La sera mio padre, trattenuto dal lavoro di chirurgo, rientrava tardi, quando noi, mia madre, mio fratello e le mie sorelle, avevamo già cenato. Capitava che io lo aspettassi da solo, mentre il resto della famiglia era già andato a letto. Mio padre trovava distensivo, durante la sua cena solitaria, correggere i miei compiti di greco e di latino. Adorava le declinazioni che declamava agitando una mano come la bacchetta di un direttore d'orchestra. E così era per la coniugazione dei verbi. Per distoglierlo da questo rito che appesantiva la mia sonnolenza, approfittando di una pausa, gli chiedevo di raccontarmi una delle battaglie dell'Isonzo che aveva vissuto come medico di battaglione durante la Grande guerra. Mi accontentava di slancio, non sospettava il mio espediente per sfuggire alle declinazioni e alle coniugazioni greche e latine, e mi raccontava la vita nell'ospedale da campo, o le medicazioni fatte nella trincea in mezzo al fango. E gli capitava…
La sera mio padre, trattenuto dal lavoro di chirurgo, rientrava tardi, quando noi, mia madre, mio fratello e le mie sorelle, avevamo già cenato. Capitava che io lo aspettassi da solo, mentre il resto della famiglia era già andato a letto. Mio padre trovava distensivo, durante la sua cena solitaria, correggere i miei compiti di greco e di latino. Adorava le declinazioni che declamava agitando una mano come la bacchetta di un direttore d'orchestra. E così era per la coniugazione dei verbi. Per distoglierlo da questo rito che appesantiva la mia sonnolenza, approfittando di una pausa, gli chiedevo di raccontarmi una delle battaglie dell'Isonzo che aveva vissuto come medico di battaglione durante la Grande guerra. Mi accontentava di slancio, non sospettava il mio espediente per sfuggire alle declinazioni e alle coniugazioni greche e latine, e mi raccontava la vita nell'ospedale da campo, o le medicazioni fatte nella trincea in mezzo al fango. E gli capitava spesso di accennare all'incontro, in un ospedale da campo, con mia madre che era una crocerossina volontaria.
La nostra famiglia cominciò a delinearsi allora. Sì, quell'incontro fu galeotto. Poco più di dieci anni dopo, il tempo che la guerra finisse, che finisse anche l'epidemia di spagnola che ne seguì, che mio padre si svestisse della divisa e che rintracciasse la crocerossina, dopo almeno due lustri l'incontro di guerra sfociò infine in un matrimonio. Dunque la nostra famiglia cominciò con il "Secolo breve" come dice Eric J. Hobsbawm, il quale fa iniziare il vero Novecento con la Grande guerra, con la dichiarazione di guerra alla Serbia da parte dell'Austria, il 28 luglio 1914, e ne fissa la fine settantacinque anni dopo, quando avviene l'implosione dell'Unione Sovietica. Di un tragico periodo di Storia ho fatto un affare di famiglia. Ma è vero che sono, sia pure in ritardo sui tempi, figlio della Grande guerra. Quando mio padre mi raccontava delle battaglie dell'Isonzo volgeva ormai alla fine la Seconda guerra mondiale. Eravamo nei primi mesi del 1945. Trentun anni dopo la Grande guerra, di cui il Secondo conflitto mondiale era la continuazione.
Non sono uno storico e quindi devo, posso raccontare come cronista il secolo in cui ho passato grande parte della mia vita. Per uno storico credo sia un'impresa difficile scrivere la storia del XX secolo allo stesso modo in cui scriverebbe la storia di qualunque altra epoca. Il distacco temporale è ancora troppo breve. Alla cronaca succede la memoria, legata ai testimoni e alle loro passioni, la storia interviene col tempo e a volte si dichiara universale ma è anch'essa soggetta ai cambiamenti, alle idee, alle scoperte, alle interpretazioni dell'epoca in cui viene scritta. La lettura del XX secolo è ancora allo stadio, sia pure estremo, della memoria. E la memoria, collegata al ricordo, è esposta all'amnesia e alle innumerevoli strumentalizzazioni. Il Novecento è un secolo denso, ritmato da tragedie e progressi forse come nessun altro. Tragedie e progressi impregnati di mitologie, di ideologie non tutte nate in quel secolo, ma non poche defunte in quel secolo, e delle quali, benché defunte, subiamo ancora l'influenza, comunque ne possiamo vedere i rigurgiti.
L'economia adesso dominante ha creato un grande cimitero delle ideologie politiche: ne è un esempio la Cina che si dice comunista ma che applica larga parte dei principi dell'economia di mercato alla base del capitalismo. Il comunismo cinese non è morto ma non è più quello radicale di Mao Zedong che ho conosciuto. A Pechino, nella sede della casa editrice che dal primo Novecento pubblica opere filosofiche occidentali, ho chiesto ai redattori come potessero dichiararsi comunisti e approvare regole economiche in parte capitaliste. Perché non dovremmo adottare pratiche che funzionano? Ciò non toglie che restiamo ideologicamente comunisti e il partito, il partito comunista, determina la vita politica. Questa è stata la loro risposta.
Dalle tombe delle ideologie politiche emergono i fantasmi, i fuochi fatui, resti del secolo alle nostre spalle. Ci capita di chiamare genericamente populismo la collera in cui si sono raccolti i risentimenti più o meno consci verso le ideologie la cui morte o agonia o decadenza è letta come una diserzione, un tradimento, una delusione, un fallimento o una liberazione. Dalla mia adolescenza sono stato testimone degli avvenimenti pubblici accumulando opinioni e pregiudizi, nella veste non di studioso ma di contemporaneo. Di contemporaneo curioso. Questa può essere una definizione del cronista che sono stato e sono. (...)
Ho parlato dei miei genitori incontratisi durante la Grande guerra, quando era in corso uno dei momenti più intensi delle stragi che nei cento anni del Novecento hanno registrato 187 milioni di morti, vale a dire un essere umano su dieci rispetto alla popolazione del pianeta nel 1900. È una stima riportata da Zbigniew Brzezinski, defunto consigliere dell'ex presidente Jimmy Carter. Per coloro che erano cresciuti prima del 1914 (o del 1915, quando l'Italia entrò in guerra a fianco della Francia e dell'Inghilterra) fu come passare da un'epoca all'altra. L'Ottocento era stato un secolo abbastanza pacifico. Quando mia madre e mio padre partirono per la Grande guerra la Pianura Padana, addossata al Po, dove viveva la famiglia di mia madre, e l'Emilia Romagna di mio padre erano due contrade rurali, percorse da fermenti politici e sociali, che agitavano in particolare il mondo contadino. Quel periodo fu poi ricordato come una lunga pace.
Una lunga pace perduta. (...) All'inizio del Novecento la Guerra russo-giapponese fu il battesimo di sangue del nuovo secolo. L'attacco giapponese umiliò la Russia zarista e questa umiliazione fu una delle cause della fallita rivoluzione russa del 1905, che precedette di dodici anni quella trionfante d'Ottobre, nel 1917. Ma che segnò anche l'ingresso sulla scena internazionale degli Stati Uniti, già grande potenza industriale tenutasi fino allora in disparte, isolata rispetto alla politica mondiale. (...) Nel Novecento il Vecchio continente ha perduto la supremazia che aveva esercitato per secoli. Il mondo si è occidentalizzato, sotto l'influenza degli Stati Uniti è vero, ma l'Europa è stato il cuore dell'Occidente, ne ha creato la civiltà, ne è all'origine. È stato il centro indiscusso del potere, della ricchezza, della cultura per secoli.
Nei primi anni Novanta, durante la guerra in Bosnia, ho trascorso lunghi periodi a Sarajevo e, quando i cecchini serbi sulle montagne non prendevano noi a valle come bersagli, ero attratto dal lungo fiume, la Miljacka, dove il 28 giugno 1914 fu ucciso l'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando, assassinio che scatenò la Grande guerra. Quelle pistolettate fecero crollare in pochi anni l'impero - austro-ungarico, l'impero ottomano, l'impero russo, l'impero germanico, e tra le conseguenze della guerra che provocarono vi furono il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Senza contare la rivoluzione comunista scoppiata nel corso della guerra. Se si considera che la Seconda guerra mondiale fu la continuazione della Prima, e che quindi il conflitto durò di fatto trentun anni, durante i quali vi furono anche la guerra civile spagnola dalla quale uscì vincitore il franchismo, e la guerra sino-giapponese durante la quale cominciò ad affermarsi il maoismo, per non citare le espansioni e le rivolte coloniali, si arriva alla conclusione che le pallottole sparate a Sarajevo ebbero un effetto senza precedenti nella storia. In quel punto del lungo fiume cominciò l'epoca tragica del Novecento. Percorrerlo, mentre ancora si sparava nella città in cui ti imbatti in sinagoghe, moschee e chiese cristiane, accendeva una forte sensazione. Avevo l'impressione di poter toccare con la mano la storia. (...)
Dalla Prima guerra mondiale scaturiscono governi e regimi "ideologici". I primi rispetto ai secoli precedenti che avevano certo conosciuto le ideologie, e le avevano vissute con passione, ma senza che si fondessero nel potere. François Furet, come storico della Rivoluzione francese, vede in Robespierre un possibile precedente, quando nella primavera del 1794 con la festa dell'Essere supremo e il Terrore crea per qualche settimana un regime ideologico. Ma quello di Robespierre ha un carattere "religioso", mentre per regime ideologico del XX secolo si indica un sistema in cui l'azione politica degli uomini assume un carattere provvidenziale nello spiegare il mondo e le sue società, escludendo ogni divinità. In questo senso, dice François Furet, Hitler ha fondato un regime sconosciuto prima di lui. Se non si tiene conto del fascismo mussoliniano al quale Hitler all'inizio si ispirò. Si potrebbe dire di Lenin la stessa cosa, se il caso del comunismo non fosse un po' diverso: non solo perché, arrivato al potere nell'autunno del 1917, nel pieno della Prima guerra mondiale, è durato più a lungo grazie alla vittoria del 1945, ma perché nell'idea comunista molti vedevano una versione della millenaria grande utopia dell'uguaglianza. (...)
La persecuzione e poi lo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei e degli zigani sono stragi che hanno lasciato l'incancellabile marchio della vergogna sul Novecento. Difficile inserire nella storia della Germania di Goethe e di Kant l'Olocausto, anche se ci si immerge nella Germania d'allora, frustrata dalla sconfitta "ingiusta" e dall'attrazione che esercitava su larga parte della popolazione, e anche su grandi intellettuali, si pensi a Heidegger, il discorso di Hitler. (...) Il secondo conflitto mondiale si conclude in Estremo Oriente con la resa del Giappone e con l'inizio dell'era atomica, inaugurata dagli Stati Uniti con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La Guerra fredda che segue il conflitto mondiale mette a confronto i due grandi vincitori: l'America e la Russia, poco prima alleati. Con i paesi europei in netto declino sotto l'influenza, l'occupazione o la protezione delle due superpotenze, che si sono spartite l'Europa. Entrambe dotate di armi nucleari vivono una pace armata in una situazione di equilibrio. L'equilibrio del terrore.
Vasilij Grossman, il più grande corrispondente di guerra del Secondo conflitto mondiale, e autore del capolavoro Vita e destino, dopo avere seguito l'Armata rossa da Stalingrado a Berlino, testimonia il sacrificio del popolo russo ma non risparmia le accuse al regime sovietico. Che accosta per alcuni aspetti a quello nazista. Ebreo laico perde la madre uccisa dai tedeschi che avanzando, nella prima fase della guerra in Russia, uccidono sistematicamente gli ebrei. Grossman non risparmia i dirigenti comunisti, che non vogliono riconoscere il prezzo pagato dagli ebrei, e che sono promotori del gulag e delle terribili carestie provocate dalle riforme forzate nelle campagne nei decenni precedenti.
A Budapest, nel 1969, ho incontrato a lungo uno dei più grandi intellettuali comunisti, György Lukács. Erano passati soltanto alcuni mesi dall'invasione sovietica della Cecoslovacchia, che aveva messo brutalmente fine alla Primavera, vano tentativo di democratizzare il comunismo reale, e nel suo ufficio, in cui entrava la forte luce del Danubio, Lukács mi disse aspirando su un grosso sigaro cubano che "i compagni sovietici" non erano molto intelligenti. Era stato ministro di Béla Kun, nel breve periodo in cui i comunisti governarono nel 1919 in Ungheria; per tanti anni era poi stato, oltre che un autorevole rispettato critico letterario, anche una voce stalinista che parlava spesso alle radio comuniste nel periodo più acuto della Guerra fredda, ma poi nel '56 era stato in favore dell'insurrezione di Budapest contro il regime, satellite di Mosca, insurrezione che provocò l'intervento dell'Armata rossa. Invece di essere fucilato, come i capi dell'insurrezione, fu mandato in esilio in Romania.
"Abitavo in un palazzo, mangiavo in piatti d'argento, bevevo in bicchieri di cristallo, dormivo in lenzuola di lino, ma non avevo niente da leggere, i guardiani sovietici non mi davano né un giornale né un libro. Era una punizione studiata apposta per l'intellettuale indisciplinato". È quel che mi disse Lukács aggiungendo che non bisognava disperare, al cristianesimo c'erano voluti alcuni secoli prima di diventare una grande religione, il comunismo era al potere da poco più di cinquant'anni. Avendo secoli davanti a sé aveva tutto il tempo per redimersi. Lukács morì due anni dopo e l'Unione Sovietica implose vent'anni dopo. La sua profezia era sbagliata. Ma si sbagliarono in molti. Ancora negli Ottanta si potevano leggere analisi in cui si descriveva l'Europa occidentale fragile di fronte al mondo comunista che si stendeva dalla Russia alla Cina. Benché divise e in aperta polemica le due potenze comuniste formavano un continente di cui i paesi democratici europei erano insignificanti propaggini. Erano Atene contro Sparta. Questa era l'idea dominante.
La corsa agli armamenti ha sfiancato la potenza comunista, ma la sua disfatta fu provocata, secondo l'economista John Kenneth Galbraith, soprattutto dal successo dell'economia sociale di mercato di cui la Germania federale era il modello più riuscito nella Comunità europea nel frattempo nata a Ovest. Un modello che umiliava il sistema sovietico.
Ho frequentato spesso il mondo comunista. (...) I giorni della caduta del Muro, nel novembre 1989, ero a Berlino dove avrei poi seguito la riunificazione delle due Germanie, quella federale dell'Ovest e quella comunista dell'Est. Quei giorni, che annunciavano l'implosione, l'autodissoluzione dell'Unione sovietica, furono tra i più intensi della mia vita di cronista. L'impero comunista si decomponeva a una velocità impensabile fino a pochi mesi prima e i tedeschi dell'Est, che superavano le brecce apertesi nel Muro per scoprire l'Ovest, guardavano abbagliati i negozi della Ku'damm, la più allegra ed elegante strada della Berlino in attesa di ridiventare la capitale della Germania unificata. Vedevano il mondo occidentale nella realtà, affascinati dalle immagini della società dei consumi che avevano guardato, al di là del Muro, nei televisori per anni, spesso frustrati dall'esserne esclusi. Adesso ne avevano sotto gli occhi, a portata di mano, soltanto la facciata, dietro la quale c'era una realtà che si sarebbe rivelata meno rosea.
La competizione, implicita all'economia di mercato, avrebbe fatto rimpiangere ad alcuni tedeschi dell'Est certe garanzie offerte dal fallito comunismo per una vita sia pure mediocre. Con la fine dell'impero comunista sovietico si è concluso il "Secolo breve". Se prendiamo il suo inizio come punto di riferimento scopriamo, con Hobsbawm, che nonostante le stragi delle guerre, del razzismo, delle rivoluzioni, delle carestie, sulla Terra vi sono settantacinque anni dopo sei miliardi di persone, circa tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della Prima guerra mondiale.
È l'altra faccia del Novecento. Dopo le due guerre mondiali e mentre la Guerra fredda è in corso incomincia un'epoca di sviluppo, di progresso. Malgrado le catastrofi e gli stermini di massa la popolazione non è soltanto cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti. (..)
Quando ho chiesto a Claude Levi-Strauss, antropologo inoltratosi nei millenni, quale fosse la scoperta che distingue il Novecento, la risposta è stata: la genetica, che ha ampliato le conoscenze biologiche, facendo scoperte nel corpo umano equivalenti a quelle delle caravelle di Cristoforo Colombo approdate sulle coste dell'America. Gli antibiotici, i betabloccanti, e tanti altri medicinali, gli anticoncezionali, hanno modificato anche socialmente la nostra vita, allungandola, rendendola meno vulnerabile, o più indipendente sul piano sessuale. L'informatica ha rivoluzionato le comunicazioni e moltiplicato (declassandone alcuni) i mezzi di informazione. La televisione ha avvicinato, spesso imponendola e deturpandola, l'immagine della vita reale. Ha appagato curiosità e addomesticato la nostra idea del mondo.
Nel Novecento l'umanità, quasi tutta, può seguire simultaneamente la cronaca di quel che accade sul pianeta. I sempre più veloci mezzi di trasporto hanno ridotto le distanze, hanno rimpicciolito il mondo. I rapporti tra i generi sono cambiati: le donne, almeno in Occidente, hanno conquistato gli stessi diritti degli uomini, anche se l'uguaglianza non è stata raggiunta in tutti gli aspetti della vita. Il movimento del maggio '68 ha cambiato, sempre in Occidente, le relazioni tra docenti e allievi nelle scuole e nelle università, e anche tra padri e figli. Studenti e operai sono insorti contro il potere nel momento di massima crescita delle economie occidentali. I primi chiedevano "l'immaginazione al potere", i secondi, gli operai, più concreti, hanno chiesto e ottenuto più ampi diritti sindacali.
Quando mi trovo su una spiaggia affollata mi capita di ricordare quelle semideserte della mia adolescenza. Allora pochi potevano permettersi le vacanze al mare. E nessuno immaginava che il trasporto aereo sarebbe diventato un'abitudine di massa. Eppure lo scontento ha dominato spesso le società del Novecento, scontento soltanto in parte spiegato dalle crisi economiche alternatesi ai lunghi periodi di crescita. L'Europa, riunita dopo il Secondo conflitto mondiale per la prima volta nella sua storia, ha conosciuto la pace fino alla fine del secolo. Nella Comunità diventata Unione sono affluiti via via i paesi ex comunisti, promossi a una democrazia di variabile intensità. Il liberismo è il denominatore comune, sia pure praticato in vario modo. La maggioranza degli europei appartenenti all'Unione non ha tuttavia coscienza della vittoria che essa rappresenta, del fatto che essa ha contribuito in modo decisivo alla pace regnante nel Continente da più di settant'anni.
Pace turbata soltanto da conflitti circoscritti alla sua periferia. Il cinema e il jazz hanno lasciato profonde impronte. Provenivano più dal Nuovo mondo che dal Vecchio. Charlie Chaplin sugli schermi muti e tante scene della Corazzata Potëmkin di Eisenstein sono immagini indimenticabili. Come lo sono quelle che seguirono di René Clair, di Jean Renoir e di altri. L'età del jazz è stata un'espressione culturale che per noi, quando eravamo ragazzi, ha costituito una frattura inconscia col passato. Durante il Secondo conflitto mondiale, nella fase finale, quando era drasticamente proibito ascoltare il jazz, i miei amici più grandi cantavano tradotta in dialetto parmigiano Stormy Weather, per farla in barba ai censori. La musica rock ha poi espresso più tardi il Novecento, il Novecento dei giovani.
Vorrei citare nomi significativi della letteratura, devo limitarmi a citare soltanto alcuni scrittori, dei quali mi porterei i libri in un'isola deserta: Marcel Proust morto nel 1922; Joseph Conrad morto nel 1924; William Faulkner morto nel 1962; Beppe Fenoglio morto nel 1963. Nella musica il primo Schönberg e Stravinskij. Nella pittura il giovane Picasso e Matisse. E qui mi fermo.
Non a caso evoco uno dei maggiori eventi del Novecento dopo questo breve cenno alla cultura. La decolonizzazione non è soltanto un importante capitolo della storia politica, segna anche una svolta culturale. È cominciata con l'India, che ha cessato di essere una colonia britannica nel 1947, e ha avuto il momento più intenso negli anni Sessanta. (...) Ho vissuto, seguito, prima da giovane scapestrato in cerca di emozioni, o se volete di avventure, e poi come giornalista due guerre coloniali. La prima nell'Indocina che i francesi tentarono invano di conservare sotto la loro tutela, dopo il Secondo conflitto mondiale, ma dove furono sconfitti definitivamente a Dien Bien Phu nel 1954; la seconda guerra coloniale in Algeria, considerata da Parigi un dipartimento francese, quindi parte del territorio nazionale senza che ai suoi naturali abitanti arabi fossero riconosciuti i diritti di cittadini francesi.
La conferenza di Bandung, tenutasi nell'aprile del 1955, segnò la nascita del Terzo mondo: nella città indonesiana c'erano i rappresentanti di ventinove paesi del Sud. Molte ex colonie. C'erano in particolare l'India e la Repubblica popolare cinese. La prima era definita la più grande democrazia del mondo. La seconda era una grande nazione comunista. Erano due ampie zone del globo economicamente sottosviluppate con sistemi politici opposti. Nel Terzo mondo soffiava un forte vento nazionalista. In particolare nel Vicino Oriente, dove il nazionalismo arabo era insorto contro la nascita di Israele, conseguenza dello sterminio degli ebrei in Europa, ma anche realizzato progetto del sionismo, movimento e ideologia volti a creare uno Stato ebraico in Palestina. Il sionismo era una corrente del mondo ebraico delineatasi alla fine dell'Ottocento, dopo l'affare Dreyfus. La drammatica vicenda di un ufficiale francese ebreo accusato ingiustamente di spionaggio in favore della Germania. L'affare provocò una vampata di antisemitismo non soltanto in Francia.
L'arrivo alla fine della Seconda guerra mondiale di molti scampati ai campi di sterminio nazista, ansiosi di compiere l'aliyah, la salita, vale a dire l'immigrazione ebraica verso Israele, ha accelerato la creazione di uno Stato ebraico. Antica aspirazione della diaspora che vedeva nella remota Gerusalemme il centro del mondo. La spartizione del territorio decisa da una risoluzione dell'Onu non è stata ascoltata dagli arabi e non ha impedito la Prima guerra arabo israeliana nel 1948, seguita da altre tre guerre (1956, 1967, 1973), tutte perdute dagli arabi. Col tempo, le crisi, le insurrezioni, le effimere intese hanno fatto dei due Stati un miraggio. E quella che dovrebbe essere la Palestina è occupata da Israele, che vi ha insediato mezzo milione di coloni. Isaac Deutscher, ebreo non sionista, uno dei più validi studiosi del comunismo, disse che era come se un individuo gettato dalla finestra fosse caduto sul marciapiede schiacciando un passante. Così riassunse la questione israelo-palestinese, in modo semplicistico. Vi confesso che per chi ha seguito quella questione per decenni non è stato sempre facile essere un osservatore equilibrato. Il grande, insolvibile, imperativo debito dell'Occidente verso gli ebrei, e quindi la difesa della nazione, al suo interno democratica, che hanno creato, annulla difficilmente il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Il problema è ancora lì, irrisolto.
Il mondo arabo musulmano ha conosciuto una brusca svolta quando al nazionalismo - di cui l'egiziano Nasser era stato il leader carismatico, umiliato dalle sconfitte inflittagli da Israele e screditato dalla corruzione dei regimi dei rais - è succeduto un integralismo religioso sfociato poi sotto varie forme nel jihadismo, che può anche essere un impegno non violento, ma che si è manifestato soprattutto col terrorismo. La rivoluzione khomeinista vittoriosa nell'Iran sciita è stata una rivoluzione a ritroso, vale a dire che è stata dominata dall'aspirazione di un ritorno alle origini. Che ha del resto cercato di attuare recuperando le leggi ricavate in gran parte dal Corano dettato dall'Arcangelo Gabriele a Maometto. Quella rivoluzione ha avuto una grande influenza sul resto del mondo musulmano, in stragrande maggioranza sunnita. Ma ha acceso la vecchia rivalità tra le due correnti dell'Islam: rivalità sfociata in una guerra durata otto anni, nel decennio Ottanta, con un milione di morti, tra l'Iran e l'Iraq. Quest'ultimo paese a maggioranza sciita, ma governato dal sunnita Saddam Hussein (appartenente a un partito laico, il Baas, o Risorgimento). Saddam sarà giustiziato dopo l'invasione americana del 2003 e la tenzone tra sciiti e sunniti domina adesso il conflitto mediorientale.
Sono uscito, sia pur di poco, dal Novecento. Vi rientro subito per affrontare l'ultimo capitolo: l'Asia, vale a dire il continente che ha conosciuto negli ultimi decenni i progressi più straordinari. Vi ho passato sette anni della mia vita, a cavallo delle due epoche: quella delle guerre e quella del progresso economico. (...) Credo che nessuno, nella storia, abbia distrutto tanto e costruito tanto. Mi riferisco alla Cina dove ho messo piede per la prima volta nel 1970, quando la rivoluzione culturale non era ancora conclusa, e all'occidentale a passeggio per le strade di Shanghai capitava di vedersi seguito da mille e più persone che lo guardavano come un extraterrestre arrivato da chissà quale pianeta. La gente non vedeva stranieri da tempo. Il paese era chiuso. C'era chi pensava che la Cina stesse inventando un "uomo nuovo", liberato dalle convenzioni in vigore nel resto del mondo, rispettoso della legittima indisciplina che permetteva agli studenti di deridere, insultare, picchiare i professori, e ai giovani di fare altrettanto con gli anziani; e chi invece denunciava i milioni di morti fatti dalla rivoluzione culturale, aggiuntisi ai milioni di morti fatti dalle precedenti campagne, come il "balzo in avanti", durante il quale i contadini cercavano di produrre acciaio nei forni montati nelle stalle.
L'"uomo nuovo" formatosi nella guidata indisciplina della rivoluzione culturale non ha creato una società inedita; né il disordine organizzato ha condotto alla disgregazione della Repubblica popolare. Al contrario oggi la Cina comunista, che pratica un suo capitalismo restando comunista politicamente, nella pratica del potere, è la seconda potenza, dopo quella americana. La sua crescita economica e le sue capacità militari hanno cambiato gli equilibri mondiali. Dove sorge una città con milioni di abitanti e centinaia di grattacieli, non lontano da Hong Kong, c'erano delle risaie, e ricordo i contadini che quarant'anni fa lavoravano a torso nudo con quelli che dovevano essere i pantaloni dipinti con la pece sulla pelle nuda. Gli uomini di governo più interessanti che ho incontrato, quelli che mi hanno più colpito per la loro eleganza intellettuale, sono stati Zhou Enlai, il primo ministro cinese, e Jawaharlal Nehru, il primo ministro indiano. A Bandung erano insieme, fianco a fianco, ma poi hanno dovuto persino farsi la guerra. La Cina comunista e l'India democratica non potevano andare d'accordo. La tenzone era inevitabile. Ma chiamati a governare circa un terzo dell'umanità, avevano entrambi l'intelligenza politica per esercitare il potere con una elegante saggezza, in un presente afflitto dal fanatismo e dalla povertà. Hanno agito in quel contesto come se sapessero che il cambiamento sarebbe arrivato. Anche dopo di loro. Sono stati grandi protagonisti del Novecento.
Questo testo è un estratto della lectio magistralis Tragedie e progressi del Novecento che Bernardo Valli (Parma, 1930), giornalista e scrittore, editorialista di Repubblica, ha tenuto il 5 maggio all’Università di Firenze per l’inaugurazione del Festival del Maggio Musicale
La nostra famiglia cominciò a delinearsi allora. Sì, quell'incontro fu galeotto. Poco più di dieci anni dopo, il tempo che la guerra finisse, che finisse anche l'epidemia di spagnola che ne seguì, che mio padre si svestisse della divisa e che rintracciasse la crocerossina, dopo almeno due lustri l'incontro di guerra sfociò infine in un matrimonio. Dunque la nostra famiglia cominciò con il "Secolo breve" come dice Eric J. Hobsbawm, il quale fa iniziare il vero Novecento con la Grande guerra, con la dichiarazione di guerra alla Serbia da parte dell'Austria, il 28 luglio 1914, e ne fissa la fine settantacinque anni dopo, quando avviene l'implosione dell'Unione Sovietica. Di un tragico periodo di Storia ho fatto un affare di famiglia. Ma è vero che sono, sia pure in ritardo sui tempi, figlio della Grande guerra. Quando mio padre mi raccontava delle battaglie dell'Isonzo volgeva ormai alla fine la Seconda guerra mondiale. Eravamo nei primi mesi del 1945. Trentun anni dopo la Grande guerra, di cui il Secondo conflitto mondiale era la continuazione.
Non sono uno storico e quindi devo, posso raccontare come cronista il secolo in cui ho passato grande parte della mia vita. Per uno storico credo sia un'impresa difficile scrivere la storia del XX secolo allo stesso modo in cui scriverebbe la storia di qualunque altra epoca. Il distacco temporale è ancora troppo breve. Alla cronaca succede la memoria, legata ai testimoni e alle loro passioni, la storia interviene col tempo e a volte si dichiara universale ma è anch'essa soggetta ai cambiamenti, alle idee, alle scoperte, alle interpretazioni dell'epoca in cui viene scritta. La lettura del XX secolo è ancora allo stadio, sia pure estremo, della memoria. E la memoria, collegata al ricordo, è esposta all'amnesia e alle innumerevoli strumentalizzazioni. Il Novecento è un secolo denso, ritmato da tragedie e progressi forse come nessun altro. Tragedie e progressi impregnati di mitologie, di ideologie non tutte nate in quel secolo, ma non poche defunte in quel secolo, e delle quali, benché defunte, subiamo ancora l'influenza, comunque ne possiamo vedere i rigurgiti.
L'economia adesso dominante ha creato un grande cimitero delle ideologie politiche: ne è un esempio la Cina che si dice comunista ma che applica larga parte dei principi dell'economia di mercato alla base del capitalismo. Il comunismo cinese non è morto ma non è più quello radicale di Mao Zedong che ho conosciuto. A Pechino, nella sede della casa editrice che dal primo Novecento pubblica opere filosofiche occidentali, ho chiesto ai redattori come potessero dichiararsi comunisti e approvare regole economiche in parte capitaliste. Perché non dovremmo adottare pratiche che funzionano? Ciò non toglie che restiamo ideologicamente comunisti e il partito, il partito comunista, determina la vita politica. Questa è stata la loro risposta.
Dalle tombe delle ideologie politiche emergono i fantasmi, i fuochi fatui, resti del secolo alle nostre spalle. Ci capita di chiamare genericamente populismo la collera in cui si sono raccolti i risentimenti più o meno consci verso le ideologie la cui morte o agonia o decadenza è letta come una diserzione, un tradimento, una delusione, un fallimento o una liberazione. Dalla mia adolescenza sono stato testimone degli avvenimenti pubblici accumulando opinioni e pregiudizi, nella veste non di studioso ma di contemporaneo. Di contemporaneo curioso. Questa può essere una definizione del cronista che sono stato e sono. (...)
Ho parlato dei miei genitori incontratisi durante la Grande guerra, quando era in corso uno dei momenti più intensi delle stragi che nei cento anni del Novecento hanno registrato 187 milioni di morti, vale a dire un essere umano su dieci rispetto alla popolazione del pianeta nel 1900. È una stima riportata da Zbigniew Brzezinski, defunto consigliere dell'ex presidente Jimmy Carter. Per coloro che erano cresciuti prima del 1914 (o del 1915, quando l'Italia entrò in guerra a fianco della Francia e dell'Inghilterra) fu come passare da un'epoca all'altra. L'Ottocento era stato un secolo abbastanza pacifico. Quando mia madre e mio padre partirono per la Grande guerra la Pianura Padana, addossata al Po, dove viveva la famiglia di mia madre, e l'Emilia Romagna di mio padre erano due contrade rurali, percorse da fermenti politici e sociali, che agitavano in particolare il mondo contadino. Quel periodo fu poi ricordato come una lunga pace.
Una lunga pace perduta. (...) All'inizio del Novecento la Guerra russo-giapponese fu il battesimo di sangue del nuovo secolo. L'attacco giapponese umiliò la Russia zarista e questa umiliazione fu una delle cause della fallita rivoluzione russa del 1905, che precedette di dodici anni quella trionfante d'Ottobre, nel 1917. Ma che segnò anche l'ingresso sulla scena internazionale degli Stati Uniti, già grande potenza industriale tenutasi fino allora in disparte, isolata rispetto alla politica mondiale. (...) Nel Novecento il Vecchio continente ha perduto la supremazia che aveva esercitato per secoli. Il mondo si è occidentalizzato, sotto l'influenza degli Stati Uniti è vero, ma l'Europa è stato il cuore dell'Occidente, ne ha creato la civiltà, ne è all'origine. È stato il centro indiscusso del potere, della ricchezza, della cultura per secoli.
Nei primi anni Novanta, durante la guerra in Bosnia, ho trascorso lunghi periodi a Sarajevo e, quando i cecchini serbi sulle montagne non prendevano noi a valle come bersagli, ero attratto dal lungo fiume, la Miljacka, dove il 28 giugno 1914 fu ucciso l'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando, assassinio che scatenò la Grande guerra. Quelle pistolettate fecero crollare in pochi anni l'impero - austro-ungarico, l'impero ottomano, l'impero russo, l'impero germanico, e tra le conseguenze della guerra che provocarono vi furono il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Senza contare la rivoluzione comunista scoppiata nel corso della guerra. Se si considera che la Seconda guerra mondiale fu la continuazione della Prima, e che quindi il conflitto durò di fatto trentun anni, durante i quali vi furono anche la guerra civile spagnola dalla quale uscì vincitore il franchismo, e la guerra sino-giapponese durante la quale cominciò ad affermarsi il maoismo, per non citare le espansioni e le rivolte coloniali, si arriva alla conclusione che le pallottole sparate a Sarajevo ebbero un effetto senza precedenti nella storia. In quel punto del lungo fiume cominciò l'epoca tragica del Novecento. Percorrerlo, mentre ancora si sparava nella città in cui ti imbatti in sinagoghe, moschee e chiese cristiane, accendeva una forte sensazione. Avevo l'impressione di poter toccare con la mano la storia. (...)
Dalla Prima guerra mondiale scaturiscono governi e regimi "ideologici". I primi rispetto ai secoli precedenti che avevano certo conosciuto le ideologie, e le avevano vissute con passione, ma senza che si fondessero nel potere. François Furet, come storico della Rivoluzione francese, vede in Robespierre un possibile precedente, quando nella primavera del 1794 con la festa dell'Essere supremo e il Terrore crea per qualche settimana un regime ideologico. Ma quello di Robespierre ha un carattere "religioso", mentre per regime ideologico del XX secolo si indica un sistema in cui l'azione politica degli uomini assume un carattere provvidenziale nello spiegare il mondo e le sue società, escludendo ogni divinità. In questo senso, dice François Furet, Hitler ha fondato un regime sconosciuto prima di lui. Se non si tiene conto del fascismo mussoliniano al quale Hitler all'inizio si ispirò. Si potrebbe dire di Lenin la stessa cosa, se il caso del comunismo non fosse un po' diverso: non solo perché, arrivato al potere nell'autunno del 1917, nel pieno della Prima guerra mondiale, è durato più a lungo grazie alla vittoria del 1945, ma perché nell'idea comunista molti vedevano una versione della millenaria grande utopia dell'uguaglianza. (...)
La persecuzione e poi lo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei e degli zigani sono stragi che hanno lasciato l'incancellabile marchio della vergogna sul Novecento. Difficile inserire nella storia della Germania di Goethe e di Kant l'Olocausto, anche se ci si immerge nella Germania d'allora, frustrata dalla sconfitta "ingiusta" e dall'attrazione che esercitava su larga parte della popolazione, e anche su grandi intellettuali, si pensi a Heidegger, il discorso di Hitler. (...) Il secondo conflitto mondiale si conclude in Estremo Oriente con la resa del Giappone e con l'inizio dell'era atomica, inaugurata dagli Stati Uniti con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La Guerra fredda che segue il conflitto mondiale mette a confronto i due grandi vincitori: l'America e la Russia, poco prima alleati. Con i paesi europei in netto declino sotto l'influenza, l'occupazione o la protezione delle due superpotenze, che si sono spartite l'Europa. Entrambe dotate di armi nucleari vivono una pace armata in una situazione di equilibrio. L'equilibrio del terrore.
Vasilij Grossman, il più grande corrispondente di guerra del Secondo conflitto mondiale, e autore del capolavoro Vita e destino, dopo avere seguito l'Armata rossa da Stalingrado a Berlino, testimonia il sacrificio del popolo russo ma non risparmia le accuse al regime sovietico. Che accosta per alcuni aspetti a quello nazista. Ebreo laico perde la madre uccisa dai tedeschi che avanzando, nella prima fase della guerra in Russia, uccidono sistematicamente gli ebrei. Grossman non risparmia i dirigenti comunisti, che non vogliono riconoscere il prezzo pagato dagli ebrei, e che sono promotori del gulag e delle terribili carestie provocate dalle riforme forzate nelle campagne nei decenni precedenti.
A Budapest, nel 1969, ho incontrato a lungo uno dei più grandi intellettuali comunisti, György Lukács. Erano passati soltanto alcuni mesi dall'invasione sovietica della Cecoslovacchia, che aveva messo brutalmente fine alla Primavera, vano tentativo di democratizzare il comunismo reale, e nel suo ufficio, in cui entrava la forte luce del Danubio, Lukács mi disse aspirando su un grosso sigaro cubano che "i compagni sovietici" non erano molto intelligenti. Era stato ministro di Béla Kun, nel breve periodo in cui i comunisti governarono nel 1919 in Ungheria; per tanti anni era poi stato, oltre che un autorevole rispettato critico letterario, anche una voce stalinista che parlava spesso alle radio comuniste nel periodo più acuto della Guerra fredda, ma poi nel '56 era stato in favore dell'insurrezione di Budapest contro il regime, satellite di Mosca, insurrezione che provocò l'intervento dell'Armata rossa. Invece di essere fucilato, come i capi dell'insurrezione, fu mandato in esilio in Romania.
"Abitavo in un palazzo, mangiavo in piatti d'argento, bevevo in bicchieri di cristallo, dormivo in lenzuola di lino, ma non avevo niente da leggere, i guardiani sovietici non mi davano né un giornale né un libro. Era una punizione studiata apposta per l'intellettuale indisciplinato". È quel che mi disse Lukács aggiungendo che non bisognava disperare, al cristianesimo c'erano voluti alcuni secoli prima di diventare una grande religione, il comunismo era al potere da poco più di cinquant'anni. Avendo secoli davanti a sé aveva tutto il tempo per redimersi. Lukács morì due anni dopo e l'Unione Sovietica implose vent'anni dopo. La sua profezia era sbagliata. Ma si sbagliarono in molti. Ancora negli Ottanta si potevano leggere analisi in cui si descriveva l'Europa occidentale fragile di fronte al mondo comunista che si stendeva dalla Russia alla Cina. Benché divise e in aperta polemica le due potenze comuniste formavano un continente di cui i paesi democratici europei erano insignificanti propaggini. Erano Atene contro Sparta. Questa era l'idea dominante.
La corsa agli armamenti ha sfiancato la potenza comunista, ma la sua disfatta fu provocata, secondo l'economista John Kenneth Galbraith, soprattutto dal successo dell'economia sociale di mercato di cui la Germania federale era il modello più riuscito nella Comunità europea nel frattempo nata a Ovest. Un modello che umiliava il sistema sovietico.
Ho frequentato spesso il mondo comunista. (...) I giorni della caduta del Muro, nel novembre 1989, ero a Berlino dove avrei poi seguito la riunificazione delle due Germanie, quella federale dell'Ovest e quella comunista dell'Est. Quei giorni, che annunciavano l'implosione, l'autodissoluzione dell'Unione sovietica, furono tra i più intensi della mia vita di cronista. L'impero comunista si decomponeva a una velocità impensabile fino a pochi mesi prima e i tedeschi dell'Est, che superavano le brecce apertesi nel Muro per scoprire l'Ovest, guardavano abbagliati i negozi della Ku'damm, la più allegra ed elegante strada della Berlino in attesa di ridiventare la capitale della Germania unificata. Vedevano il mondo occidentale nella realtà, affascinati dalle immagini della società dei consumi che avevano guardato, al di là del Muro, nei televisori per anni, spesso frustrati dall'esserne esclusi. Adesso ne avevano sotto gli occhi, a portata di mano, soltanto la facciata, dietro la quale c'era una realtà che si sarebbe rivelata meno rosea.
La competizione, implicita all'economia di mercato, avrebbe fatto rimpiangere ad alcuni tedeschi dell'Est certe garanzie offerte dal fallito comunismo per una vita sia pure mediocre. Con la fine dell'impero comunista sovietico si è concluso il "Secolo breve". Se prendiamo il suo inizio come punto di riferimento scopriamo, con Hobsbawm, che nonostante le stragi delle guerre, del razzismo, delle rivoluzioni, delle carestie, sulla Terra vi sono settantacinque anni dopo sei miliardi di persone, circa tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della Prima guerra mondiale.
È l'altra faccia del Novecento. Dopo le due guerre mondiali e mentre la Guerra fredda è in corso incomincia un'epoca di sviluppo, di progresso. Malgrado le catastrofi e gli stermini di massa la popolazione non è soltanto cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti. (..)
Quando ho chiesto a Claude Levi-Strauss, antropologo inoltratosi nei millenni, quale fosse la scoperta che distingue il Novecento, la risposta è stata: la genetica, che ha ampliato le conoscenze biologiche, facendo scoperte nel corpo umano equivalenti a quelle delle caravelle di Cristoforo Colombo approdate sulle coste dell'America. Gli antibiotici, i betabloccanti, e tanti altri medicinali, gli anticoncezionali, hanno modificato anche socialmente la nostra vita, allungandola, rendendola meno vulnerabile, o più indipendente sul piano sessuale. L'informatica ha rivoluzionato le comunicazioni e moltiplicato (declassandone alcuni) i mezzi di informazione. La televisione ha avvicinato, spesso imponendola e deturpandola, l'immagine della vita reale. Ha appagato curiosità e addomesticato la nostra idea del mondo.
Nel Novecento l'umanità, quasi tutta, può seguire simultaneamente la cronaca di quel che accade sul pianeta. I sempre più veloci mezzi di trasporto hanno ridotto le distanze, hanno rimpicciolito il mondo. I rapporti tra i generi sono cambiati: le donne, almeno in Occidente, hanno conquistato gli stessi diritti degli uomini, anche se l'uguaglianza non è stata raggiunta in tutti gli aspetti della vita. Il movimento del maggio '68 ha cambiato, sempre in Occidente, le relazioni tra docenti e allievi nelle scuole e nelle università, e anche tra padri e figli. Studenti e operai sono insorti contro il potere nel momento di massima crescita delle economie occidentali. I primi chiedevano "l'immaginazione al potere", i secondi, gli operai, più concreti, hanno chiesto e ottenuto più ampi diritti sindacali.
Quando mi trovo su una spiaggia affollata mi capita di ricordare quelle semideserte della mia adolescenza. Allora pochi potevano permettersi le vacanze al mare. E nessuno immaginava che il trasporto aereo sarebbe diventato un'abitudine di massa. Eppure lo scontento ha dominato spesso le società del Novecento, scontento soltanto in parte spiegato dalle crisi economiche alternatesi ai lunghi periodi di crescita. L'Europa, riunita dopo il Secondo conflitto mondiale per la prima volta nella sua storia, ha conosciuto la pace fino alla fine del secolo. Nella Comunità diventata Unione sono affluiti via via i paesi ex comunisti, promossi a una democrazia di variabile intensità. Il liberismo è il denominatore comune, sia pure praticato in vario modo. La maggioranza degli europei appartenenti all'Unione non ha tuttavia coscienza della vittoria che essa rappresenta, del fatto che essa ha contribuito in modo decisivo alla pace regnante nel Continente da più di settant'anni.
Pace turbata soltanto da conflitti circoscritti alla sua periferia. Il cinema e il jazz hanno lasciato profonde impronte. Provenivano più dal Nuovo mondo che dal Vecchio. Charlie Chaplin sugli schermi muti e tante scene della Corazzata Potëmkin di Eisenstein sono immagini indimenticabili. Come lo sono quelle che seguirono di René Clair, di Jean Renoir e di altri. L'età del jazz è stata un'espressione culturale che per noi, quando eravamo ragazzi, ha costituito una frattura inconscia col passato. Durante il Secondo conflitto mondiale, nella fase finale, quando era drasticamente proibito ascoltare il jazz, i miei amici più grandi cantavano tradotta in dialetto parmigiano Stormy Weather, per farla in barba ai censori. La musica rock ha poi espresso più tardi il Novecento, il Novecento dei giovani.
Vorrei citare nomi significativi della letteratura, devo limitarmi a citare soltanto alcuni scrittori, dei quali mi porterei i libri in un'isola deserta: Marcel Proust morto nel 1922; Joseph Conrad morto nel 1924; William Faulkner morto nel 1962; Beppe Fenoglio morto nel 1963. Nella musica il primo Schönberg e Stravinskij. Nella pittura il giovane Picasso e Matisse. E qui mi fermo.
Non a caso evoco uno dei maggiori eventi del Novecento dopo questo breve cenno alla cultura. La decolonizzazione non è soltanto un importante capitolo della storia politica, segna anche una svolta culturale. È cominciata con l'India, che ha cessato di essere una colonia britannica nel 1947, e ha avuto il momento più intenso negli anni Sessanta. (...) Ho vissuto, seguito, prima da giovane scapestrato in cerca di emozioni, o se volete di avventure, e poi come giornalista due guerre coloniali. La prima nell'Indocina che i francesi tentarono invano di conservare sotto la loro tutela, dopo il Secondo conflitto mondiale, ma dove furono sconfitti definitivamente a Dien Bien Phu nel 1954; la seconda guerra coloniale in Algeria, considerata da Parigi un dipartimento francese, quindi parte del territorio nazionale senza che ai suoi naturali abitanti arabi fossero riconosciuti i diritti di cittadini francesi.
La conferenza di Bandung, tenutasi nell'aprile del 1955, segnò la nascita del Terzo mondo: nella città indonesiana c'erano i rappresentanti di ventinove paesi del Sud. Molte ex colonie. C'erano in particolare l'India e la Repubblica popolare cinese. La prima era definita la più grande democrazia del mondo. La seconda era una grande nazione comunista. Erano due ampie zone del globo economicamente sottosviluppate con sistemi politici opposti. Nel Terzo mondo soffiava un forte vento nazionalista. In particolare nel Vicino Oriente, dove il nazionalismo arabo era insorto contro la nascita di Israele, conseguenza dello sterminio degli ebrei in Europa, ma anche realizzato progetto del sionismo, movimento e ideologia volti a creare uno Stato ebraico in Palestina. Il sionismo era una corrente del mondo ebraico delineatasi alla fine dell'Ottocento, dopo l'affare Dreyfus. La drammatica vicenda di un ufficiale francese ebreo accusato ingiustamente di spionaggio in favore della Germania. L'affare provocò una vampata di antisemitismo non soltanto in Francia.
L'arrivo alla fine della Seconda guerra mondiale di molti scampati ai campi di sterminio nazista, ansiosi di compiere l'aliyah, la salita, vale a dire l'immigrazione ebraica verso Israele, ha accelerato la creazione di uno Stato ebraico. Antica aspirazione della diaspora che vedeva nella remota Gerusalemme il centro del mondo. La spartizione del territorio decisa da una risoluzione dell'Onu non è stata ascoltata dagli arabi e non ha impedito la Prima guerra arabo israeliana nel 1948, seguita da altre tre guerre (1956, 1967, 1973), tutte perdute dagli arabi. Col tempo, le crisi, le insurrezioni, le effimere intese hanno fatto dei due Stati un miraggio. E quella che dovrebbe essere la Palestina è occupata da Israele, che vi ha insediato mezzo milione di coloni. Isaac Deutscher, ebreo non sionista, uno dei più validi studiosi del comunismo, disse che era come se un individuo gettato dalla finestra fosse caduto sul marciapiede schiacciando un passante. Così riassunse la questione israelo-palestinese, in modo semplicistico. Vi confesso che per chi ha seguito quella questione per decenni non è stato sempre facile essere un osservatore equilibrato. Il grande, insolvibile, imperativo debito dell'Occidente verso gli ebrei, e quindi la difesa della nazione, al suo interno democratica, che hanno creato, annulla difficilmente il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Il problema è ancora lì, irrisolto.
Il mondo arabo musulmano ha conosciuto una brusca svolta quando al nazionalismo - di cui l'egiziano Nasser era stato il leader carismatico, umiliato dalle sconfitte inflittagli da Israele e screditato dalla corruzione dei regimi dei rais - è succeduto un integralismo religioso sfociato poi sotto varie forme nel jihadismo, che può anche essere un impegno non violento, ma che si è manifestato soprattutto col terrorismo. La rivoluzione khomeinista vittoriosa nell'Iran sciita è stata una rivoluzione a ritroso, vale a dire che è stata dominata dall'aspirazione di un ritorno alle origini. Che ha del resto cercato di attuare recuperando le leggi ricavate in gran parte dal Corano dettato dall'Arcangelo Gabriele a Maometto. Quella rivoluzione ha avuto una grande influenza sul resto del mondo musulmano, in stragrande maggioranza sunnita. Ma ha acceso la vecchia rivalità tra le due correnti dell'Islam: rivalità sfociata in una guerra durata otto anni, nel decennio Ottanta, con un milione di morti, tra l'Iran e l'Iraq. Quest'ultimo paese a maggioranza sciita, ma governato dal sunnita Saddam Hussein (appartenente a un partito laico, il Baas, o Risorgimento). Saddam sarà giustiziato dopo l'invasione americana del 2003 e la tenzone tra sciiti e sunniti domina adesso il conflitto mediorientale.
Sono uscito, sia pur di poco, dal Novecento. Vi rientro subito per affrontare l'ultimo capitolo: l'Asia, vale a dire il continente che ha conosciuto negli ultimi decenni i progressi più straordinari. Vi ho passato sette anni della mia vita, a cavallo delle due epoche: quella delle guerre e quella del progresso economico. (...) Credo che nessuno, nella storia, abbia distrutto tanto e costruito tanto. Mi riferisco alla Cina dove ho messo piede per la prima volta nel 1970, quando la rivoluzione culturale non era ancora conclusa, e all'occidentale a passeggio per le strade di Shanghai capitava di vedersi seguito da mille e più persone che lo guardavano come un extraterrestre arrivato da chissà quale pianeta. La gente non vedeva stranieri da tempo. Il paese era chiuso. C'era chi pensava che la Cina stesse inventando un "uomo nuovo", liberato dalle convenzioni in vigore nel resto del mondo, rispettoso della legittima indisciplina che permetteva agli studenti di deridere, insultare, picchiare i professori, e ai giovani di fare altrettanto con gli anziani; e chi invece denunciava i milioni di morti fatti dalla rivoluzione culturale, aggiuntisi ai milioni di morti fatti dalle precedenti campagne, come il "balzo in avanti", durante il quale i contadini cercavano di produrre acciaio nei forni montati nelle stalle.
L'"uomo nuovo" formatosi nella guidata indisciplina della rivoluzione culturale non ha creato una società inedita; né il disordine organizzato ha condotto alla disgregazione della Repubblica popolare. Al contrario oggi la Cina comunista, che pratica un suo capitalismo restando comunista politicamente, nella pratica del potere, è la seconda potenza, dopo quella americana. La sua crescita economica e le sue capacità militari hanno cambiato gli equilibri mondiali. Dove sorge una città con milioni di abitanti e centinaia di grattacieli, non lontano da Hong Kong, c'erano delle risaie, e ricordo i contadini che quarant'anni fa lavoravano a torso nudo con quelli che dovevano essere i pantaloni dipinti con la pece sulla pelle nuda. Gli uomini di governo più interessanti che ho incontrato, quelli che mi hanno più colpito per la loro eleganza intellettuale, sono stati Zhou Enlai, il primo ministro cinese, e Jawaharlal Nehru, il primo ministro indiano. A Bandung erano insieme, fianco a fianco, ma poi hanno dovuto persino farsi la guerra. La Cina comunista e l'India democratica non potevano andare d'accordo. La tenzone era inevitabile. Ma chiamati a governare circa un terzo dell'umanità, avevano entrambi l'intelligenza politica per esercitare il potere con una elegante saggezza, in un presente afflitto dal fanatismo e dalla povertà. Hanno agito in quel contesto come se sapessero che il cambiamento sarebbe arrivato. Anche dopo di loro. Sono stati grandi protagonisti del Novecento.
Questo testo è un estratto della lectio magistralis Tragedie e progressi del Novecento che Bernardo Valli (Parma, 1930), giornalista e scrittore, editorialista di Repubblica, ha tenuto il 5 maggio all’Università di Firenze per l’inaugurazione del Festival del Maggio Musicale