di ALBERTO D'ARGENIO, TONIA MASTROBUONI, ENRICO FRANCESCHINI
Le proposte di Juncker dovranno passare al vaglio dei governi, molti già contrari
Aggiornato 6 minuti di lettura
Svolta nel bilancio Ue: più fondi all'Italia per aiutare i migranti
Dal nostro corrispondente ALBERTO D'ARGENIO
BRUXELLES. Per capire quanto "maschio e virile" sarà il negoziato tra governi - il copyright è di Jean-Claude Juncker - basti pensare che la proposta sul nuovo bilancio europeo 2021-2027 ieri è stata bocciata da una serie di capitali prima ancora della sua presentazione ufficiale. In ballo ci sono i 1.279 miliardi per finanziare le politiche Ue del prossimo decennio. Che la Commissione europea vuole affrontare guardando al futuro. Ma poi, stringi stringi, la battaglia tra leader sarà meno nobile, non riguarderà strettamente le politiche più meritevoli di essere sostenute a livello comunitario, ma il conto tra dare e avere per i singoli stati dell'Unione. Per questo, anche se Bruxelles punta a chiudere i negoziati tra le capitali entro le elezioni europee del maggio 2019, il suk tra governi probabilmente…
Svolta nel bilancio Ue: più fondi all'Italia per aiutare i migranti
Dal nostro corrispondente ALBERTO D'ARGENIO
BRUXELLES. Per capire quanto "maschio e virile" sarà il negoziato tra governi - il copyright è di Jean-Claude Juncker - basti pensare che la proposta sul nuovo bilancio europeo 2021-2027 ieri è stata bocciata da una serie di capitali prima ancora della sua presentazione ufficiale. In ballo ci sono i 1.279 miliardi per finanziare le politiche Ue del prossimo decennio. Che la Commissione europea vuole affrontare guardando al futuro. Ma poi, stringi stringi, la battaglia tra leader sarà meno nobile, non riguarderà strettamente le politiche più meritevoli di essere sostenute a livello comunitario, ma il conto tra dare e avere per i singoli stati dell'Unione. Per questo, anche se Bruxelles punta a chiudere i negoziati tra le capitali entro le elezioni europee del maggio 2019, il suk tra governi probabilmente si protrarrà oltre.
Il punto di partenza della proposta esposta ieri dalla Commissione Ue è il buco lasciato da Londra, che con la Brexit farà perdere all'Unione il suo contributo pari a 15 miliardi all'anno. Per questo Bruxelles chiederà maggiori versamenti ai governi, taglierà i fondi di coesione e agricoli, eliminerà tutti gli sconti concessi sulla falsa riga del "British rebate" e aumenterà i finanziamenti diretti alle casse Ue con una tassa sulla plastica (80 centesimi al chilo), una sullo scambio dei certificati per le emissioni di CO2 e con una revisione dell'Iva e delle tasse sulle imprese che aumenterà i flussi di denaro verso il bilancio europeo. Che dall'1% del Pil continentale (1.000 miliardi) del 2014-2020 passerà all'1,11%.
Per dare risposte ai cittadini in tempi di euroscetticismo, Bruxelles punta sul finanziamento di una serie di nuove politiche: innanzitutto raddoppiando i fondi per la gestione delle frontiere e dei migranti (33 miliardi) utili anche a portare a 10 mila gli agenti di Frontex. E una proposta che viene incontro all'Italia e alle sue preoccupazioni. In un tweet il ministro dell'Economia Per Carlo Padoan promuove "la gestione dei flussi migratori", quelle delle minacce alla sicurezza e il sostegno agli investimenti.
Alla difesa europea andranno 20 miliardi, raddoppiano i fondi per Erasmus (30 miliardi) mentre un centinaio di miliardi serviranno a sostenere occupazione giovanile, inclusione sociale e miglioramento delle professionalità. Più soldi anche a ricerca e sviluppo. Altre due le novità (che piacciono a Roma): un fondo per aiutare le riforme nazionali (25 miliardi) e uno per sostenere gli investimenti in caso di crisi (30 miliardi). Infine 15,2 miliardi Ue per muovere 650 miliardi di investimenti grazie a privati e governi.
Tutto bene? Niente affatto, perché la coperta è corta e per finanziare le nuove priorità dell'Unione Bruxelles propone di sfrondare le classiche politiche Ue con una sforbiciata del 5% ad agricoltura e fondi di coesione. Un taglio minore del temuto, ma che per i pessimisti potrebbe comunque costare caro a Roma, mentre per gli ottimisti potrebbe addirittura regalarle più soldi: dipenderà dai criteri che Bruxelles scriverà per spalmare il sacrificio tra i diversi paesi.
C'è poi delicato capitolo delle condizionalità: ieri la Commissione ha lanciato quella contro i paesi dell'Est - Polonia e Ungheria in particolare - che prevede di legare i fondi Ue al rispetto dello stato di diritto. Chi non lo farà perderà finanziamenti. Non è resa esplicita invece quella sul rispetto delle regole su conti e riforme, ma viene accennata e rimandata a un testo successivo. Non pervenuta quella sui migranti: Roma e Berlino - guardando a Visegrad - chiedevano il taglio dei soldi per chi non ospita i rifugiati, Bruxelles ha invece inserito l'integrazione tra i criteri per stabilire le percentuali di fondi che andranno ai singoli paesi (insieme a Pil e disoccupazione), meccanismo meno doloroso per Orban e soci. Il documento di Bruxelles ha già spaccato i governi. La Germania tra i più positivi, si è detta pronta a pagare di più ma vuole "maggiore equità". La Francia, come l'Italia, lamenta il taglio dei fondi agricoli mentre Danimarca Svezia, Olanda e Austria non vogliono versare più soldi alla Ue. Per questo quello tra leader sarà un negoziato durissimo: per affrontarlo "l'Italia avrà bisogno di un governo autorevole", ammoniva ieri Antonio Tajani.
Berlino non vuole pagare ancora. Teme i populisti
Merkel stretta tra il pressing dei Paesi dell’Est e le spinte dei Land all’interno
dalla nostra corrispondente TONIA MASTROBUONI
BERLINO. Martin Schulz non c’è più. O meglio, dopo che i “compagni” socialdemocratici gli hanno concesso un anno sulle montagne russe della politica interna per liquidarlo senza troppi complimenti al termine della trattativa condotta in prima persona per il contratto di coalizione del Merkel IV, Schulz è un “soldato semplice”, un parlamentare. E una visibilissima impronta dell’ex capo della Spd è rimasta, su quel documento. Il primo capitolo del contratto di coalizione del Merkel IV è infatti dedicato all’Europa, con tanto di promessa solenne ad aumentare l’impegno finanziario per la Ue. Ma col passare delle settimane, quell’impronta dell’ex presidente del Parlamento europeo sembra essere diventata soprattutto un imbarazzo per il suo partito. Altro che gli Stati Uniti d’Europa vagheggiati da Martin Schulz al suo ultimo congresso, lo scorso inverno.
Il nuovo vicecancelliere e ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha già cominciato a smontare quel capitolo. È vero, siamo alle prime battute della difficile trattativa per il Bilancio della Ue. Ma l’ex sindaco di Amburgo ha già messo le mani avanti, respingendo la richiesta del Commissario europeo Oettinger di incrementare l’impegno di bilancio a circa 12 miliardi.In media, ha risposto ieri da Berlino, resteranno «circa 10 miliardi all’anno». E nel bilancio preventivo dei conti che il ministro Scholz ha presentato ieri e che arriva al 2022, non c’è ancora traccia di un sforzo maggiore.
A Berlino pesano i timori che una quota più generosa di risorse in direzione Bruxelles possa alimentare la propaganda della destra populista. Secondo alcuni calcoli, nell’Unione post-Brexit i Land della vecchia Germania Est potrebbero subire, ad esempio, un taglio dei fondi europei. Concedere maggiori soldi a Bruxelles per vedere tagliati gli aiuti per le proprie aree deboli potrebbe regalare un argomento di propaganda all’Afd su un piatto d’argento.
La partita del Bilancio rischia anche di rendere più complicati i rapporti con i Paesi dell’Est, che sono già adesso sulle barricate perché temono un taglio dei fondi strutturali. Merkel ha già fatto intendere, ad esempio nel suo viaggio ufficiale in Polonia, che potrebbe smettere di esercitare pressioni sui riottosi Paesi del Quartetto di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), se questi Paesi accettassero che l’Europa conceda maggiori risorse all’Italia o alla Grecia per affrontare l’emergenza dei migranti. E la pressione tedesca per dedicare una grande attenzione al tema dei profughi e dei migranti, nell’ambito della discussione del prossimo esercizio finanziario europeo, non è diminuita. Tra alcune cancellerie, e in particolare tra Berlino e Roma, l’idea di sfruttare il Bilancio per spingere gli antieuropeisti della “Mitteleuropa nera” ad accettare una maggiore solidarietà sui migranti dietro la minaccia di tagliare i fondi europei, rimbalza ormai da oltre due anni.
Ma la situazione italiana, il lungo stallo post voto, non aiuta Merkel a mantenere il punto, con i Paesi dell’Est. Tanto più che Berlino non può mai fare a meno di avere un occhio di riguardo per Varsavia.
Theresa May (ansa)
May su Brexit rinvia le scelte per salvare il posto
Sulle relazioni commerciali con l’Europa rischia la crisi nei Tories e la sfiducia
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
“Decidere di non decidere”: sembra questa, per il momento, l’unica politica possibile di Theresa May sulla Brexit. Sono passati quasi due anni dal referendum con cui il Regno Unito decise di stretta misura, 52 a 48 per cento, di uscire dall’Unione Europea. È trascorso più di un anno dall’inizio formale del negoziato fra Londra e Bruxelles. Che, fra meno di un anno, dovrà concludersi. Ma il governo britannico, come nota la Bbc, sta ancora discutendo quale rapporto avere in futuro con la Ue. Riunito ieri a Downing Street il gabinetto ristretto, la premier conservatrice non ha trovato di meglio che rinviare ogni decisione sulle proposte da fare nella trattativa: perché rischia, scegliendo una o l’altra, di aprire una crisi nei Tories, venire sfiduciata e perdere il posto.
Il dilemma del momento sono le relazioni commerciali post-Brexit. Lo scopo è non introdurre dazi sull’import-export, mantenendo di fatto il sistema oggi in vigore, fintanto che Londra è uno dei 28 paesi dell’Unione. Sul tavolo di May ci sono due possibilità: una “partnership doganale”, in cui la Gran Bretagna dovrebbe imitare le norme Ue pur senza adottarle formalmente; e una soluzione “ad alta tecnologia” per introdurre controlli sulle merci, se così si può dire, senza controllarle. I fautori di una “hard” Brexit, capeggiati dal ministro degli Esteri Boris Johnson, considerano la prima opzione un “tradimento” del risultato del referendum e l’anticamera di una permanenza nell’unione doganale: il “modello Turchia”, per intendersi, appoggiato di recente dalla camera dei Lord con un voto — sostenuto dal Labour — che ha inflitto una severa sconfitta al governo (sia pure solo simbolica, in attesa che voti anche la camera dei Comuni).
Ma i fautori di una “soft Brexit”, capeggiati dal ministro del Tesoro Philip Hammond, giudicano la seconda opzione impraticabile, in particolare in Irlanda del Nord, dove mantenere aperta la frontiera con la repubblica d’Irlanda è imperativo per salvare la pace fra indipendentisti cattolici e unionisti protestanti. Perciò la premier decide di non decidere e rinvia la questione: che tuttavia preme, perché il negoziato con la Ue deve affrontarla entro giugno.
Il paradosso è che, dal punto di vista di Bruxelles, entrambe le opzioni non possono funzionare: «Sono come l’unicorno, qualcosa che non esiste», le definisce una fonte della Ue. L’unica soluzione credibile, a detta degli esperti, sarebbe appunto la permanenza britannica nell’unione doganale: il modello Turchia. Il prezzo è non poter negoziare accordi commerciali autonomi con altre nazioni. Ma tutti gli studi indicano che il vantaggio di accordi simili sarebbe minuscolo, rispetto allo svantaggio di ripristinare i dazi con i 27 paesi della Ue: verso cui è indirizzato il 48 per cento delle esportazioni britanniche. A conferma che la Brexit è un esercizio ideologico per contenere le conseguenze di un danno autoimposto: come darsi una martellata da soli e cercare i cerotti.