sorprese, concordare le precauzioni necessarie per impedire un conflitto diretto fra le due superpotenze. Anche a costo di depotenziare l'efficacia dell'attacco missilistico, rivelandone in anticipo i dettagli anche a chi si vuole castigare. "De-conflicting" e "de-escalation" tornano di moda, due parole d'ordine ampiamente citate nel 2013 quando Obama era arrivato a minacciare l'intervento militare.

Siria, scontro Trump-Putin. Rampini: "Una prova di forza senza via d'uscita"

Un cambio di atmosfera rispetto ai primi giorni dopo la strage chimica di Assad, lo si percepisce anche nei tweet di Donald Trump. L'ultimo cancella l'urgenza: "Non ho mai detto quando avverrà l'attacco alla Siria, potrebbe essere presto, o tutt'altro che presto". Intanto i suoi generali e quelli russi hanno attivato i loro canali segreti, in gergo un "link di comunicazione di crisi". È il discendente del celebre "telefono rosso" in voga durante la Guerra fredda, ma attivato a livello tecnico, fra i due stati maggiori militari. Gli Stati Uniti in base a queste indiscrezioni comunicheranno ai vertici delle forze armate russe una lista dei bersagli, prima che partano i missili, in modo che non ci siano incognite. Tra quei bersagli non ci saranno basi russe, né aerei o navi russe. Quasi a confermare che questo dialogo sta già funzionando, le navi russe hanno lasciato la base siriana di Tartus "per tutelare la propria sicurezza", secondo fonti moscovite. Il guaio è che questi preavvisi forniti con largo anticipo, servono anche a limitare i danni per Assad.

Infatti le stesse forze armate del regime di Damasco stanno correndo ai ripari, spostando le proprie risorse strategiche più preziose. In sostanza, dovendo scegliere tra un'azione più efficace di quella condotta un anno fa (i 59 missili Tomahawk lanciati il 6 aprile 2017 su una base siriana dopo un'altra strage chimica, la danneggiarono solo temporaneamente), e l'opportunità di evitare lo scontro diretto coi russi, il Pentagono e la Casa Bianca avrebbero privilegiato la seconda opzione. Per un presidente che aveva ripetutamente accusato Obama di non farsi rispettare nel mondo, il ripiegamento non è esaltante. Se è vero che Obama fece una ritirata gravida di conseguenze dopo avere annunciato la sua "linea rossa" sulle armi chimiche, Trump non sembra andare molto più in là di azioni simboliche e dimostrative. È quel che s'intuisce anche nelle parole del suo segretario alla Difesa, generale John Mattis: "L'uso di armi chimiche è imperdonabile, inammissibile, un crimine contro l'umanità. Ma vogliamo evitare una escalation fuori controllo, capite cosa voglio dire".

Le posizioni

(afp)
Francia: Macron fa elaborare i piani d'intervento e cerca alleati arabi

di ANAIS GINORI
Per Emmanuel Macron il dado è tratto. "Prenderemo le decisioni quando sarà più utile ed efficace", ha ribadito ieri in tv, dopo aver confermato di avere le prove dell'uso di armi chimiche da parte del regime di Assad, ovvero quella "linea rossa" che aveva tracciato mesi fa per un intervento militare. Il leader francese, alla sua prima vera crisi internazionale, considera ormai impossibile non reagire. Il leader francese ha chiesto al capo di Stato maggiore, François Lecointre, di preparare i piani di guerra, con ipotesi di raid da basi francesi o da quelle in appoggio in Giordania ed Emirati Arabi Uniti. L'altra opzione sul tavolo è quella di un attacco missilistico con la fregata Aquitaine che si trova nel Mediterraneo orientale: fiore all'occhiello della marina francese, non è finora mai stata utilizzata. Parigi infine vorrebbe allargare la coalizione a paesi arabi: discussioni aperte con il principe saudita Bin Salman e con altre capitali del Medio Oriente.
(ap)

Germania: Merkel irritata per la fuga in avanti dei francesi

di TONIA MASTROBUONI
Angela Merkel esclude un intervento armato in Siria. "La Germania - ha detto ieri - non prenderà parte in possibili azioni militari". E il fatto che abbia sottolineato che sull'azione "non siano ancora state prese decisioni" non è un inciso casuale. Merkel non deve aver apprezzato le fughe in avanti di alcuni partner europei - Francia in testa - se anche il ministro degli Esteri, Heiko Maas, ha detto da Dublino che Berlino si aspetta di essere consultata, prima che un alleato conduca un attacco contro Assad. Noi europei "dobbiamo essere uniti", ha aggiunto. Più esplicito il presidente della commissione Esteri del Bundestag, Norbert Roettgen: "Anche se si arrivasse a raid di francesi e britannici, non significherebbe avere una linea europea comune". La posizione tedesca non è solo ispirata dalla tradizionale cautela in ambito militare: se c'è di mezzo la Russia un supplemento di riflessione è d'obbligo, a Berlino.
(ansa)

Regno Unito: il governo May con gli Usa, ma Corbyn: dibattito alla Camera

di ENRICO FRANCESCHINI
Theresa May ha riunito ieri il suo governo per approvare la partecipazione britannica a un'azione militare contro la Siria. "Tutto sembra indicare che il regime di Assad è responsabile" dell'attacco con armi chimiche a Douma, afferma la premier. La leader conservatrice non vuole richiedere l'autorizzazione del Parlamento, dove il suo partito ha un'esile maggioranza. Ma il capo dell'opposizione laburista Jeremey Corbyn chiede che non ci sia un'azione militare senza una piena discussione in aula. "La guerra in Iraq deve farci da lezione", ammonisce Corbyn. Pur condannando l'uso di armi chimiche, il leader del Labour indica che bisognerebbe aspettare un'ispezione dell'Onu. E aggiunge: "Il Medio Oriente ha già avuto enormi sofferenze, altri bombardamenti non risolverebbero niente", auspicando una soluzione politica in Siria con il coinvolgimento di "Usa, Russia, Ue, Iran, Arabia Saudita".
(agf)

Santa Sede: il nunzio Zenari condanna le divisioni all'Onu

di PAOLO RODARI
La situazione è delicata. Voglio esprimere una deplorevole constatazione delle divisioni in seno al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, soprattutto di fronte a fatti così gravi come il recente supposto utilizzo di armi chimiche avvenuto a Douma. È da deplorare in questo senso l'ennesima divisione in seno al Consiglio di Sicurezza". Così il nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari, ha commentato sentito da Repubblica quanto accade in queste ore. Lo sforzo di Zenari e della diplomazia pontificia è di far sì che si tenti la via del negoziato, l'unica in grado di portare benefici a una popolazione allo stremo. In questo senso si è espresso Francesco, l'ultima volta domenica all'Angelus. "Dalla Siria giungono ancora notizie terribili, di bombardamenti con decine di vittime", ha detto e ha chiesto di aprire ai negoziati, la sola opzione "che può portare a una pace che non sia quella della morte e della distruzione".
(ansa)

Mosse e contromosse militari

Prove americane, navi russe in mare e Assad in tv

• Le prove americane
Il presidente americano, Donald Trump, sta lavorando ai piani d'attacco in Siria con il Pentagono e con gli alleati, innanzitutto la Francia di Emmanuel Macron e (più riservatamente) Israele, che della Siria conosce tutto. Ieri sera gli Usa hanno fatto circolare un'altra prova del fatto che 10 giorni fa nel bombardamento di Douma sono stati usati agenti chimici: campioni di sangue e di urine prelevati agli scampati mostrano la presenza di agenti nervino e cloro, come avevano affermato i medici siriani.

• Il porto di Tartus
La flotta russa intanto ha lasciato il porto di Tartus, mentre i generali di Israele volano in Polonia. Che un attacco militare occidentale all'esercito di Assad non fosse previsto per queste ore è provato dal fatto che ieri, per partecipare alla celebrazione dell'Olocausto, da Israele sono volati in Polonia il capo di Stato maggiore Eizenkot, il capo del Mossad Yossi Cohen e quello dello Shin Bet Nadav Argaman. I russi però non si fidano e senza aspettare da tre giorni hanno fatto uscire dal porto di Tartus 10 delle 11 navi militari ormeggiate in Siria. In mare aperto le navi sono infatti bersagli più difficili per eventuali attacchi e possono agire con armi di bordo.

• Il fronte iraniano
Da giorni, assieme allo scambio di accuse e tweet fra Usa e Russia, c'è uno scontro parallelo, vitale per il controllo della Siria. È la contesa fra Israele da una parte e Russia e Iran dall'altra. Putin ha chiamato Netanyahu chiedendogli di non attaccare gli iraniani e Assad in Siria, un portavoce russo ha detto che "l'attacco della settimana scorsa di Israele in Siria non ha fatto che peggiorare la stabilità della situazione in Siria". Israele ha risposto che "non siamo noi che destabilizziamo, ma l'Iran che vuole piazzarsi stabilmente in Siria ai nostri confini".

• La bandiera siriana a Douma
Il governo di Assad ha fatto vedere al mondo che ha ripreso il controllo di Douma, il sobborgo bombardato anche con armi chimiche 10 giorni fa, e anche di Ghuta, il quartiere est di Damasco conquistato dopo mesi di assedio. Assad si è fatto vedere in tv con l'inviato iraniano Alì Akbar Velayati.

• Le telefonate di Erdogan
Nel frattempo il terzo grande incomodo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dopo aver parlato al telefono con Donald Trump ha chiamato anche Vladimir Putin. Erdogan, se ci fosse riuscito, avrebbe eliminato Bashar el Assad, che è difeso dal suo alleato di fatto Putin. Per cui il presidente turco critica tutti, sia Trump sia Putin: "Russia e Stati Uniti si affidano alla loro forza militare e hanno trasformato la Siria in un ring per i loro scontri".