Da quasi cinque anni Mahmoud Abu Zeid langue in una prigione egiziana: il crimine che avrebbe commesso questo fotografo, 30 anni, conosciuto come Shawkan, è semplice. Aver immortalato con la sua macchina fotografica quello che fra il 13 e il 14 agosto del 2013 stava accadendo a Rabaa Al-Adawiya Square, la piazza del Cairo dove gli uomini dell'allora capo delle Forze armate Abdel Fatah Al Sisi sparavano contro i sostenitori del presidente Mohammed Morsi, esponente di punta dei Fratelli musulmani, arrestato poche ore prima in un drammatico rovesciamento dei risultati delle prime elezioni post Primavera araba. Morirono, secondo Human rights watch, più di 1000 persone.
Per i suoi scatti, Shawkan rischia la pena di morte. Non è un caso dunque che proprio il fotografo egiziano sia stato scelto dall'Unesco - l'organizzazione Onu che si occupa della promozione e della tutela della cultura - come il vincitore del World Press Freedom Prize intitolato a Guillerm…
Per i suoi scatti, Shawkan rischia la pena di morte. Non è un caso dunque che proprio il fotografo egiziano sia stato scelto dall'Unesco - l'organizzazione Onu che si occupa della promozione e della tutela della cultura - come il vincitore del World Press Freedom Prize intitolato a Guillerm…
Da quasi cinque anni Mahmoud Abu Zeid langue in una prigione egiziana: il crimine che avrebbe commesso questo fotografo, 30 anni, conosciuto come Shawkan, è semplice. Aver immortalato con la sua macchina fotografica quello che fra il 13 e il 14 agosto del 2013 stava accadendo a Rabaa Al-Adawiya Square, la piazza del Cairo dove gli uomini dell'allora capo delle Forze armate Abdel Fatah Al Sisi sparavano contro i sostenitori del presidente Mohammed Morsi, esponente di punta dei Fratelli musulmani, arrestato poche ore prima in un drammatico rovesciamento dei risultati delle prime elezioni post Primavera araba. Morirono, secondo Human rights watch, più di 1000 persone.
Per i suoi scatti, Shawkan rischia la pena di morte. Non è un caso dunque che proprio il fotografo egiziano sia stato scelto dall'Unesco - l'organizzazione Onu che si occupa della promozione e della tutela della cultura - come il vincitore del World Press Freedom Prize intitolato a Guillermo Cano, giornalista colombiano ucciso dai trafficanti di droga nel 1986. Il premio sarà attribuito nella conferenza organizzata dall'Unesco per il World Press Freedom day in programma ad Accra, in Ghana, il 2 e 3 maggio, culmine di una campagna per la libertà di stampa nel mondo di cui La Repubblica, assieme a altri media internazionali, è partner.
Shawkan è stato selezionato anche da Reporter senza frontiere (Rsf) come uno dei simboli della mancanza di libertà di stampa nel mondo. Ieri l'organizzazione per la difesa dei giornalisti ha diffuso il suo annuale rapporto sullo stato della libertà di stampa nel mondo, puntando il dito, pur con le dovute differenze, contro gli Stati Uniti di Donald Trump, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping per il costante tentativo di mettere il bavaglio ai giornalisti.
Fanalino di coda dell'elenco dei Paesi dove i giornalisti possono svolgere con serenità il proprio mestiere è, come da molti anni, la Corea del Nord, al 180° posto sui 180 Paesi mappati da Rsf. Ma secondo il gruppo la situazione della libertà di stampa è grave in 21 nazioni, un livello mai toccato prima.
In uno dei passaggi più interessanti del rapporto, Rsf lancia l'allarme anche per l'aumento delle violenze - verbali e non solo - contro i giornalisti in Europa: l'assassinio di due reporter nel giro di pochi mesi, il cèco Jan Kuciak e la maltese Daphne Caruana Galizia, getta una luce sinistra sulla situazione del continente. E se la Norvegia resta il Paese del mondo dove la libertà di stampa è più garantita, "c'è una forte inquietudine per le democrazie europee", con particolare riferimento a quello che accade nei Paesi dell'Est, dove troppo speso i giornalisti sono additati come nemici.
Un clima che non risparmia l'Italia: l'organizzazione nota come anche nel nostro Paese crescano le minacce contro i giornalisti, soprattutto nel Mezzogiorno, ma anche a Roma, come dimostra il caso di Federica Angeli di Repubblica, minacciata per le sue inchieste sulla criminalità a Ostia. Rsf torna inoltre a puntare il dito contro il Movimento 5 Stelle, dopo che l'anno scorso denunciò le invettive di Beppe Grillo contro i reporter. "Ha spesso condannato la stampa per il suo lavoro e non esita a comunicare pubblicamente l'identità dei giornalisti che lo disturbano".
Per i suoi scatti, Shawkan rischia la pena di morte. Non è un caso dunque che proprio il fotografo egiziano sia stato scelto dall'Unesco - l'organizzazione Onu che si occupa della promozione e della tutela della cultura - come il vincitore del World Press Freedom Prize intitolato a Guillermo Cano, giornalista colombiano ucciso dai trafficanti di droga nel 1986. Il premio sarà attribuito nella conferenza organizzata dall'Unesco per il World Press Freedom day in programma ad Accra, in Ghana, il 2 e 3 maggio, culmine di una campagna per la libertà di stampa nel mondo di cui La Repubblica, assieme a altri media internazionali, è partner.
Shawkan è stato selezionato anche da Reporter senza frontiere (Rsf) come uno dei simboli della mancanza di libertà di stampa nel mondo. Ieri l'organizzazione per la difesa dei giornalisti ha diffuso il suo annuale rapporto sullo stato della libertà di stampa nel mondo, puntando il dito, pur con le dovute differenze, contro gli Stati Uniti di Donald Trump, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping per il costante tentativo di mettere il bavaglio ai giornalisti.
Fanalino di coda dell'elenco dei Paesi dove i giornalisti possono svolgere con serenità il proprio mestiere è, come da molti anni, la Corea del Nord, al 180° posto sui 180 Paesi mappati da Rsf. Ma secondo il gruppo la situazione della libertà di stampa è grave in 21 nazioni, un livello mai toccato prima.
In uno dei passaggi più interessanti del rapporto, Rsf lancia l'allarme anche per l'aumento delle violenze - verbali e non solo - contro i giornalisti in Europa: l'assassinio di due reporter nel giro di pochi mesi, il cèco Jan Kuciak e la maltese Daphne Caruana Galizia, getta una luce sinistra sulla situazione del continente. E se la Norvegia resta il Paese del mondo dove la libertà di stampa è più garantita, "c'è una forte inquietudine per le democrazie europee", con particolare riferimento a quello che accade nei Paesi dell'Est, dove troppo speso i giornalisti sono additati come nemici.
Un clima che non risparmia l'Italia: l'organizzazione nota come anche nel nostro Paese crescano le minacce contro i giornalisti, soprattutto nel Mezzogiorno, ma anche a Roma, come dimostra il caso di Federica Angeli di Repubblica, minacciata per le sue inchieste sulla criminalità a Ostia. Rsf torna inoltre a puntare il dito contro il Movimento 5 Stelle, dopo che l'anno scorso denunciò le invettive di Beppe Grillo contro i reporter. "Ha spesso condannato la stampa per il suo lavoro e non esita a comunicare pubblicamente l'identità dei giornalisti che lo disturbano".