✕

Sequesto Moro: perché tacciono le Brigate Rosse

3 minuti di lettura
29 aprile 1978

Le Brigate Rosse tacciono da cinque lunghi giorni, e a questo punto bisogna tentare di comprendere che cosa c'è (quali motivazioni, calcoli tattici o difficoltà del gruppo terrorista) dietro il ritardo del comunicato numero 9. Le ipotesi elaborate dal vertice degli inquirenti sono quattro. Elenchiamole in ordine sparso, e poi vedremo qual è la loro attendibilità.

La prima ipotesi è che all'interno della "colonna" (o della formazione speciale allestita con elementi delle varie "colonne") che tiene Moro prigioniero, sia in corso una discussione sul da farsi o addirittura si sia aperto un dissidio. Tema del disaccordo, il procedere o no all'esecuzione della "condanna a morte" del presidente della Dc. Un precedente importante dà a quest'ipotesi il suo senso, a sua credibilità: quel che avvenne con Mario Sassi, il contrasto tra "falchi" e "colombe" che si svil…
29 aprile 1978

Le Brigate Rosse tacciono da cinque lunghi giorni, e a questo punto bisogna tentare di comprendere che cosa c'è (quali motivazioni, calcoli tattici o difficoltà del gruppo terrorista) dietro il ritardo del comunicato numero 9. Le ipotesi elaborate dal vertice degli inquirenti sono quattro. Elenchiamole in ordine sparso, e poi vedremo qual è la loro attendibilità.

La prima ipotesi è che all'interno della "colonna" (o della formazione speciale allestita con elementi delle varie "colonne") che tiene Moro prigioniero, sia in corso una discussione sul da farsi o addirittura si sia aperto un dissidio. Tema del disaccordo, il procedere o no all'esecuzione della "condanna a morte" del presidente della Dc. Un precedente importante dà a quest'ipotesi il suo senso, a sua credibilità: quel che avvenne con Mario Sassi, il contrasto tra "falchi" e "colombe" che si sviluppò in quell'occasione tra chi voleva la morte del magistrato genovese e chi voleva (Curcio) liberarlo, contrasto che si risolse con il prevalere delle "colombe".
La seconda ipotesi appare come la meno concreta, e comunque la elenchiamo per dovere di cronaca: il gruppo terrorista sarebbe in difficoltà (logistiche, operative) e quindi impossibilitato in questo momento a far funzionare il suo "sistema postale". Ciò che sembra obbiettivamente improbabile, e per due ragioni: l'assenza di qualsiasi segno d'un avanzamento delle indagini, e la vitalità che le varie "colonne" (compresa la "colonna romana" che per la prima volta, giovedì sera, ha firmato come tale l'attentato al consigliere regionale della Dc, Mechelli) hanno dimostrato con gli agguati dell'ultima settimana.

La terza ipotesi è che il cervello delle Brigate rosse abbia già fatto la sua scelta operativa, e che questa scelta sia appunto il silenzio. Non bisogna dimenticare che l'obiettivo dell'azione di via Fani, e più in generale della strategia delle  Br, è il quadro politico del paese. Una, due, forse tre settimane di silenzio comporterebbero una pressoché totale paralisi dell'attività di governo, una "suspense" politica gravida di rischi. Quell'attesa dell'"uscita dal tunnel" che si coglie così tangibile nei partiti e in parlamento verrebbe ritardata indefinitamente, con - come conseguenza-  una serie di contraccolpi sulla stabilità delle vai reposizioni e "linee" e persino sulla tenuta nervosa dei leader. Insomma, un altro scrollone all'assetto politico imperniato sull'accordo Dc-Pci.

La quarta ipotesi è che il gruppo terrorista stia scrutando (attentissimo, esso stesso col fiato sospeso) i segnali e le mosse del "partito della trattativa". Che le Br stiano aspettando, cioè, di vedere precisarsi le proposte d'un compromesso che vengono così insistenti dal Psi, e in modo più affannoso e disordinato dalla famiglia e dagli intimi di Moro.

In quest'ambito, sono estremamente significativi due fatti avvenuti negli ultimi giorni: l'accoglienza calorosa che l'avvocato di fiducia dei brigatisti di Torino, Giannino  Guiso, ha fatto all'appello di Waldheim, l'enfasi che egli ha posto sul "riconoscimento" come soluzione della vicenda: e poi l'arringa di Renato Curcio, giovedì  mattina, contro le limitazioni dei detenuti nelle "carceri speciali", arringa che sembrava aver recepito in modo diretto il progetto di Craxi sull'eliminazione appunto, di quelle carceri.

Tra le quattro ipotesi quelle che sembrano avere una reale consistenza sono le due ultime. L'ultima soprattutto, vale a dire l'ipotesi che vede il cervello dell'organizzazione terrorista intento a studiare gli sviluppi dell'iniziativa del vertice socialista.

Una cosa è chiara, infatti: e cioè che la fermezza della Dc e del governo nel rifiutare la proposta delle brigate Rosse per uno scambio di prigionieri, ha ristretto di molto i margini di movimento tattico dei terroristi. Quando verrà, il comunicato numero 9 non potrà che contenere due sole comunicazioni: o l'annuncio che la "condanna a morte" è stata eseguita, o l'annuncio che l'esecuzione è stata sospesa. E per dare u senso politico, una giustificazione "rivoluzionaria" all'eventuale rilascio del "prigioniero di guerra" Aldo Moro, le Br devono poter mostrare d'aver ottenuto un prezzo pesante dallo "stato delle multinazionali" e dal suo "regime".

Ecco perché il regista del sequestro Moro sta seguendo attentamente (con l'esperienza profonda, l'intuito sottile dei comportamenti del mondo politico italiano che ha dimostrato in queste settimane) l'attivismo umanitario della segreteria socialista. Se esso dovesse condurre a un qualche scollamento del "fronte della fermezza" (ciò che non è del tutto da escludere perché l'impulso a sollevare la vita di Moro - a non considerare la partita definitivamente chiusa - è un impulso naturale, che nessuno si sente di soffocare), e se da tale scollamento dovesse venire l'offerta d'un prezzo da pagare ai terroristi, è ben probabile che le Br finiscano col rilasciare Moro.

Sul piano propagandistico il loro successo sarebbe rilevante, e ancor più lo sarebbe sul piano politico: perché se il prezzo fosse quello di cui s'è parlato in questi giorni a proposito delle iniziative di Craxi (la grazia per alcuni terroristi detenuti, l'abolizione "contrattata" del regime carcerario speciale), la crisi di governo - probabilmente aperta dalle dimissioni di Cossiga - sarebbe inevitabile, con tutte le conseguenze prevedibili.

In conclusione, il comunicato numero 9 non potrà scostarsi di molto da questi due annunci: l'assunzione dell'appello di Waldheim (con la sua vaga indicazione d'un "riconoscimento") e del lavoro dei giuristi vicini al Psi, come base per una sospensione della "condanna a morte" di Moro; la scelta dell'"escalation", del gesto incendiario che è sempre un grande assassinio politico.