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Un gruppo di donne ascolta il comizio di Khatami, il candidato riformista alla presidenza che incarna le speranze di apertura del Paese: è il 1997 e Khatami diventerà presidente, fino al 2005 

L’altro Iran

Un viaggio sorprendente in sette città, scoprendo una grande voglia d’Occidente. Proprio mentre Trump riaccende lo scontro con Teheran, lì le persone parlano di libertà. E raccontano di moschee disertate dai giovani, che cercano la modernità
23 minuti di lettura

L'altro Iran
di Federico Rampini

Prologo

TEHERAN. "Puoi scrivere anche delle cose positive sull'Iran, senza essere punito? Nel tuo paese te lo consentono? E' legale?"
E' la domanda che m'insegue al mio ritorno. Me l'ha fatta una giovane iraniana. Mentre mi raccontava il suo paese, era avida di notizie sulla mia patria d'adozione, avendo saputo che abito a New York. Il concetto della libertà di stampa le sembrava inimmaginabile. Scrivendo questo diario di viaggio ho cercato di non deluderla. Di liberarmi dei pregiudizi, di non cadere negli stereotipi, di raccontare l'Iran e soprattutto gli iraniani proprio come li ho visti.
Per due settimane ho attraversato il paese in un momento di alta tensione intern…

L'altro Iran
di Federico Rampini

Prologo

TEHERAN. "Puoi scrivere anche delle cose positive sull'Iran, senza essere punito? Nel tuo paese te lo consentono? E' legale?"
E' la domanda che m'insegue al mio ritorno. Me l'ha fatta una giovane iraniana. Mentre mi raccontava il suo paese, era avida di notizie sulla mia patria d'adozione, avendo saputo che abito a New York. Il concetto della libertà di stampa le sembrava inimmaginabile. Scrivendo questo diario di viaggio ho cercato di non deluderla. Di liberarmi dei pregiudizi, di non cadere negli stereotipi, di raccontare l'Iran e soprattutto gli iraniani proprio come li ho visti.
Per due settimane ho attraversato il paese in un momento di alta tensione internazionale, mentre l'accordo nucleare era sotto attacco da parte degli Stati Uniti, e cresceva la tensione in tutto il Medio Oriente. Il mio contatto è stato con la gente, non con i dirigenti religiosi o esponenti di governo.
E' ancora possibile viaggiare con lentezza - basta usare i mezzi pubblici - e le occasioni di dialogo si moltiplicano. Se il viaggio serve a capire un po' meglio il mondo in cui viviamo, l'Iran è un caso estremo: poche altre nazioni soffrono di una simile incomprensione reciproca. Noi abbiamo nei loro confronti una certa diffidenza, e il regime degli ayatollah non cerca affatto di correggerla. In quanto a loro: viaggiare all'estero è sempre più difficile per gli iraniani, con l'eccezione di pochi paesi islamici limitrofi come la Turchia.
Di tutti i paesi di religione musulmana che ho visitato, l'Iran è di gran lunga il più amichevole. Altro che ostilità, l'occidentale si sente circondato dalla simpatia, riempito di attenzioni. Anche in questo, è abissale la distanza tra la propaganda del regime e il comportamento quotidiano del suo popolo. Quest'ultimo è ossessionato dall'immagine che ne abbiamo. Tra le domande più frequenti: "Cosa pensate di noi? Come siamo giudicati all'estero?" Ci vuole poco per avere la loro fiducia. E una volta che scatta l'empatia, loro sono un libro aperto.
Sulle colline che circondano Teheran, il regista Abbas Kiarostami durante le riprese de “Il sapore della ciliegia”, il film capolavoro che vincerà la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1997 


Sorprese: Sicurezza, inflazione, censura

 
Teheran-Khomeini.
Il volo TK898 da Istanbul atterra a a mezzanotte. Un fremito di apprensione: sono italiano ma anche americano, e giornalista. I visti vengono rilasciati all'arrivo, all'aeroporto, a condizione che la pratica sia stata fatta online prima della partenza. Allo scalo di Teheran-Khomeini devi esibire un'assicurazione medica, fare una coda allo sportello bancario (75 euro di tassa), infine saprai se sei promosso. Io supero l'esame dopo un'attesa ragionevole, mentre due coppie di amici - né giornalisti né americani - passeranno la notte in aeroporto. E' un assaggio di quel che offrirà l'esperienza iraniana: una sorpresa dietro l'altra. Quasi sempre positive, con qualche eccezione. Per le mogli comincia il tirocinio del velo. Hanno fatto le prove a bordo della Turkish Airlines. Alla dogana di Teheran-Khomeini se lo stringono nervosamente, con attimi di panico se per sbaglio scivola dalla nuca: sotto lo sguardo divertito delle poliziotte iraniane. S'intuisce subito che il rispetto della regola varia. I manifesti religiosi contro il "nudismo delle donne" sono ovunque. Altrettanto visibili, quasi esibizioniste, ci appaiono le iraniane semi-dissidenti, per lo più giovani e del ceto medioalto, indossano il velo con eleganza, spesso un foulard firmato da stilisti occidentali, lo lasciano scivolare con negiglenza fino a scoprire metà dei capelli; indossano pantaloni attillati, le caviglie sono scoperte, sandali e unghie colorate. Truccatissime, appena uscite dal coiffeur, sembrano in cerca di rivincite verso la sessuofobia opprimente degli ayatollah.

Viste le preoccupazioni che ci erano state comunicate alla vigilia - soprattutto per chi parte dall'America: c'è quest'idea che l'Iran sia un luogo nemico e un paese pericoloso - subito colpiscono i sorrisi, i saluti cordiali, le offerte di aiuto disinteressato. E la sicurezza. All'aeroporto faccio fatica a vedere un militare. C'è un'atmosfera rilassata in contrasto con la blindatura dei nostri scali occidentali. (Attentati ce ne sono stati anche in Iran, gli ultimi risalgono a meno di un anno fa: il 7 giugno 2017 tre attacchi simultanei al Parlamento, alla tomba di Khomeini, alla metropolitana. Uniche vittime: gli attentatori. Il bilancio è considerato una prova di efficienza dei Pasdaran).

A dispetto di sanzioni e isolamento, funziona subito il mio smartphone americano, senza bisogno di comprare una scheda locale come mi era stato consigliato. Il wi-fi si sta diffondendo, già nella hall dell'aeroporto lo offrono bar e ristoranti. Il primo shock, però, è al momento del conto. L'iperinflazione trasforma una minuscola spesa in un affare da centinaia di migliaia, o milioni di rial. Un euro vale 60.000 rial al mio arrivo, 70.000 quando riparto. Procurarseli, a prima vista sembra complicato. I turisti allo sportello bancario dell'aeroporto vengono dissuasi gentilmente. Per reagire al crollo del rial il governo di Teheran ha decretato un quasi-blocco del mercato valutario, le banche hanno limiti sulle transazioni. Presto verremo avvicinati dai cambisti del mercato nero: utili anche per misurare la svalutazione, del 16% in sole due settimane del mio soggiorno. Comincia così anche un esame empirico sull'effetto reale delle sanzioni. Sulla pista dell'aeroporto le compagnie aeree locali (Iran Air, Mahan) hanno nuovissimi Airbus e Boeing, segno che questi colossi occidentali avevano approfittato della "tregua Obama" per fare affari a Teheran. Per le strade vedremo tante Peugeot e Renault, fabbricate qui su licenza francese. La Coca Cola si trova ovunque; come Nutella e Mon Chéri Ferrero. Eppure tutti gli iraniani con cui parlo lamentano i pochi investimenti occidentali. Anche durante la "tregua Obama" non si è materializzato quell'afflusso di denaro occidentale che si sperava. Se c'è stato, non è arrivato nelle tasche di tutti. Evidente è l'isolamento bancario, è impossibile usare carte di credito occidentali, nel turismo regna il contante.

Il mio smartphone, altra sorpresa positiva, mi dà accesso a un Internet molto normale. Pochi i siti censurati. Durante il mio soggiorno leggo regolarmente la stampa occidentale. La sera in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu accusa l'Iran di aver mentito sul nucleare, io mi trovo a casa di un pastore ex-nomade: che si guarda l'intera conferenza stampa sul canale in farsi della Bbc, grazie all'antenna satellitare. Però un magistrato dell'Onu con cui viaggio mi ricorda che dopo la Cina è l'Iran ad avere il record delle esecuzioni capitali. Donde una precauzione doverosa. Non farò i nomi delle persone che mi hanno fatto fiducia e si sono confidate, durante un viaggio dove di iraniani ne ho conosciuti tanti. Ha giovato la scelta di spostarsi anche su pullman di linea; di alloggiare nelle case tradizionali adibite a locande. Le tappe oltre la capitale: Kashan, Esfahan, Yazd, Kharanaq, Maybod, Shafie Abad (deserto dei Kalut), Mahan, Shiraz.
L'attrice Heydié Tehran al trucco sul set del film 'Red' 


Il mullah parla per noi

 
Kashan.
"Ma a te piace Trump?"
Toccava a me fare domande invece i ruoli s'invertono. Chi m'interpella sul mio presidente è un mullah giovane e perfettamente anglofono. Lunga tunica grigia, turbante bianco, barba nera d'ordinanza, lo sguardo penetrante e vivace, sta appostato all'ingresso dell'ottocentesca Masjed-e Agha Borzog, magnifica moschea di Kashan. Il giovane prete musulmano gestisce uno spazio particolare dentro la moschea, indicato con la scritta: "Free Friendly Talks", chiacchierate gratuite e amichevoli. A cura della Madrasa Naseriyeh, "Dipartimento Propaganda-Edificazione", precisa il cartellone. Maneggia con disinvoltura almeno due lingue straniere - lo sento parlare anche francese - e si occupa di noi visitatori. E' pronto a tenerci una lezione su tutto: l'Islam sciita e quello sunnita, ma anche la politica estera iraniana, Israele, la Siria, i diritti delle donne. Ad ogni domanda ha una risposta.

Cortese e gioviale, ma inflessibile come propagandista stipendiato. E' pronto a difendere il carnefice siriano Assad: "Bisogna scegliere il male minore. L'Isis è molto peggio. I jihadisti dell'Isis massacrano anche voi cristiani". Ancora sulla Siria, spiega che ci fanno in quel paese le batterie missilistiche iraniane: "La Siria è dietro casa nostra, qui è in gioco il nostro destino. Piuttosto, che ci fa l'America?" Sul tema più caldo del momento, il nucleare: "Israele l'atomica ce l'ha, lo sanno tutti. Perché usate due pesi e due misure? Se Trump straccia un accordo, noi dovremmo ancora fidarci dell'America?" Anche su temi valoriali e di costume, sui quali sa d'incontrare occidentali allergici alla shariah, non ha esitazioni: "L'omosessualità è contro la religione, contro la natura, contro la famiglia". Fra i turisti radunati intorno a lui, le donne lo incalzano sulle leggi locali: com'è possibile che una moglie non abbia il diritto di viaggiare, se prima non ottiene il permesso dal marito, mentre gli uomini possono andare all'estero anche da soli? Qui strizza l'occhiolino, ironico: "Perché da voi una donna corre tanti rischi, mentre in Iran è sicura...".

Diventa più severo nel ricordare l'appoggio americano a Saddam Hussein nel 1980, quando il dittatore iracheno lanciò una guerra di aggressione contro l'Iran, o l'abbattimento di un jet passeggeri iraniano da parte degli Usa. Non sbaglia una data, un nome, una citazione. E' un Google umano. Sul funzionamento della Repubblica islamica ci fa una lezione di diritto costituzionale (teocratico): "Abbiamo la separazione dei poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario. Sopra tutti, c'è la guida religiosa suprema, con potere di veto. Per esempio, se mai il governo Rouhani volesse riconoscere Israele, varcherebbe una linea rossa, e la guida suprema lo fermerebbe". Scenario virtuale, del tutto immaginario nel contesto di questi giorni. E comunque sarebbe una contesa fra preti, o cardinali: sia la guida suprema Ali Khamenei, sia il presidente Hassan Rouhani, sono dei religiosi.

Fa impressione che questo regime investa così tanto nella propaganda rivolta a noi. Perché di mullah anglofoni che aspettano i turisti e rispondono diligentemente alle loro domande, ne ho incontrati in tutte le grandi moschee. Questo qui mi congeda con la sua provocazione: "Davvero puoi sopportare Trump?"

Interessante, divertente, perfino pittoresco, il mullah propagandista è solo il minuscolo tassello di un sistema di potere molto vasto. Ovunque in Iran puoi notare delle cassette postali color blu e arancione, sono recipienti per la carità islamica: uno dei tanti business gestiti dal clero. Mullah e forze armate sono spesso una cosa sola, attraverso i corpi militari dei Pasdaran e dei Basij. Oltre alle polizie speciali e ai servizi segreti controllano aziende di Stato e grandi banche (Sepah), amministrano il Welfare, fungono da uffici di collocamento. Una macchina ideologico-clientelare che distribuisce piccoli favori a milioni di persone.

Pittoresco, il mio mullah non lo è di certo per l'autista che mi accompagna. Quando vede che io ed altri stranieri fotografiamo il prete che ci ha indottrinato, fa un ghigno: "Vi piace? Perché non ve ne portate un po' a casa vostra? Possiamo darvene tanti". I giovani qui li chiamano anche "funghetti", per via della protuberanza che è il turbante sulla testa. Quando usano l'espressione, non è amichevole.
 
1979 - I militanti armati manifestano in supporto della presa di ostaggi davanti all’edificio dell’ambasciata, nel cuore di Teheran: 52 fra diplomatici e civili statunitensi furono tenuti prigionieri per 444 giorni 


La guida che vorrebbe viaggiare

Yazd.
Tutti loro vorrebbero fare un mestiere diverso: professore d'inglese, giornalista, imprenditrice. Stipendi troppo bassi, o la mancanza di raccomandazioni e agganci col regime, li hanno costretti a lavorare nel turismo, dove circola un po' di valuta pregiata. Forse per questo le mie guide mi sono state così utili: uno spaccato di società civile, gente con cento altri interessi, e una gran voglia di raccontarsi. Giovani donne e uomini, dentro un paese che gli sta stretto. Muhammad che gestisce una scuola d'inglese, ha il mito dell'America, ma gli unici paesi che gli hanno dato un visto turistico sono India e Azerbaijan. Fatima che vorrebbe portare la cucina persiana in giro per il mondo, ha una gran voglia di visitare l'Italia e il Canada, "ma se sei una donna donna giovane e single, il visto turistico in Occidente non te lo dà nessuno". Si è sparsa la voce che due consolati Usa sono un po' più permissivi nella concessione dei permessi d'ingresso: Lisbona e Varsavia. Ma non si sa se sia vero o una leggenda metropolitana: comunque devi prima entrare nell'Unione europea, e nessuna delle mie guide ce l'ha fatta. Parlare con questi ventenni e trentenni è facile, non vedono l'ora di sfogarsi con uno straniero. Non gliene importa poi tanto di Trump e del nucleare, i loro problemi sono molto più vicini e concreti: un'economia che non crea lavoro a sufficienza per i giovani, il carovita, la corruzione. "Le ultime manifestazioni di protesta in tante città iraniane a dicembre scoppiarono per questo - mi dice una giovane - e da allora le ragioni del malcontento rimangono intatte. Però non esiste una vera opposizione, non c'è un leader per guidare la protesta". Un'altra ragazza mi racconta un suo dialogo con un mullah, al quale lei ha rimproverato di fomentare l'odio verso l'America: "Cosa credete di risolvere scendendo in piazza a bruciare la bandiera americana? Che immagine diamo del nostro paese? Facendo queste cose, assomigliamo a chi ci odia".

C'è un altro tema ricorrente nei nostri dialoghi, uno squarcio prezioso sulla mentalità iraniana. Prima o poi, questi giovani sbottano in un lamento contro il regime degli ayatollah che "spreca soldi per occuparsi degli arabi". Una guida approfitta del tour fra gli splendori della città vecchia di Yazd (cinquemila anni di storia, una culla della religione di Zoroastro, le sue meraviglie furono descritte da Marco Polo), per lanciare una frecciata contro "gli arabi, dei barbari in confronto alla nostra civiltà". Mi raccontano segnali di rinascita di un nazionalismo persiano, per esempio le conversioni al zoroastrismo: religione pre-islamica che il regime tollera, talmente minoritaria da non rappresentare un pericolo. Quel livore verso "gli arabi" ha una traduzione politica. Visti da qui, gli arabi sono i sauditi e gli yemeniti, i palestinesi e i siriani: civiltà recenti e inferiori nell'ottica dell'orgoglio persiano. Fonte di guai: "Abbiamo un'economia piena di problemi, spendiamo troppo nelle guerre dei vicini", è una lamentela diffusa. La politica estera degli ayatollah è lungi dal fare il pieno dei consensi.

In mezzo a tanta insofferenza, così esplicita e palpabile, ci stanno anche le testimonianze su un abbandono della pratica religiosa. "Le nostre moschee - dice una guida - sono sempre più vuote di fedeli. La battuta che circola fra noi è questa: i giovani forse andranno in moschea il giorno che ci troveranno il wi-fi gratis".
Loro che lavorano nel turismo, sperano che questa sia una strada per aprire l'Iran all'Occidente. Non potendo viaggiare, siamo noi che gli portiamo un po' di America e di Europa in casa loro. E ce ne sono grati, lo manifestano in tutti i modi: ogni giornata del mio viaggio è allietata da qualche gesto di simpatia, cordialità, affetto. Francesi tedeschi e italiani se ne incontrano molti. Scarseggiano invece gli americani e gli inglesi. Un albergatore che ha restaurato una casa d'epoca trasformandola in locanda, si disvela come un mio "simile": nato in Iran, riuscì a prendere la cittadinanza Usa, in tempi più tranquilli. Gli dico che è fortunato, adesso dopo il Muslim Ban di Trump per un iraniano varcare la frontiera americana è diventato difficilissimo. Lui è un teorico del turismo come ponte per la conoscenza fra i popoli, ci crede e ci scommette del suo. Ma ha una punta di pessimismo, sulla garanzia che gli offre il suo passaporto blu: "Se Trump può mettere in dubbio che Obama sia americano, nessuno di noi è al sicuro".
Milizie sciite pattugliano le strade di Khoramshar a volto coperto per non farsi riconoscere dalla popolazione di origine araba della città.
  

I conti col (nostro) passato

Esfahan.
Il museo della musica, nel quartiere armeno di Esfahan che si chiama Jolfa, oggi è nei circuiti turistici. E' una preziosa digressione, attraverso quest'arte si ricostruisce il flusso antichissimo di comunicazioni fra la Persia e l'India da una parte, le civiltà mesopotamiche dall'altra, o ancora il costante scambio di idee, tecniche, miti, con le culture del Mediterraneo. I visitatori hanno diritto anche a un concerto di musica tradizionale: archi, fiati e percussioni. Una giovane donna padroneggia la tecnica tradizionale del tamburellare con articolazioni separate e veloci di tutte le dita, quasi suonasse un pianoforte. Il culto delle melodie non è banale: chi ha visto il film d'animazione "Persepolis" (del 2000) ricorderà che nella fase iniziale e più integralista della rivoluzione khomeinista, i tabù islamici colpirono anche la musica, vietando concerti perfino nelle case private. L'odio per ogni espressione artistica fu imposto dagli ayatollah prima che lo rivendicassero i talebani in Afghanistan.

Per visitare un paese con profitto bisogna studiarne la storia. Le mie lacune sull'Iran sono enormi. Cerco di colmarle con un bagaglio: libri di carta, e-book, audiolibri. Imponente e trasportabile solo in formato digitale è "Iran, A Modern History" dello storico Abbas Amanat, iraniano che insegna alla Yale University. Tra gli italiani il "Diario persiano" di Anna Vanzan (Il Mulino) e "Il Grande Iran" di Giuseppe Acconcia (Exorma). Ascolto più volte nella versione audiobook inglese, "Le Vie della Seta" di Peter Frankopan (Mondadori): l'Iran, i suoi deserti e i suoi porti, i suoi caravanserragli e i suoi bazar, vi appaiono integrati in quel sistema di vasi comunicanti che sono state le civiltà indoeuropee, dove spesso l'ascesa di un impero ha coinciso con la decadenza del suo vicino, in un eterno gioco di bilanciamenti e alternanze, influenze reciproche o prevaricazioni.

Il mio preferito rimane il Nobel della letteratura V.S. Naipaul, con i due reportage raccolti a quindici anni di distanza: "Tra i credenti. Un viaggio nell'Islam" (Rizzoli) e "Fedeli a oltranza" (Adelphi). Nato nella diaspora ma con radici profonde nella cultura dell'India, la più importante civiltà ad essersi confrontata con l'Islam (e patria di duecento milioni di musulmani), Naipaul si lanciò in una lunga esplorazione dell'Iran nel bel mezzo della rivoluzione khomeinista del 1979, poi ci tornò per il "sequel" nel 1995. Il suo sguardo laico e lucido, ironico e severo, seppe scorgere fin dall'inizio le contraddizioni, le ipocrisie, le menzogne su cui era costruita la teocrazia.

Per me questo viaggio è anche un'occasione per fare i conti con un pezzo del nostro passato, che interseca la storia della sinistra europea. Nel 1979 ero al mio debutto in questo mestiere, giovane giornalista nel settimanale Rinascita, uno degli organi del Partito comunista italiano ai tempi di Enrico Berlinguer. Quando scoppiò la rivoluzione popolare che depose lo Scià Reza Palhevi, grande fu la gioia fra i progressisti di tutto il mondo. Rinascita mandò a raccontare gli eventi una brillante firma del settimanale, Massimo Boffa. I reportage da Teheran erano per lo più esaltanti, eccitati e militanti: lì si consumava un'altra sconfitta dell'imperialismo americano, dopo il Vietnam. Bisognava celebrare gli eroici iraniani e glorificarne le gesta. Via via che la rivoluzione divorava - letteralmente - i suoi figli, e la sinistra iraniana veniva emarginata, perseguitata, la narrazione divenne più problematica ma sempre con un pregiudizio favorevole.

Avendo sconfitto il Grande Satana americano, l'ayatollah Khomeini doveva essere in qualche modo annoverato fra "i nostri". Anche se nel frattempo lui si era ricreduto sull'appoggio del Partito comunista iraniano (Tudeh), lo considerava un servo di Mosca, e cominciò a sbattere in galera i suoi iscritti, a torturare e ucciderne i dirigenti. Su Rinascita però si spolveravano citazioni importanti come "La rivoluzione contro il Capitale" (Antonio Gramsci): le rivoluzioni a volte non seguono i manuali, disobbediscono a Karl Marx, ma sempre rivoluzioni sono. Vanno nel senso della Storia, che è per forza positivo.

L'abbaglio iniziale sul khomeinismo era quasi banale, nella sua ripetitività: chi è contro l'America deve avere ragione. Se l'Occidente è il male supremo, se solo noi abbiamo praticato il colonialismo e l'imperialismo, tutta la storia contemporanea si riduce a un castigo e a una vendetta perpetua contro il malefico uomo bianco. Ma un viaggio in Iran mette in luce l'assurdità del ridurre tutta la storia umana a un "noi contro loro". L'orientalismo che riconduce ogni tragedia alle responsabilità dell'Occidente, di certo non convince gli iraniani di oggi: vedono risorgere attorno a loro le antichissime carte di imperi che parevano defunti e tornano attuali, come il russo e l'ottomano, l'arabo e il persiano, il mongolo-cinese. L'America di Trump fa di tutto per spingere Teheran nelle braccia di Vladimir Putin o di Xi Jinping. Se ci finiranno, sarà malvolentieri. Una delle sconfitte più micidiali nella storia persiana avvenne nell'Ottocento ad opera dell'impero zarista, al quale l'imperatore Fath Ali Shah dovette cedere Armenia Georgia e un pezzo dell'Azerbaijan.

Sulle bancarelle di un venditore di libri d'occasione, vedo tante biografie dello Scià. Certe giovani iraniane, che a quanto pare non sono "politically correct" come noi, lo rivalutano almeno su un dettaglio: fu il sovrano che diede l'assoluta parità di diritti alle donne.
Una coppia di fidanzati nel parco Laleh a Teheran: le regole per le coppie non sposate sono molto rigide 

Divieti e tv satellitare

Maybod.
La scena surreale avviene dentro un edificio magnifico, la Casa del Ghiaccio, portento di architettura che si aggiunge a meraviglie come le Torri del silenzio per i funerali celesti di rito zoroastriano, e le Torri del Vento che precedettero di duemila anni la nostra aria condizionata (ma senza sprecare un watt di energia). Siamo sotto un'altissima cupola, al fresco, dove si custodivano riserve di ghiaccio per tutto l'anno. La nostra guida (donna), insiste con cortesia e fermezza perché i tre soli iraniani (maschi) presenti nell'edificio se ne vadano. Quando sono scomparsi capiamo il perché. L'antica cupola ha un'acustica perfetta, è una cassa di risonanza ideale. La guida si era preparata una canzone in italiano. Ma essendo donna non poteva cantare davanti a un pubblico maschile, è vietato, peccaminoso. Una volta rassicurata sull'assenza di testimoni connazionali, lei intona "Champagne" di Peppino di Capri. Champagne/per brindare a un incontro/con te/che già eri di un altro/ricordi?... Alcol e amore cantati da una donna: tre tabù in un colpo solo.

"Rules are for the street", ci spiegano tutti. Le regole sono fatte per la strada, tocca rispettarle in pubblico. Una volta dietro le pareti di casa, al diavolo le regole oscurantiste. Così vivono oggi tanti iraniani. Soprattutto la parte più giovane e moderna è costretta a destreggiarsi di continuo fra il codice islamico imposto dal clero, e la voglia di libertà nei costumi. La selva dei divieti è così intricata da alimentare, come sempre nei regimi autoritari, un bel po' di leggende metropolitane. Una giovane barista "rivela" che alla periferia di Teheran esisterebbe un intero aeroporto privato, dedito solo al contrabbando di alcol e droghe per le alte sfere del clero e gli straricchi. Altri ci raccontano - ma non sono stato invitato... - di festini privati dove l'alta borghesia si sollazza con ogni genere di piacere proibito, vere e proprie orge da Satyricon. Le donne iraniane una volta in casa si tolgono un po' di tutto, la prova sta nei selfie che fanno vedere orgogliosamente (non a noi, alle nostre mogli).

A casa di un giovane insegnante d'inglese ci accoglie un maxi-schermo perennemente acceso, con videoclip di cantanti poco vestite. Potremmo essere in Europa o in America, le nudità e le pose provocanti sono identiche. Ma queste cantano in farsi. E' un canale di tv per l'Iran che emette dagli Stati Uniti, così come per le notizie c'è la Bbc in farsi. Basta avere l'antenna satellitare. Non è vietata anche questa? "Certo, ma ce l'hanno tutti, a cominciare dai poliziotti. Quando c'è un giro di vite, un'improvvisa recrudescenza dei controlli, si sparge la voce e nascondiamo il satellitare, poi tutto torna come prima".

Una vita quotidiana all'insegna di tabù e regole fatte per essere violate, quindi bugie e sotterfugi. Non è sano, tanto più che non sai mai quando puoi imbatterti in un poliziotto più zelante, una guardia rivoluzionaria più fanatica della media, o magari uno che applica il codice alla lettera finché non sganci una bustarella. Così il giovane Emran ci racconta come finì in galera. Era andato semplicemente con un gruppo di amici e di amiche coetanee, a fare una gita in campagna. Arrestati in flagranza di oscenità e atti impuri, solo perché i ragazzi e le ragazze non erano coppie sposate. Una notte in cella, disavventura che ora gli amici rievocano tra le risate. "Ma può capitarti in qualsiasi momento, se la polizia decide che ti vuole intimidire, darti una lezione".

Eppure non stava scritto nel destino. La storia dell'Islam anche in Persia ebbe lunghi capitoli di tolleranza, permissivismo, libertà di parola pensiero e costumi. In una locanda dove alloggio (frequentata anche dai locali), l'albergatore con un gesto di protesta ha fatto scrivere sui muri delle camere un verso del grande poeta Omar Khayyam (1048 - 1131) che è un inno alle gioie del vino. Il precoce Rinascimento persiano coincise col nostro oscurantismo medievale. Noi mandavamo le streghe sul rogo, loro cantavano i piaceri della vita. Un'altra epoca di tolleranza è dipinta sulle pareti del palazzo del governo a Esfahan. Questa risale al XVII secolo, alla dinastia dei Safavidi. Grandi affreschi e dipinti murali illustrano scene della vita di corte, con donne dai seni scoperti, altre che bevono, o ritratte in erotici amplessi. Le guide turistiche sono tenute a spiegare che quelle sono "donne straniere, europee o cinesi". Ma basta andare alla Collection of Peggy and David Rockefeller, a New York, per vedere stampe e miniature dell'epoca con ritratti altrettanto licenziosi, e la conferma che le donne sono persiane al 100%.
Divieti e tabù sono strumenti per imporre gerarchie di potere, perpetuare dei rapporti di forze. Lo hanno capito quelle giovani iraniane che usano l'arma dell'ironia. Quando un coetaneo fa osservare che il copricapo sta scivolando all'indietro sulla nuca con la frase-tipo - "Sorella, il tuo velo" - la risposta scatta fulminea: "Fratello, i tuoi occhi". Se ti dò fastidio, guarda da un'altra parte. Inevitabile riesaminare, da qui, i commenti "progressisti" in difesa dello hijab sulle spiaggie francesi...
Un rapper in abiti occidentali di fronte al muro dell’ambasciata americana, chiusa dal 1979. Per la foto, scattata nel 2005, il ragazzo chiese ad Abbas di non essere identificato per non avere problemi con le autorità 

I poeti sul ponte asciutto

Esfahan.
Una delle emozioni più intense in questo gioiello di città arriva dopo il tramonto. La passeggiata serale sul ponte Pol-e Khaju, capolavoro dell'architettura safavida fatto costruire da Shah Abbas II nel 1650, è l'occasione per scoprire un'altra Esfahan: quella dei poeti e cantori. Si radunano sotto le arcate del ponte, circondati da una folla di ascoltatori. Recitano poesie antiche, cantano ballate popolari o versi del Corano. Spesso senza accompagnamento, con intonazione perfetta. Li avvolgono di ammirazione e di affetto tante famiglie con bambini, è uno dei luoghi dove si socializza, si vive in piazza, si sta bene insieme. Vista così, la qualità della vita non è niente male, in Iran. Hanno inventato i festival all'aperto molto prima di noi.

C'è una stonatura inquietante, nel paesaggio. Ti ci abitui ma non è affatto normale. Questo ponte, come il suo gemello più antico Si-o Seh Pol, è una grande opera infrastrutturale del suo tempo, fatto per reggere nei secoli, resistere alle correnti impetuose e alle alluvioni. Del fiume che scavalca, però, è rimasta un'ombra sinistra, uno scheletro. Il letto del fiume Zayandeh è asciutto, secco da anni, un'immensa pietraia. Orrendo spettacolo, tanto più sconcertante perché l'antica Persia ha disseminato reliquie ancora visibili di una delle sue meraviglie tecnologiche: l'arte di preservare l'acqua, la maestrìa nella costruzione di canali, la ricchezza di fontane e zampilli che innaffiano i suoi giardini (il nome del nostro Paradiso è quello del giardino persiano), gli hammam per rilassarsi tra i vapori. Ad ogni tappa di questo viaggio visito parchi pubblici lussureggianti, vestigia dei grandi giardinieri persiani; musei dell'acqua che spiegano i segreti delle canalizzazioni sotterranee (i Qanat studiati nel mondo intero). Dov'è finito il fiume dei poeti, chi ha ucciso lo Zayandeh? Nessun mistero, ricevo la risposta a furor di popolo: "Il governo ha deciso che quell'acqua serviva altrove". Il regime degli ayatollah, soprattutto l'ala radicale del fondamentalismo, ha una base forte nelle campagne (con quei voti fu eletto l'estremista Ahmadinejad, presidente prima di Rouhani). Le acque del Zayandeh sono state dirottate a favore di zone agricole e a scapito di una città relativamente moderna, che vive di turismo, come Esfahan. Sfamare una nazione di 80 milioni di abitanti deve avere la priorità, certo. E i paragoni con la "cultura dell'acqua" nell'antica Persia devono tener conto che a quei tempi la popolazione era molto inferiore. Ma dietro siccità e desertificazione ci sono anche esempi di malgoverno, sprechi, miopia ambientale. L'acqua in questa parte del mondo è una risorsa strategica per la quale si sono combattute molte guerre: anche il conflitto siriano nacque in parte da una crisi idrica.

L'inquinamento cresce a dismisura e in molte città lo smog è a livelli di guardia. La maledizione del petrolio: vista l'abbondanza della materia prima, il populismo degli ayatollah garantisce un prezzo politico ai consumatori, 15 centesimi di euro alla pompa per un litro di benzina "sporchissima", che si trasforma in nuvole nere dalle marmitte.
Eppure al governo non ci sono degli incompetenti. Come mi fa notare un autorevole diplomatico occidentale che è da anni nel paese, l'Iran è guidato da tecnocrati: "Ci sono più superlaureati con Master nelle università americane e inglesi nell'esecutivo di Teheran, che nei governi di Washington e Londra. Il presidente Rouhani è un prete illuminato, vuol conservare il regime facendolo evolvere. Vorrebbe passare alla storia come il Deng Xiaoping iraniano, il leader della transizione verso l'economia globale". Le potenzialità ci sono, e ben visibili. Il paese può contare su una forza lavoro molto giovane, l'età media della popolazione è di 29 anni e il 42% ha meno di 25 anni. I tre quarti degli iraniani ormai vivono nelle città, un indicatore di modernità. La qualità dell'istruzione è buona, tra i giovani i livelli di alfabetizzazione raggiungono il 98%, identici per maschi e femmine (il minuscolo residuo di analfabetismo è probabilmente nelle etnìe nomadi). Altro segnale di modernità, legato all'alta istruzione delle donne: l'esplosione demografica è un ricordo del passato.

Le donne iraniane sono scese ad una fertilità media di tipo occidentale: 1,83 figli. Tutte le trentenni del ceto medio urbano che incontro mi confermano che per la loro generazione è raro avere più di due figli. Ci sono le condizioni per un decollo economico, e in parte è avvenuto. Nonostante le sanzioni l'Iran non offre uno spettacolo di privazioni neppure lontanamente paragonabile a Cuba. Miseria vera se ne vede poca. Rarissimo l'accattonaggio, anche perché il Welfare islamico è una realtà. Resta però l'alta disoccupazione giovanile, stimata al 30%. E anche chi trova un lavoro deve accontentarsi di poco, come i 400 euro mensili di un professore d'inglese a Teheran, città dove il costo della vita è molto più alto che nel resto del paese. La fuga dei cervelli sarebbe poderosa... se soltanto riuscissero a ottenere visti americani o tedeschi. Su questa "stagflazione" (bassa crescita, alta inflazione) s'inserisce il problema delle sanzioni. I cui effetti non sono facili da misurare, anche perché di sanzioni ce ne sono tante, di natura diversa, prese in epoche distanti. Un groviglio. Gli Stati Uniti cominciarono ad applicarne nel 1979 dopo la presa di ostaggi nella loro ambasciata di Teheran. Poi ci furono quelle decise per punire il programma nucleare, che sono le più famose. Ma altre sanzioni sono legate invece allo sviluppo dei missili, e al sostegno che l'Iran fornisce a gruppi come Hezbollah. Obama aveva ritirato solo quelle "nucleari". E nell'opinione pubblica c'è il sospetto che ad aver beneficiato di quella levata parziale e temporanea dell'embargo americano avessero profittato solo le oligarchie del regime. Anche il fratello del presidente Rouhani è un noto affarista. Il pastore ex-nomade che mi ha ospitato a casa la sera del discorso di Netanyahu, a sentire nominare gli ayatollah fa una smorfia e un gesto con la mano, strisciandola dalla spalla della manica fino al fondo dei calzoni: a illustrare "le profonde tasche del clero ladrone", mi ha tradotto la figlia.  

Ora con la decisione di Trump di ripristinare anche le sanzioni per il nucleare, le aziende europee sono in grave imbarazzo. Per la "extraterritorialità" delle sanzioni americane, che si applicano pure ai paesi terzi, le multinazionali devono scegliere tra il mercato iraniano e quello degli Stati Uniti. Non c'è gara. Tutti i miei interlocutori prevedono che si farà avanti la Cina per riempire il vuoto di imprese occidentali. "Damned Chinese", maledetti cinesi, dice una delle mie guide ogni volta che nel traffico intravvede un loro Suv d'importazione. Non sono affatto popolari. Ma in mancanza di alternative...
 

La New York persiana

Teheran.
Il viaggio si conclude dov'ero arrivato. Dopo due settimane in giro per l'Iran delle bellezze storiche, il rientro nella capitale è uno shock, negativo e positivo. Questa è un po' la New York persiana, anomala e smisurata. Troppo traffico e troppi grattacieli (anche qui comandano i palazzinari), ma d'altronde la popolazione urbana oscilla - a seconda del perimetro che viene misurato - fra i 10 e i 17 milioni. Teheran la ribelle, è la base di consenso per il "riformista" Rouhani, che aveva scommesso sul disgelo con Obama e ora è indebolito dallo strappo di Trump. Teheran è dove vedo più donne disinibite - per gli standard islamici - soprattutto la sera nei bar. E tanti giovani che vestono, parlano, ascoltano musica, esattamente come se volessero ricreare la California in casa loro, non potendo andare in quella vera.

L'albergo dove alloggio, l'Amir Hotel, 278 Taleghani Avenue, è ad un solo isolato di distanza dall'ex-ambasciata americana. Dove ebbe inizio 39 anni fa, con la crisi degli ostaggi, la lunga ostilità tra Iran e Stati Uniti. I muri di cinta sono tuttora un'esibizione di slogan e graffiti anti-americani. Una grande foto del 4 novembre 1979 - irruzione degli studenti rivoluzionari dentro l'ambasciata - è commentata dallo slogan: "L'America non può fare un accidenti contro di noi". Un'altra foto molto più recente ritrae i marinai della US Navy catturati e umiliati, in ginocchio sulla motovedetta dei Pasdaran nel Golfo Persico: un episodio del 2016, sul finire dell'Amministrazione Obama, che venne denunciato dall'allora candidato Trump. Qui lo slogan è: "Schiacceremo l'egemonia americana". Passeggio lungo quel muro di cinta con un mio accompagnatore 29enne, e il suo commento davanti alle foto del 1979 è sarcastico, amaro: "Oggi noi giovani chiediamo ai nostri genitori, o ai nostri nonni: ma perché lo avete fatto?".

La propaganda di regime ha il suo tempio, il luogo del suo massimo fulgore, il Museo della Rivoluzione Islamica e della Difesa Sacra. Gigantesco, imponente, situato in mezzo a uno dei tanti parchi della capitale. L'esposizione comincia all'aperto e fa venire i brividi: appena superati i due minareti che sono alla porta d'ingresso, tra gli alberi e le aiuole spunta una sfilata di missili. Versione hi-tech dei minareti, sembrano imitarne il design. Poi lungo i viali ci sono caccia militari, tank, mezzi da sbarco, postazioni di mitragliatrici, batterie anti-aeree. Qualche famigliola in visita lascia che i bambini si arrampichino sulla torretta dei carriarmati per una foto ricordo. Non ho mai visto - neppure in Cina - un'esibizione così vasta di armamenti all'aperto, come un parco giochi. Ancora più illuminante è la visita all'interno del museo, un'orgia di celebrazioni delle battaglie iraniane. Centrale è la ricostruzione degli otto anni della guerra con l'Iraq. C'è perfino un "simulatore di bombardamenti", elaborato con professionalità hollywoodiana, che ti mette nei panni di popolazioni civili terrorizzate dai raid dei caccia nemici. C'è l'elenco puntiglioso dei paesi che appoggiarono l'aggressione di Saddam Hussein - praticamente il mondo intero: dall'America alla Russia, dalla Francia alla maggioranza dei governi arabi. In mezzo a tanta precisione e puntiglio, manca un dettaglio-tabù. Quella guerra nacque da un ignobile attacco dell'Iraq, però poteva concludersi nel 1983 quando Saddam aveva già perso ed era pronto alla resa. Gli ayatollah la prolungarono di cinque anni (fino a raggiungere il bilancio complessivo di un milione di morti) per calcolo politico, per consolidare il proprio regime con le leggi marziali e l'epopea del martirio. Ai martiri di guerra e alla promessa del Paradiso è dedicata una stupefacente galleria in stile Disneyland, dove gli effetti speciali devono simulare la felicità eterna di chi ha sacrificato la vita per la patria e per l'Islam (che sono una cosa sola).

Il museo può dare le vertigini o i brividi. Ma è semivuoto, le famigliole in visita sono poche. Lì a fianco, a qualche centinaio di metri di distanza, comincia un altro grande parco pubblico, sormontato dal celebre "ponte triplice" (Tabiat) con vista panoramica su Teheran e la corona delle montagne. La folla vera non sta al museo della guerra santa, si gode il parco in un giorno festivo. Gruppi di amici fanno picnic sull'erba, ragazze e ragazzi fanno jogging, yoga, esercizi di arti marziali. Per il turista occidentale è di nuovo un "bagno di popolarità": siamo circondati di scolaresche che vogliono una foto-ricordo coi visitatori stranieri. Siamo il loro modo di viaggiare. Fra tanti volti amici e sorridenti ricordo quello di un quindicenne venuto dalla provincia che mi chiede un selfie in un italiano quasi perfetto: "In Italia non sono mai stato ma l'ho imparato guardando i disegni animati su RaiGulp". L'impressione più forte che mi porto dietro da questo viaggio, è la loro voglia sfrenata di essere come noi.

Un altro diplomatico esperto di questo paese mi congeda da Teheran dicendo: da tempo questo regime non ha più una narrazione positiva. Il rischio è che Trump gli stia regalando il sotterfugio di sempre: nascondere i propri errori e i propri abusi con il ricorso al nemico esterno. In questi giorni è stata ricordata la "profezia dell'ayatollah Khomeini" sulla fine d'Israele: "Nulla rimarrà dello Stato ebraico entro il 2040". La stampa di regime le affianca la "falsa profezia di John Bolton", il consigliere strategico di Trump: di recente ha auspicato che la Repubblica islamica non arrivi al suo quarantesimo compleanno, cioè che il regime fondato da Khomeini crolli prima del 2019. Nelle promesse di distruzione reciproca, appassisce ancora una volta la speranza di un dialogo. Gli iraniani assetati di normalità che ho incontrato nel corso del mio viaggio, si considerano i veri sconfitti in questo gioco.
 

L'obiettivo vibrante di Abbas intuì l'arrivo della rivoluzione

È stato uno dei più grandi fotogiornalisti del Novecento, lavorava per l'Agenzia Magnun e decise di lasciare Parigi per ritornare in Iran. La forza delle sue immagini sta nell'aver colto che cosa stava accadendo un momento prima

di MARIO CALABRESI

LE foto che abbiamo scelto per accompagnare questo reportage di Federico Rampini appartengono alla Storia: non sono state scattate oggi e nemmeno negli ultimi anni, ma nel momento in cui tutto cominciò. La loro forza sta nell'aver colto cosa stava accadendo un momento prima, nell'aver intuito la rivoluzione islamica, nell'aver visto la frattura con l'America quando questa ancora non si era aperta.
Il rabdomante che sentì vibrare il suo obiettivo e decise di lasciare Parigi per tornare in Iran a raccontare le scosse telluriche che lui solo aveva sentito si chiamava Abbas. È stato uno dei grandi fotogiornalisti del Novecento, lavorava per l'Agenzia Magnum e se ne è andato poco meno di un mese fa. Questo Super8 vuole essere anche un omaggio al suo lavoro e al suo genio.

La scorsa settimana abbiamo visto di nuovo le bandiere americane bruciare a Teheran. Ci eravamo illusi che quel gesto potesse essere finito in archivio, poi è arrivato Donald Trump e ha schierato, senza dubbi e senza indugi, la politica estera a stelle e strisce al fianco dell'Arabia Saudita e i sunniti rimettendo gli sciiti nella lista dei cattivi. Così quella foto scattata da Abbas nei primi giorni di novembre del 1979 fuori dall'ambasciata americana in Iran - poco prima che gli studenti la occupassero prendendo in ostaggio 52 diplomatici - è tornata improvvisamente d'attualità. Con la sua carica di rabbia, le barbe e gli slogan che sono arrivati fino a noi. Ma Abbas era capace di cogliere anche l'ironia nella cronaca e quando un giorno lo incontrai per farmi raccontare il suo lavoro prese l'immagine in mano e mi stupì: "Guarda lo sfondo, dietro gli striscioni appesi dai manifestanti c'è una statua della Libertà. Non me ne ero accorto quando ho scattato, poi ho sviluppato, l'ho vista e mi è sembrato un gioco in mezzo al dramma. Se poi vuoi fare un parallelo, allora guarda il manifestante in primo piano: alza il braccio destro proprio come la Statua di New York, la differenza è che lui ha il mitra lei la fiaccola. La Storia è questa".

Abbas, nato in Iran ma cresciuto in Algeria dove il padre aveva trovato lavoro, tornò nel suo Paese nel 1977 richiamato dall'urgenza dello scontro tra arretratezza e modernizzazione, tra sfarzo dello Scià e povertà delle masse, tra la laicità della capitale e il fervore islamico delle campagne. "Sentivo che stavano per cambiare le cose, l'Iran si stava modernizzando ma era bloccato, senza democrazia e con un controllo feroce. Pensavo che ci sarebbe stato un colpo di Stato o qualcosa del genere ma nessuno avrebbe mai immaginato i mullah al potere". Per mostrare la situazione scelse di seguire la vita di 12 persone, facendo emergere contraddizioni e tensioni. Ma il progetto non arrivò mai a compimento, cominciarono le proteste di piazza e per raccontare gli bastò scendere in mezzo alla strada. Per 18 mesi non fece che scattare ogni giorno.

Il suo lavoro però è diverso da quello di tutti gli altri e contiene la lezione fondamentale: la necessità di avere un metodo, di studiare e di approfondire. "Non ho merito - diceva con il sorriso - sono stato solo testimone di quello che accadeva sotto i miei occhi. La differenza tra me e altri fotografi è stata la compresione della cultura, per molti era solo una rivolta, io invece avevo compreso i segni della rivoluzione".
Il potere della fotografia lo dimostra l'immagine di Khomeini che scende dalla scaletta dell'aereo che lo ha riportato in Iran da Parigi dove viveva in esilio. L'immagine che aveva l'Occidente di lui era quello di un uomo pacifico e pio, ma Abbas coglie uno sguardo duro e truce che sembra svelarne la vera natura ma soprattutto predire cosa accadrà di lì a poco. Abbas scattò un'intera sequenza ma le agenzie scelsero di distribuire una foto in cui sorride e di lasciare in archivio il volto che promette la resa dei conti con i laici e i nazionalisti.
Abbas ci aveva visto giusto, mancheranno la sua intelligenza e la sua ironia, ma ci resta la lezione e con la sua capacità di ascoltare e osservare se fosse tornato sul campo avrebbe capito Trump prima del voto e anche la Brexit non lo avrebbe sorpreso.