Antonello Guerrera
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Vittorio Zucconi
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Natalia Aspesi
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di NATALIA ASPESI, MARTIN AMIS, ANTONELLO GUERRERA, VITTORIO ZUCCONI
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Il matrimonio multietnico tra Harry e Meghan rilancia l’immagine della monarchia mentre dall’America di Trump all’Europa dei populismi le nostre istituzioni mostrano le crepe. Dio salvi la repubblica?
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La favola moderna dei Windsor
di NATALIA ASPESI
È Harry a innalzare Meghan nella attuale bizzarra scala sociale o è Meghan a innalzare Harry? Sono i Windsor a dar luce ai Markle o viceversa? È un principe (di casa reale e non finto come tanti) o un'attrice (soprattutto di serial) a ingigantire la fama e la fortuna reciproca attraverso l'ormai noiosissimo gossipismo universale? Bisogna intanto ricordare che l'unica monarchia che ancora resiste in forma di notizia sentimentale è quella del Regno Unito, pur prevalendo da noi inarrestabili intrecci di più incolta confusione, tipo Corona-Provvedi-Belen-Moric-Magnifico.
Anche il sempliciotto principato di Monaco, che per decenni ci aveva dilettato coi suoi casini generazionali di coppia multipla, non fa più notizia se non per qualche ballo di beneficenza arricchito da una folla di mezzecalze internazionali; sonnolento il d…
di NATALIA ASPESI
È Harry a innalzare Meghan nella attuale bizzarra scala sociale o è Meghan a innalzare Harry? Sono i Windsor a dar luce ai Markle o viceversa? È un principe (di casa reale e non finto come tanti) o un'attrice (soprattutto di serial) a ingigantire la fama e la fortuna reciproca attraverso l'ormai noiosissimo gossipismo universale? Bisogna intanto ricordare che l'unica monarchia che ancora resiste in forma di notizia sentimentale è quella del Regno Unito, pur prevalendo da noi inarrestabili intrecci di più incolta confusione, tipo Corona-Provvedi-Belen-Moric-Magnifico.
Anche il sempliciotto principato di Monaco, che per decenni ci aveva dilettato coi suoi casini generazionali di coppia multipla, non fa più notizia se non per qualche ballo di beneficenza arricchito da una folla di mezzecalze internazionali; sonnolento il disinteresse per i Savoia o mormorio solo in occasione di qualche asta un po' pacottaglia (come quelle dei pomposi averi di princisbecco appartenuti a de Balkany, ex marito della principessa Gabriella); flebili i sussurri da Spagna, Svezia, Giordania, sbadigli persino da quella che fu una nostra temporanea famiglia reale, la Berlusconi, e se mai è solo del capostipite che ancora si cinediscute, mentre amici e nemici lo affondano impazienti nella nostra trista politica.
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I reali inglesi invece restano indistruttibili perché molto inventivi nel vivere ancora oggi storie alternative ai doveri e poteri dei loro ruoli, o invece così tradizionali tipo manto e corona e balcone cui affacciarsi, da sembrare oggi addirittura eccentrici. Sin dai tempi dei Plantageneti, dei Tudor, degli Stuart, degli Hannover, dei Sassonia-Coburgo-Gotha, per arrivare ai Windsor, secoli di pura meraviglia di decapitazioni, corna, eredi rapiti e sgozzati, mogli su mogli, amanti a perdifiato, travestimenti: esemplare quel principe di Hannover dei tempi di Lord Brummel, che odiando forsennatamente la sua grassoccia sposa di nobile schiatta tedesca, fece sbarrare le porte della cattedrale di Westminster per impedirle di entrare ed essere incoronata regina, come era suo diritto, mentre il marito che la schifava diventava George IV (nei film, tra i tanti, Peter Ustinov e Rupert Everett). In questo momento i Windsor hanno raggiunto il massimo equilibrio richiesto loro dalla contemporaneità, tra corona e popolo, tra regalità e spettacolo, tra tradizione dinastica e esibizionismo da influencer.
(afp)
Da una parte William e signora, che a noi follower ci hanno già un po' annoiato nei loro perfetti comportamenti regalpopolari, non un corno in vista, l'intenso figliare di eredi ambosessi, impegno spettacolare cui si dedicano però anche i veri beniamini di oggi, Showgirls e Naufraghe e Amiche e altre celebrità sconosciute, però cambiando ogni volta il papà. O la mamma ovvio. Dall'altra Harry e la sposa Meghan, che sono soprattutto una coppia molto bella e molto innamorata, che trasmette gioia come non capita più, e rafforza la costosa necessità di mantenere la monarchia, dopo il pericolo corso dalla stessa per il comportamento troppo regale di Elisabetta verso i casini di Carlo, Pamela, Diana, i suoi molti innamorati e soprattutto la sua orribile morte, che incendiò il dolore del mondo.
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Si è capito ormai perfettamente che i sovrani Windsor, non regnando e non governando, qualunque sia il loro del tutto irrilevante comportamento privato o pubblico, danno sicurezza al cosiddetto popolo, che vota come gli capita e si trova in difficili situazioni sociopolitiche. Come adesso. Neppure la regina, che l'età e l'antipatica situazione dell'Inghilterra post Brexit e del mondo trumpizzato hanno reso più indulgente e colorata, dalle scarpe al cappello tutta rosa, gialla o verdolina, ha osato un lamento per la scelta di Harry, dopo averne mormorati e gridati troppi e distruttivi nella sua lunga vita di disciplinata monarca. Se si pensa che questa Elisabetta, si assicura figlia, sposa, nonna e bisnonna esemplare ma non adorabile sorella e madre, oggi è contentissima, o fa finta di esserlo, perché un piacevole nipote di capelli e barba rossi come non si era mai visto nei ritratti dei suoi avi, sposa certo una splendida signora dal sorriso incantevole e dalle gambe sexissime, però con un eccesso di controindicazioni dinastiche, se mai contassero ancora: maggiore di qualche anno, divorziata, ultimo legame sentimentale con un cuoco di origine italiana, attrice, professione mai contemplata nelle dinastie britanniche se non nel ruolo di favorita, di religione protestante, educata in scuole cattoliche e da poco convertita a quella anglicana, obbligatoria per i reali dopo Elisabetta I; americana, politicizzata, antitrump, impegnata nei diritti civili e nella parità di genere; con genitori divorziati, il padre Thomas già divorziato da una prima moglie e con due figli di primo letto, repubblicano, direttore di luci a Hollywood e di capelli rossi e carnagione chiara. La madre Doria, più giovane, democratica, psicoterapeuta, convertita alla religione induista, di capelli crespi e carnagione scura. Nonno Markle discendeva da contadini emigrati da Germania e Olanda, la nonna paterna addirittura dai Reali di Scozia e l'antenato venuto dall'Europa era sbarcato negli Stati Uniti addirittura nei primi decenni del XVII secolo. Volendo, quando i Sassonia Coburgo-Gotha non esistevano ancora.
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Nella sua informata biografia di Meghan, Andrew Morton (autore anche di quella famosa di Diana) racconta che dell'albero genealogico di Doria, e quindi della futura principessa, si sa qualcosa da quando una famiglia di schiavi divenne di proprietà di un cristiano metodista, William Ragland, da cui presero il cognome. La bella signora, che per sua fortuna non diventerà regina (Harry è come erede al sesto posto e potrebbe discendere oltre, se la cognata Kate e il fratello William non stanno più cauti), ha in comune con lo sposo una infanzia e adolescenza difficili: genitori di entrambi separati e poi divorziati, quando Meghan aveva due e sei anni e Harry otto e undici anni. Però il principino Harry col fratello William, come rivela Antonio Caprarica nel suo nuovo libro Royal Baby, infelicissimi e ribelli in mezzo al reciproco odio dei genitori, mentre la futura principessa era molto amata soprattutto dal padre, però umiliata dai compagni di scuola per il colore della pelle e ignorata dalla sorellastra dedita alla magia nera e da quel fratellastro oggi ultracinquantenne e cicciotto che lamenta di non essere stato invitato alle nozze nella St. George's Chapel del castello di Windsor.
I genitori sì, ci saranno e i social sono rimasti malissimo, privati di una serie di attacchi e cattiverie, anche se consolati dalla speranza di vedere l'imbarazzo della regina fianco a fianco della consuocera, dimenticando come la prima sia stata ripresa al fianco di monarchi e presidenti africani tutta la sua vita. Per il resto il solito, caccia alle notizie o alle invenzioni negative dato che la felicità non fa informazione; quindi caccia ai fotogrammi dei suoi abbracci e delle sue nudità nelle fiction televisive e quindi purtroppo casti, invenzioni sull'eventuale rivalità tra le due cognate principesche che probabilmente se ne fregano una dell'altra, e sul possibile costo esorbitante dell'abito da sposa di cui però non si sa nulla essendo tutto ciò che riguarda la coppia tenuto regalmente segreto. Scemi confronti con la defunta suocera, che era l'emblematica, meravigliosa principessa Diana dalla tragica vita, distrutta anche dalla smania di spiarla e raccontarla. Già partono scintille di una cronaca che favoleggia come la non ancora nuova principessa di Galles si stuferà presto dei doveri da antico diadema (che le sarà imprestato dalla regina per la cerimonia nuziale e altri festeggiamenti), e entro un paio d'anni, anziché dedicarsi alle opere pie e a fare principini, o semplicemente a godersi il marito, se la darà a gambe in fuga verso Hollywood. Abbandonando furibonda nei vari castelli della famiglia acquisita tutti i suoi graziosi cappellini che il ruolo principesco le aveva imposto di portare.
(reuters)
Se l'America sogna Artù
di VITTORIO ZUCCONI
Immerso nel nulla della provincia americana, in Pennsylvania, vive gli ultimi anni della propria vita un pensionato che avrebbe potuto essere re. Il suo nome è Paul Emery Washington ed è l'ultimo discendente del padre fondatore degli Stati Uniti d'America. Tradizione o forse leggenda vuole che al suo lontano prozio, fresco vincitore della guerra contro l'Impero britannico, i ribelli avessero offerto la corona di re della neonata nazione, che lui sdegnosamente rifiutò. Se George Washington avesse accettato, il signor Paul Emery anziché essere un commerciante di legname in pensione sarebbe Sua Maestà. E gli americani non avrebbero dovuto cercare, come accade da più di due secoli, un surrogato a quella voglia segreta e impronunciabile di nobiltà che compensano creando pseudo famiglie reali, come i Kennedy.
Non è soltanto una coincidenza cronologica se nell'ultimo anno e mezzo, dallo shock della vittoria di Donald Trump, due "culti" paralleli siano risorti insieme, nella immaginazione popolare alimentata dai media che da essa sono influenzati: l'adorazione per la corona britannica, esplosa nel successo di documentari e di serie tv come The Crown e nella processione di turisti americani a Buckingham Palace, e le rievocazioni martellanti della vita e delle tragedie dei Kennedy, rivisitate ossessivamente in dettagli che le vecchie generazioni conoscono fino alla nausea e le nuove, soprattutto i millennial, ignorano. Sembra che la prepotente villaneria di Trump abbia sollevato la mai repressa nostalgia per un tempo e uno stile che non sono mai esistiti davvero, ma che, come tutti i miti, esisteranno per sempre. Camelot, la reggia di Re Artù, dei suoi cavalieri, delle dame e degli amori.
Ora che sono scomparsi tutti i protagonisti di quel tempo - storici, cortigiani, ghostwriter, pubblicisti, fratelli - il rimpianto per un'occasione non colta, la nostalgia per un'era mai davvero esistita crescono in proporzione inversa alla confusa rabbiosità del presente. Valanghe di rivelazioni molto poco "nobili" sulla unica, vera famiglia quasi reale che l'America abbia riconosciuto, gli amori dozzinali, le umiliazioni inflitte alle donne della famiglia come la sorella Rosemary lobotomizzata dal padre perché troppo irrequieta e ribelle, il cadavere della povera Mary Jo Kopechne morta annegata nell'auto lanciata in un canale da un Ted Kennedy sbronzo duro, la arrogante incoscienza di John-John ai comandi di un aereo in un volo notturno al quale non era addestrato, tutti i corpi e i fantasmi si fondono in un affresco barocco, che non spegne, ma accende il rimpianto.
(afp)
Altri potentissimi clan hanno segnato la storia della società americana, gli Adams che diedero due presidenti alla nazione, i Roosevelt, i Rockefeller, i Bush, senza che mai nessuno abbia detronizzato gli eredi di un immigrato irlandese, Patrick O'Kennedy sbarcato nel 1849 e costretto a vivere costruendo barilotti per la birra. Più si allontana il tempo della realtà del duplice assassinio di John nel 1963 e di Robert nel 1968 più essi assumono, insieme con il fratello Ted ucciso dal male al cervello, la immutabilità di un'icona di Andrej Rublëv. I Kennedy sono il dito che gratta il prurito della monarchia impossibile.
Il pellegrinaggio al mausoleo sulla collina di Arlington che domina il panorama della capitale Washington, e a quelle tombe che accolgono anche i resti di Jacqueline ridiventata Kennedy dopo essere stata anche Onassis, è incessante. Aiuta la collocazione, nel mezzo dello sconfinato cimitero militare, ma nessun altro sepolcro di presidenti, neppure dell'amatissimo Reagan, è meta di visite e di lacrime. Solo i curatori del cimitero sanno che un altro presidente è sepolto in quel camposanto, William Taft, ignorato. Visitatori si sono suicidati, davanti a quelle tombe. Ladri hanno rubato croci e lettere in bronzo dei nomi. Un immigrato del Salvador fu stroncato da un infarto dopo essere entrato di notte e trovato bocconi accanto alla fiamma eterna che brucia tra i sepolcri. Ladri tentarono di rubare la pietra tombale di granito di JFK trascinandola per qualche metro prima di arrendersi ai tre quintali di peso.
Il "Kennedy Cult" è la benigna eresia monarchica che una nazione repubblicana dalle origini si concede, senza tradire la propria natura. I personaggi ci sono tutti, la bella regina diafana nella meravigliosa luce in bianco e nero delle foto, il piccolo erede che saluta la bara del padre caduto quando la madre gli dice, "ora John-John puoi salutare per l'ultima volta il papà", la mancata ostentazione della enorme ricchezza, che il patriarca Joe aveva accumulato con traffici sordidi proprio come i migliori monarchi europei, la fragilità morale che i cortigiani avevano saputo avvolgere nella più luminosa delle tradizioni monarchiche, quella di Re Artù, le morti violente divenute nel racconto morti al fronte di una guerra per salvare l'America, le domande senza risposta, la "maledizione dei Kennedy" che scorre nelle loro vene, tutto è leggenda medievalista.
Proprio come le fiabe che più sono ripetute e più diventano vere, anche la favola della famiglie reale mancata si fa più attraente nella continua ripetizione e si ravviva nei momenti in cui il desiderio di un sovrano costituzionale che potesse calmare e arginare gli eccesi dei capi di governo passeggeri si fa, come ora, più acuto. George Washington respinse la tentazione di diventare Giorgio I degli Stati Uniti d'America e i suoi pronipoti sono cittadini qualsiasi. Ma con i Kennedy gli americani hanno avuto la loro monarchia immaginaria, che vivrà e regnerà per sempre.
(afp)
Fuori di testa per la corona
Intervista a MARTIN AMIS di ANTONELLO GUERRERA
"No, non sono mai stato critico verso la monarchia britannica. Il mio amico Christopher Hitchens, lui sì, ne era disgustato. Ma io, seppur repubblicano, sono sempre molto "soft" quando parlo della Casa Reale. Christopher me lo rinfacciava sempre. Ma è un'istituzione formidabile. Funziona, bisogna ammetterlo". Eppure, fino a qualche anno fa, Martin Amis chiamava i Windsor "filistei", sosteneva come la "monarchia inglese fosse avviata verso il capolinea", rinfacciava ai reali le loro ossessioni classiste. Ma se Helen Mirren sulle crepe sociali inglesi la pensava allo stesso modo e poi ha vinto l'Oscar proprio con The Queen, oggi lo scrittore a sessantotto anni sta lavorando a un'opera on the road su Donald Trump e da britannico residente nell'America great again ha ricalibrato alcune sue vecchie considerazioni: la società aristocratica è stata sostituita da quella - "non così migliore" - del Money, il prossimo matrimonio reale adotterà una familiare mulatta mentre la Casa di Trump è invece sempre più Bianca; i Windsor sono sempre più popolari e aperti al mondo mentre questi Stati Uniti oramai venerano un serrato isolamento populista. A metà tra Sua Maestà dei Beatles e Sua Bassezza cantata dagli Smiths, Martin Amis incarna tutte le nobili contraddizioni di un passato glorioso oggi diventato brand pop, global e unico al mondo.
(afp)Perché la monarchia britannica funziona così bene, Amis?
"Perché ricorda a tutti i britannici la maestosa grandezza dell'Impero perduto, che, nonostante la matrice classista, fa da collante all'intera società. Inoltre, anche se di norma non si pone su un piano critico, la monarchia britannica sta cambiando molto. Se gli Stati Uniti di Trump rispolverano le paludose radici razziali, il matrimonio di Harry e della mulatta Meghan era qualcosa di impensabile fino a cinquant'anni fa e oggi è uno spettacolare manifesto della diversità".
E così anche la monarchia diventa multiculturale.
"Già. Ma era solo questione di tempo. Non dimentichiamo che se le radici dell'America sono razziste, l'Impero britannico - con tutti i suoi errori - è invece diventato presto multicolore, e la società britannica ne è un vivo riflesso. Non a caso, quando ci sono matrimoni o funerali reali, i più esaltati spesso sono gli indiani, per dire. Sono momenti estatici dal punto di vista etnico-razziale".
(afp)Cosa si aspetta dalle attesissime nozze tra Harry e Meghan?
"Le risponderò citando Walter Bagehot, giornalista e scrittore del XIX secolo: "Un matrimonio principesco è la meravigliosa edizione di un fatto universale, e per questo cattura l'umanità". Sarebbe lo stesso anche se fosse un divorzio o un funerale. E poi non è neanche un grande costo per lo Stato, perché attirerà turisti e curiosi. Stavolta però sarà una grande iniezione di gioia e rispetto, per i neri e per tutti".
Insomma, una grande festa dell'unità britannica.
"Già. Uno o due giorni all'anno i miei connazionali perdono la ragione collettiva a causa della monarchia. Ma se altrove questa fugace irrazionalità provoca spesso violenze e disordini, i britannici si raccolgono amorevolmente intorno alla novantaduenne Elisabetta e alla sua famiglia. È una "vacanza dalla ragione" incredibilmente benigna. Se mi sentisse, Hitchens ora sarebbe una furia".
Quindi la monarchia non è più al capolinea, come lei diceva?
"I monarchi temono la modernità e questa si infiltra inevitabilmente tramite i loro figli. Lo abbiamo visto negli "scandali" dei divorzi e dei tradimenti degli anni Novanta, dalla Duchessa di York a Lady Diana. Oggi, però, per me la più grande minaccia per la monarchia sono i media, un mondo inconciliabile con quello degli aristocratici e atavici Windsor. L'invasività dei mezzi di comunicazione, che si serviranno delle più giovani generazioni, scalfirà la marmorea famiglia e a un certo punto renderà insostenibile lo status quo".
Lei ha scritto molto di Diana, "una che aveva il potere di far venire giù tutto", una che "si era alleata col popolo contro la Casa reale".
"Diana aveva il genio dell'amore indiscriminato e l'alleanza con la gente comune che lei ricercava era radicale e rivoluzionaria. All'inizio veniva considerata rozza, ridicola e inadeguata, poi ha dedicato la sua vita alle cause buone e all'amore universale e così in quel suo sorriso dozzinale s'è immedesimato un intero popolo. La sua vita e la sua morte hanno cambiato per sempre la monarchia e l'Inghilterra. Diana mi ha sempre ricordato quelle rivolte grossolane ma aggressive dei giovani contadini che ricorrevano ogni cinquanta, cento anni nell'Inghilterra medievale".
Qual è il suo rapporto con i Windsor?
"Mio padre Kingsley (altro celebrato scrittore inglese, ndr) è andato più volte a pranzo da loro e mi raccontava dei ricorrenti sogni erotici che faceva con la Regina, che lo nominò "Sir". Io sono stato più volte a pranzo con suo figlio Carlo e suo marito Filippo. Con Carlo però litigai su Salman Rushdie poco dopo la fatwa iraniana a causa della pubblicazione dei Versi satanici. Carlo mi disse "mi spiace, ma quando si insulta il credo profondo delle persone...". Io gli risposi che aveva detto una stupidaggine, che il romanzo di Salman non aveva niente di offensivo, proprio perché era un romanzo. Ecco, forse è questo il vero problema della monarchia oggi: non perpetua più il razzismo, come fa qualcun altro in America, ma perpetua, istituzionalmente, ancora la religione".