Il governo catalano prigioniero di “re” Puigdemont
Omero Ciai , dal nostro inviato OMERO CIAITorra eletto nuovo presidente, ma sono troppe le divisioni tra le formazioni nazionaliste
BARCELLONA. Cinque mesi dopo le elezioni del 21 dicembre scorso la Catalogna ha un nuovo presidente, Quim Torra, eletto ieri dal Parlamento a maggioranza semplice, e presto un nuovo governo che, superato il commissariamento di Madrid, riprenderà il controllo dell’ampia autonomia regionale aprendo una nuova fase del conflitto con Madrid. Così all’apparenza, Barcellona sembra prigioniera del suo recente passato e di una dichiarazione unilaterale di indipendenza, quella del 27 ottobre scorso, che non è andata da nessuna parte.
Perché l’Europa, e il resto del mondo, hanno voltato le spalle a quella metà di elettori catalani impegnati nella secessione dalla Spagna. Oggi, come primo atto ufficiale, Quim Torra andrà a Berlino per incontrare l’ex presidente Puigdemont, e insieme offriranno una conferenza stampa per sottolineare la continuità del nuovo governo con quello soppresso da Rajoy sette mesi fa. Ma in realt&agra…
Perché l’Europa, e il resto del mondo, hanno voltato le spalle a quella metà di elettori catalani impegnati nella secessione dalla Spagna. Oggi, come primo atto ufficiale, Quim Torra andrà a Berlino per incontrare l’ex presidente Puigdemont, e insieme offriranno una conferenza stampa per sottolineare la continuità del nuovo governo con quello soppresso da Rajoy sette mesi fa. Ma in realt&agra…
BARCELLONA. Cinque mesi dopo le elezioni del 21 dicembre scorso la Catalogna ha un nuovo presidente, Quim Torra, eletto ieri dal Parlamento a maggioranza semplice, e presto un nuovo governo che, superato il commissariamento di Madrid, riprenderà il controllo dell’ampia autonomia regionale aprendo una nuova fase del conflitto con Madrid. Così all’apparenza, Barcellona sembra prigioniera del suo recente passato e di una dichiarazione unilaterale di indipendenza, quella del 27 ottobre scorso, che non è andata da nessuna parte.
Perché l’Europa, e il resto del mondo, hanno voltato le spalle a quella metà di elettori catalani impegnati nella secessione dalla Spagna. Oggi, come primo atto ufficiale, Quim Torra andrà a Berlino per incontrare l’ex presidente Puigdemont, e insieme offriranno una conferenza stampa per sottolineare la continuità del nuovo governo con quello soppresso da Rajoy sette mesi fa. Ma in realtà è la profonda divisione sul che fare nel futuro, emersa all’interno delle famiglie nazionaliste in questi mesi, che apre molte incognite. E dubbi, perfino sulla durata del nuovo esecutivo, considerato da molti di transizione e provvisorio, quasi balneare, in attesa degli eventi.
Infatti, mentre il gruppo di Puigdemont (Junts x Cat) guarda al passato e vorrebbe addirittura rimettere al loro posto gli ex consellers (ministri regionali) dello scorso governo - molti dei quali sono in carcere o in esilio -, l’altro grande partito nazionalista, Esquerra republicana, ha già preso atto che «non ci sono le condizioni oggettive per una Catalogna repubblicana e indipendente» e che tutta la strategia degli anni scorsi andrebbe rivista alla luce di questo convincimento.
Da Berlino, Puigdemont ha festeggiato l’elezione del nuovo presidente postando su Instagram un logo in cui c’è scritto “República de Catalunya”, mentre Torra, nel suo discorso, ha detto di considerare Puigdemont «l’unico presidente legittimo della Generalitat» e di lavorare per «facilitare il suo ritorno al potere». Nel programma di Torra per le prossime settimane c’è la promessa di ripristinare e aumentare le “ambasciate” della Catalogna nel mondo, e iniziare la stesura di una Costituzione repubblicana. Ma soprattutto c’è l’idea della creazione di un governo parallelo a Berlino, e di un “Consiglio della Repubblica”, presieduto da Puigdemont, in esilio con una assemblea di rappresentanti eletti dai Comuni catalani. Un altro gesto di rottura è quello compiuto dal presidente del Parlamento regionale, Roger Torrent, che non chiederà, come vuole il protocollo, udienza al re Felipe per informarlo dell’elezione del nuovo presidente della Generalitat. Atto che il re deve controfirmare per renderlo valido. Non sarà la prima volta perché già accadde al tempo dell’elezione di Puigdemont. Ma allora fu a parti invertite. Fu il re a non concedere l’udienza. Insomma la guerra simbolica prosegue come se nulla fosse. Nonostante Rajoy abbia lasciato aperta la porta al dialogo dichiarandosi disponibile a ricevere Torra.
Però, e da qui potrebbe emergere un nuovo corso, i nazionalisti catalani hanno due problemi molto pratici. Il primo è evitare il ricorso a un nuovo commissariamento dell’autonomia, che Rajoy, il socialista Pedro Sánchez e Albert Rivera di Ciudadanos, hanno già promesso nel caso fosse di nuovo violata la Costituzione. E poi l’esigenza di trovare una via d’uscita - magari un condono prima o poi - per tutti gli ex ministri accusati di ribellione e sedizione che sono in carcere. Tanto che più lo scontro sarà di nuovo aperto e radicale, tanto il rischio di condanne esemplari e molto pesanti sarà più alto. Ieri a Barcellona la più infastidita per l’elezione di un indipendentista doc come Torra era la sindaca Ada Colau.
Dal Comune si sono battuti in questi mesi alla ricerca di una soluzione diversa che aprisse una nuova stagione di dialogo con Madrid sull’ampliamento delle competenze regionali senza ricorrere all’illusorio obiettivo della secessione. E al recupero di una dinamica politica, sinistra contro destra, piuttosto di quella attuale, indipendentisti contro unionisti. Colau, che punta a ripresentarsi candidato sindaco alle amministrative del prossimo anno, rischia di restarci schiacciata. Soprattutto se lo scenario alle amministrative, comune per comune, diventerà una guerra all’ultimo voto per la repubblica che non c’è.
Perché l’Europa, e il resto del mondo, hanno voltato le spalle a quella metà di elettori catalani impegnati nella secessione dalla Spagna. Oggi, come primo atto ufficiale, Quim Torra andrà a Berlino per incontrare l’ex presidente Puigdemont, e insieme offriranno una conferenza stampa per sottolineare la continuità del nuovo governo con quello soppresso da Rajoy sette mesi fa. Ma in realtà è la profonda divisione sul che fare nel futuro, emersa all’interno delle famiglie nazionaliste in questi mesi, che apre molte incognite. E dubbi, perfino sulla durata del nuovo esecutivo, considerato da molti di transizione e provvisorio, quasi balneare, in attesa degli eventi.
Infatti, mentre il gruppo di Puigdemont (Junts x Cat) guarda al passato e vorrebbe addirittura rimettere al loro posto gli ex consellers (ministri regionali) dello scorso governo - molti dei quali sono in carcere o in esilio -, l’altro grande partito nazionalista, Esquerra republicana, ha già preso atto che «non ci sono le condizioni oggettive per una Catalogna repubblicana e indipendente» e che tutta la strategia degli anni scorsi andrebbe rivista alla luce di questo convincimento.
Da Berlino, Puigdemont ha festeggiato l’elezione del nuovo presidente postando su Instagram un logo in cui c’è scritto “República de Catalunya”, mentre Torra, nel suo discorso, ha detto di considerare Puigdemont «l’unico presidente legittimo della Generalitat» e di lavorare per «facilitare il suo ritorno al potere». Nel programma di Torra per le prossime settimane c’è la promessa di ripristinare e aumentare le “ambasciate” della Catalogna nel mondo, e iniziare la stesura di una Costituzione repubblicana. Ma soprattutto c’è l’idea della creazione di un governo parallelo a Berlino, e di un “Consiglio della Repubblica”, presieduto da Puigdemont, in esilio con una assemblea di rappresentanti eletti dai Comuni catalani. Un altro gesto di rottura è quello compiuto dal presidente del Parlamento regionale, Roger Torrent, che non chiederà, come vuole il protocollo, udienza al re Felipe per informarlo dell’elezione del nuovo presidente della Generalitat. Atto che il re deve controfirmare per renderlo valido. Non sarà la prima volta perché già accadde al tempo dell’elezione di Puigdemont. Ma allora fu a parti invertite. Fu il re a non concedere l’udienza. Insomma la guerra simbolica prosegue come se nulla fosse. Nonostante Rajoy abbia lasciato aperta la porta al dialogo dichiarandosi disponibile a ricevere Torra.
Però, e da qui potrebbe emergere un nuovo corso, i nazionalisti catalani hanno due problemi molto pratici. Il primo è evitare il ricorso a un nuovo commissariamento dell’autonomia, che Rajoy, il socialista Pedro Sánchez e Albert Rivera di Ciudadanos, hanno già promesso nel caso fosse di nuovo violata la Costituzione. E poi l’esigenza di trovare una via d’uscita - magari un condono prima o poi - per tutti gli ex ministri accusati di ribellione e sedizione che sono in carcere. Tanto che più lo scontro sarà di nuovo aperto e radicale, tanto il rischio di condanne esemplari e molto pesanti sarà più alto. Ieri a Barcellona la più infastidita per l’elezione di un indipendentista doc come Torra era la sindaca Ada Colau.
Dal Comune si sono battuti in questi mesi alla ricerca di una soluzione diversa che aprisse una nuova stagione di dialogo con Madrid sull’ampliamento delle competenze regionali senza ricorrere all’illusorio obiettivo della secessione. E al recupero di una dinamica politica, sinistra contro destra, piuttosto di quella attuale, indipendentisti contro unionisti. Colau, che punta a ripresentarsi candidato sindaco alle amministrative del prossimo anno, rischia di restarci schiacciata. Soprattutto se lo scenario alle amministrative, comune per comune, diventerà una guerra all’ultimo voto per la repubblica che non c’è.