di FADI ABU SHAMMALAH, fotografie GABRIELE MICALIZZI/Cesura
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Fadi Abu Shammalah è uno dei volti della società civile della Striscia: "Rischio la vita per dare ai miei figli un futuro dignitoso"
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Di che cosa stiamo parlando Grande marcia del ritorno è il nome della protesta che esponenti della società civile di Gaza hanno organizzato per protestare contro le condizioni di vita nella Striscia. È iniziata il 30 marzo e finirà il 15 maggio, 70° anniversario della Nakba, l’espulsione dei palestinesi nel 1948 prima della creazione dello Stato di Israele. Ogni venerdì migliaia di persone si riuniscono lungo il reticolato del confine, cucinando, ballando, parlando. Alla marcia hanno aderito anche i gruppi armati come Hamas: i suoi uomini sarebbero quelli che hanno spinto i manifestanti a spingersi contro le recinsioni cercando il martirio venerdì scorso. Ci sono stati 39 morti e migliaia di feriti.
KHAN YOUNIS (Striscia di Gaza). Il 30 marzo, al mattino presto, mio figlio di 7 anni, Ali, ha visto che mi preparavo per uscire: una cosa insolita a casa nostra di venerdì. "Dove vai, papà?". "Al confine. Vog…
Di che cosa stiamo parlando Grande marcia del ritorno è il nome della protesta che esponenti della società civile di Gaza hanno organizzato per protestare contro le condizioni di vita nella Striscia. È iniziata il 30 marzo e finirà il 15 maggio, 70° anniversario della Nakba, l’espulsione dei palestinesi nel 1948 prima della creazione dello Stato di Israele. Ogni venerdì migliaia di persone si riuniscono lungo il reticolato del confine, cucinando, ballando, parlando. Alla marcia hanno aderito anche i gruppi armati come Hamas: i suoi uomini sarebbero quelli che hanno spinto i manifestanti a spingersi contro le recinsioni cercando il martirio venerdì scorso. Ci sono stati 39 morti e migliaia di feriti.
KHAN YOUNIS (Striscia di Gaza). Il 30 marzo, al mattino presto, mio figlio di 7 anni, Ali, ha visto che mi preparavo per uscire: una cosa insolita a casa nostra di venerdì. "Dove vai, papà?". "Al confine. Voglio partecipare alla Grande marcia del ritorno".
Grande marcia del ritorno: questo è il nome che hanno voluto dare ai 45 giorni di proteste lungo il confine tra Gaza e Israele. È iniziata il 30 marzo, nella Giornata della Terra, che ricorda l'uccisione nel 1976 di sei palestinesi in Israele che avevano protestato per le confische di terre e terminerà il 15 maggio, 70° anniversario della Nakba, l'espulsione di massa dei palestinesi durante la guerra del 1948 che portò alla creazione di Israele.
"Posso venire con te?", mi ha pregato Ali. Gli ho detto che era troppo pericoloso. A giudicare dagli avvertimenti dei militari israeliani, il rischio che dei manifestanti disarmati fossero colpiti dai cecchini israeliani era alto. "Perché ci vai se rischi che ti uccidano?", incalzava Ali.
La sua domanda mi ha accompagnato mentre andavo all'accampamento sul confine nella zona orientale di Khan Younis. Ho continuato a pensarci il venerdì successivo e aleggia su di me anche ora.
Amo la mia vita. Sono padre di tre bambini meravigliosi (Ali ha un fratello di 4 anni, Karam, e un fratellino appena nato, Adam), e sono sposato con una donna che considero la mia anima gemella. I miei timori erano giustificati: sono stati uccisi 39 manifestanti dall'inizio della marcia, molti uccisi da un cecchino, compreso un quindicenne, la scorsa settimana, e due bambini il 6 aprile. Migliaia sono i feriti. Sono stati presi di mira i giornalisti; 13 di loro sono stati colpiti da quando sono iniziate le proteste e due sono morti. Perché, dunque, sono disposto a rischiare la mia vita partecipando alla marcia?
Ci sono varie risposte alla domanda di Ali. Credo pienamente nella tattica della marcia, un'azione di massa, diretta, di cittadini disarmati. Mi ha stimolato anche vedere come l'iniziativa abbia unificato il popolo di Gaza, così diviso politicamente. La marcia, inoltre, è un modo per evidenziare le insopportabili condizioni di vita dei residenti della Striscia: quattro ore di elettricità al giorno, l'umiliazione di avere la nostra economia e le nostre frontiere sotto assedio, la paura che bombardino le nostre case.
Ma la ragione principale per la quale partecipo è che tra qualche anno voglio poter guardare negli occhi Ali, Karam e Adam e dire loro: "Vostro padre partecipò a quella lotta storica e non violenta".
I media occidentali hanno parlato della Grande marcia del ritorno concentrandosi sulle immagini di giovani che lanciavano pietre e bruciavano pneumatici. L'esercito israeliano ha presentato l'iniziativa come una violenta provocazione di Hamas, e molti analisti hanno accettato ciecamente questa definizione. La mia esperienza sul campo la contraddice totalmente.
Alcuni rappresentanti dell'Unione generale dei centri culturali, l'organizzazione non governativa di cui sono direttore, hanno partecipato agli incontri per coordinare la marcia. In questi incontri c'erano tutti i segmenti della società politica e civile di Gaza. Per quanto mi riguarda, sul confine non ho visto una sola bandiera di Hamas, né uno striscione di Fatah, o un cartello del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Abbiamo innalzato una sola bandiera: la bandiera palestinese.
È vero, partecipano anche membri di Hamas, dato che fanno parte della comunità palestinese, ma questa partecipazione indica che, dall'insistere sulla liberazione militare della Palestina, potrebbero forse passare ad abbracciare una protesta civile popolare e disarmata. La Grande marcia del ritorno, comunque, non è una iniziativa di Hamas. È di tutti noi.
E la nostra manifestazione è stata molto di più di quegli pneumatici bruciati o dei giovani che hanno lanciato dei sassi contro i soldati appostati a centinaia di metri di distanza. La resistenza negli accampamenti è stata creativa e bella. Ho ballato la dabka, la danza nazionale palestinese, con altri giovani. Ho assaggiato le specialità culinarie tradizionali. Ho intonato canti tradizionali con altri manifestanti e mi sono seduto con gli anziani che raccontavano come si viveva nei loro villaggi prima del 1948. Nei venerdì, a volte abbiamo fatto volare degli aquiloni, altre volte si sono issate delle bandiere su pali di circa 25 metri per renderle ben visibili dall'altra parte del confine.
Tutto questo si è svolto sotto le armi da fuoco dei cecchini israeliani che si trovavano a circa 700 metri di distanza. Eravamo tesi, impauriti - mi sono trovato accanto a persone colpite da proiettili e gas lacrimogeni - ma felici. Il canto, la danza, i racconti, le bandiere, gli aquiloni e il cibo sono più che simboli di un patrimonio culturale. Dimostrano che noi esistiamo, che resteremo, che siamo esseri umani che meritano dignità e che abbiamo il diritto di tornare alle nostre case.
Vorrei tanto dormire sotto gli ulivi di Bayt Daras, il villaggio dove sono nato. Voglio mostrare ad Ali, Karam e Adam la moschea dove pregava mio nonno. Voglio vivere pacificamente nella mia dimora storica con tutti i miei vicini, che siano musulmani, cristiani, ebrei o atei.
Chi si trova a Gaza ha vissuto una tragedia dopo l'altra: gli sfollamenti di massa, la vita in squallidi campi profughi, un'economia "catturata", l'accesso limitato alle zone di pesca, un assedio soffocante e tre guerre negli ultimi nove anni. Israele pensa che, morta la generazione che ha vissuto la Nakba, i giovani rinunceranno al sogno di tornare. Questa è in parte la ragione per cui Israele tiene Gaza sull'orlo del collasso umanitario: se le nostre vite sono ridotte a una lotta quotidiana per il cibo, l'acqua, le medicine e l'elettricità non saremo in grado di avere aspirazioni più grandi. La marcia dimostra che la mia generazione non ha nessuna intenzione di abbandonare i sogni del nostro popolo.
La Grande marcia del ritorno ha riacceso il mio ottimismo, ma sono anche realista. Da sola, la marcia non porrà fine all'assedio e all'occupazione, Il nostro impegno continuerà finché tutti nella regione non avranno gli stessi diritti. E non potrei essere più ispirato o orgoglioso della mia gente, vedendo come siamo uniti sotto un'unica bandiera.
Ogni venerdì, fino al 15 maggio, continuerò ad andare negli accampamenti. Ci andrò per mandare un messaggio sulle condizioni devastanti in cui sono costretto a crescere i miei figli. Ci andrò per intravedere le nostre terre - i nostri alberi - dall'altra parte del confine militarizzato.
Se Ali mi chiede perché torno alla Grande marcia del ritorno, nonostante il pericolo, gli dirò questo: amo la mia vita. Ma più di questo, amo te, Karam e Adam. Se rischiare la mia vita significa che tu e i tuoi fratelli avrete la possibilità di crescere bene, di avere un futuro dignitoso, di vivere in pace con tutti i vostri vicini, nel vostro paese libero, questo è un rischio che devo affrontare.
Fadi Abu Shammalah è il direttore esecutivo dell'Unione generale dei centri culturali di Gaza e co-produttore del film documentario "Naila and the Uprising". Copyright The New York Times. Traduzione di Luis E. Moriones