Siamo andati a Johannesburg dove il maestro sudafricano ha fondato il “Centre for the Less Good Idea”. Un luogo dove i giovani performer si confrontano, lavorano, vanno in scena e, spesso, sbagliano
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JOHANNESBURG. All'improvviso, il cancello di ferro grigio scorre verso destra. La berlina nera sguscia nel piccolo cortile colorato di edere e mattoncini rossi. Il cancello, la sliding door del destino di Johannesburg, si richiude. Da questa parte, qui all'interno, sta sbocciando un'oasi intellettuale, un quartiere pop, i fiori di una primavera artistica. Fuori, al di là della barriera, su Main Street, serpeggiano la povertà, antiche maledizioni, immonde disuguaglianze, le mai debellate esclusione e corruzione.
"Scusi il ritardo", dice la voce marmorea di William Kentridge mentre scende dall'auto. Maglia nera, pantaloni neri, camicia celeste. "Andiamo". Tutti salutano il fondatore: assistenti, operai, giovani artisti con vestiti beige e vagabondi come Mireille. Hello William. È il piccolo feudo incantato del più famoso artista sudafricano. Ma qui, la sua straordinaria carriera è relativa. Qui contano gli altri. I …
JOHANNESBURG. All'improvviso, il cancello di ferro grigio scorre verso destra. La berlina nera sguscia nel piccolo cortile colorato di edere e mattoncini rossi. Il cancello, la sliding door del destino di Johannesburg, si richiude. Da questa parte, qui all'interno, sta sbocciando un'oasi intellettuale, un quartiere pop, i fiori di una primavera artistica. Fuori, al di là della barriera, su Main Street, serpeggiano la povertà, antiche maledizioni, immonde disuguaglianze, le mai debellate esclusione e corruzione.
"Scusi il ritardo", dice la voce marmorea di William Kentridge mentre scende dall'auto. Maglia nera, pantaloni neri, camicia celeste. "Andiamo". Tutti salutano il fondatore: assistenti, operai, giovani artisti con vestiti beige e vagabondi come Mireille. Hello William. È il piccolo feudo incantato del più famoso artista sudafricano. Ma qui, la sua straordinaria carriera è relativa. Qui contano gli altri. I giovani, gli sconosciuti, gli insuccessi. "Fallisci ancora, fallisci meglio", dice Samuel Beckett. Ma c'è un proverbio sudafricano in lingua tswana ancora più calzante: "Se il dottore bravo non riesce a curarti, vai da uno meno bravo".
I ragazzi al lavoro nel Centro
È difatti il comandamento del "Centre for the Less Good Idea", il centro dell'idea meno buona: uno studio e progetto artistico ideato e lanciato da Kentiridge a fine 2016 in un quartiere, Maboneng, prima piagato da violenza e criminalità e oggi sorprendente enclave della cultura, dei locali alla moda e della performance art. "Serve a sviluppare le idee meno buone", ci racconta il 63enne maestro sudafricano nel candido atrio di questo ex capannone industriale, "quelle idee che magari spuntano inavvertitamente durante un processo creativo predefinito e che spesso vengono tralasciate perché ritenute erroneamente inferiori, incomplete, poco funzionali. Invece, spesso queste scintille possono infiammare straordinarie opere d'arte". Perché qui si può sbagliare, si può fallire.
"Claudia Rankine, la poetessa americana", ricorda Kentridge mentre ci raggiunge la sua vice, Bronwyn Lace, "ha definito il mio Centro "un luogo protetto per fallire". Che cosa stupenda. Bisogna sempre inseguire qualcosa, non conoscerlo in anticipo". Sinora, il no-profit Centre for Less Good Idea è stato un successo, "oltre ogni immaginazione" sostiene Kentridge, il suo finanziatore principe, dopo aver coinvolto già 140 artisti. Non ci sono concorsi o gare per essere ammessi. Sono i curatori, scelti ogni anno da Kentridge e il resto del board, che "adottano" e svezzano i giovani più interessanti del Paese, li fanno lavorare, esibire. "Venga, andiamo a vedere".
La parete coperta di foglietti dove lavora uno dei performer, João Renato Orecchia Zúñiga
Attraversando l'atrio bianco e legnoso di questo loft ex magazzino, ci sono due stanze simili a fienili dove di sera hanno luogo le performance artistiche pubbliche, sperimentate più volte in passato da Kentridge. Nell'ultima stanza si sta provando lo spettacolo Desert, un elaborato viaggio mentale che attraverso musica distorta, installazioni semoventi e proiezioni strobo, ricerca un nuovo linguaggio della realtà. A poche ore dall'esibizione, João Renato Orecchia Zúñiga, compositore e sound designer italo-peruviano, circondato da una scenografia sfilacciata, una lavagna e una parete ricoperta di foglietti scritti a penna nera, solletica sintetizzatori, tastiere, mixer e minibatterie. "L'altra sera queste percussioni meccaniche sono state sublimi", è la lode del maestro che però subito precisa: "Non ho alcuna voce in capitolo o veto. Decidono i curatori. Ma, come in Desert, le cose devono essere grezze. Perché solo quando hai coscienza dell'imperfezione, puoi migliorare".
João Renato alza il volume. "Ok, andiamo nel mio studio", propone Kentridge. Un altro ex deposito, ma nel cortile. Si alza la saracinesca: 150 metri quadri di vuoto bianco. Le uniche sedie sono attaccate al muro, sospese. "Ogni tanto lavoro qui", racconta l'artista sudafricano, "in genere vengo un paio di volte al mese, ma se ci sono le performance anche ogni settimana. Perché qui il fallimento è l'unica strada per raggiungere gli obiettivi", prosegue l'artista sudafricano, "cosa che i teatri professionisti non ti lasciano fare. Noi invece uniamo Stockhausen e il jazz, Non io di Beckett con Soyinka e attraverso il coinvolgimento del pubblico riscopriamo quell'umanità dell'arte che oggi manca a musei e accademie tradizionali. Gli incroci imperfetti danno senso al mondo".
Siete un po' dadaisti, Kentridge. "Ci penso spesso. Quel tipo di performance enigmatica, ambigua ma fluida è tuttora un importante messaggio politico: oggi c'è tanta certezza fasulla in giro, soprattutto quella populista e nazionalista. Ai loro facili messaggi bisogna contrapporre l'incertezza". Kentridge da giovane rimpianse di non aver partecipato agli anni della contestazione a Parigi. Ora, cinquant'anni dopo, è ancora a Johannesburg. "Sono contento di essere lontano dal trafficato baricentro dell'arte. Mi piacciono la marginalità e le sue asperità. Da lontano si vedono meglio tante cose. Ma ciò non c'entra con l'ispirazione: quella viene con lavoro costante, è materiale, non mentale".
L’edificio che ospita il Centro
Kentridge deve andare. Sta lavorando a una nuova grande performance sui paradossi coloniali dell'Africa durante la Prima guerra mondiale. S'infila in auto e risfreccia via attraverso il cancello. L'uscita di tutti gli altri, invece, passa attraverso una ballardiana toilette a spirale, una grande sala vintage da concerti e dj set, un parcheggio coperto che la domenica diventa mercatino bio, un fresco giardino con libreria e bar en plein air. Passato tutto questo, si abbandona il "Centre" e si ritorna sulla strada, nel quartiere Maboneng, nido hipster e felice di una città complicatissima. Fino a un paio di decenni fa questo era uno dei quartieri più pericolosi e criminali. Poi nel 2008 arrivò un certo William Kentridge, comprò il complesso poi diventato Centre for the Less Good Idea. Una meravigliosa follia.
Dopo l'azzardo di Kentridge, alcuni investitori e costruttori cominciarono a riqualificare il quartiere, oggi il più bello del centro città con le sue librerie alternative, il cinema indipendente, i ristori etnici, le birrerie artigianali, i boulevard alberati, i murales visionari, i coiffeur dove le ragazze cantano sulla soglia, i bar dove giovani bianchi e neri siedono e ridono. Insieme, finalmente. Perché con la cultura si mangia e a volte si rinasce pure.