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(reuters)

Petrolio, tensione sui prezzi: rischio shock energetico

Pesano le sanzioni su Iran e Venezuela, effetti negativi sui consumatori occidentali 
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NEW YORK. Con la rielezione di Maduro scattano subito nuove sanzioni americane sul Venezuela. Unite con quelle che l'Amministrazione Trump ha appena reintrodotto sull'Iran, spiegano almeno in parte il nuovo rischio di shock energetico. Il caro-petrolio è tornato in mezzo a noi. Penalizza i consumatori occidentali. Mette in difficoltà grosse economie emergenti come l'India. Ricostruisce ricchezze altrove: dall'Arabia Saudita (che può finalmente ridurre il proprio altissimo deficit pubblico, 12% del Pil) alla Russia di Vladimir Putin. Ieri il greggio di tipo Brent, uno dei più seguiti come indicatore dei prezzi mondiali, era a quota 79 dollari, appena un po' sotto il massimo di 80 dollari toccato la settimana prima. Per dare un'idea delle oscillazioni estreme - alle quali contribuisce poderosamente la speculazione finanziaria sui future - si può ricordare che nell'arco dell'ultimo quindicennio da prima della crisi d…
NEW YORK. Con la rielezione di Maduro scattano subito nuove sanzioni americane sul Venezuela. Unite con quelle che l'Amministrazione Trump ha appena reintrodotto sull'Iran, spiegano almeno in parte il nuovo rischio di shock energetico. Il caro-petrolio è tornato in mezzo a noi. Penalizza i consumatori occidentali. Mette in difficoltà grosse economie emergenti come l'India. Ricostruisce ricchezze altrove: dall'Arabia Saudita (che può finalmente ridurre il proprio altissimo deficit pubblico, 12% del Pil) alla Russia di Vladimir Putin. Ieri il greggio di tipo Brent, uno dei più seguiti come indicatore dei prezzi mondiali, era a quota 79 dollari, appena un po' sotto il massimo di 80 dollari toccato la settimana prima. Per dare un'idea delle oscillazioni estreme - alle quali contribuisce poderosamente la speculazione finanziaria sui future - si può ricordare che nell'arco dell'ultimo quindicennio da prima della crisi del 2007 questa materia prima ha toccato prezzi record di 150 dollari e minimi di 50.

Alla congiuntura attuale contribuiscono le sanzioni americane: quelle sull'Iran, appena reintrodotte, potrebbero togliere dal mercato da 400 mila a un milione di barili al giorno, sul totale dei 2,4 milioni di barili che l'Iran è tornato a produrre. Con la parziale levata delle sanzioni decisa da Barack Obama, l'Iran si era riportato al terzo posto fra i produttori Opec. Il ripristino delle sanzioni contro Teheran annunciato da Donald Trump è al centro di una controversia internazionale. I paesi europei, di cui tre furono firmatari dell'accordo nucleare (Germania Francia Inghilterra), ribadiscono la loro fedeltà a quell'accordo e vorrebbero neutralizzare le sanzioni Usa. Cina e Russia sono sulla stessa linea. Il governo Rouhani vorrebbe assecondarli. Ma è molto difficile sfuggire alla "extraterritorialità" delle sanzioni Usa: le multinazionali sono di fronte all'alternativa impossibile di rinunciare a operare con gli Stati Uniti, se vogliono fare affari con l'Iran. Emblematico è il caso della Total, multinazionale petrolifera francese: ha già detto che dovrà abbandonare l'Iran se non ottiene una deroga speciale da Washington. Ieri è tornato a ribadire la linea dura il segretario di Stato Mike Pompeo: "Le sanzioni non cesseranno finché non vediamo cambiamenti nelle politiche di Teheran, incluso il ritiro delle forze iraniane dalla Siria, la fine del sostegno a Hezbollah in Libano e agli Huthi nello Yemen, la cessazione delle minacce di distruggere Israele".

Ma questo rincaro dei prezzi energetici era cominciato già prima della decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano. Se si guarda alla varietà di greggio chiamata West Texas Intermediate, il rincaro è del 50% dall'agosto scorso. Una fiammata così ha per forza diverse concause. Al primo posto c'è la robusta crescita globale. Anche se alcuni paesi emergenti cominciano a dare segni inquietanti di dissesto finanziario (Argentina, Turchia), non si è fermata né ha rallentato la coppia trainante: Cina e India. La Cina continua a crescere del 6,8% annuo, tallonata e a tratti superata dall'India: messe insieme sono di gran lunga la maggiore fonte di domanda petrolifera. Un secondo fattore è la ritrovata disciplina dell'Opec: il cartello petrolifero ha concordato con produttori non-Opec dei tagli di produzione di 1,2 milioni di barili al giorno; la decisione fu presa nel 2016 ed è stata rispettata, contribuendo al rincaro. Al terzo posto ci sono i rischi geopolitici in Medio Oriente, che includono la possibilità di un conflitto ravvicinato tra Iran e Israele o tra Iran e Arabia saudita. Infine c'è un fattore ciclico negli investimenti: il lungo periodo precedente di basso prezzo del petrolio ha spinto le multinazionali del settore a congelare diversi progetti di estrazione e questo provoca delle strozzature dal lato dell'offerta.

Il caropetrolio a sua volta ha una ricaduta sui tassi. A cominciare da quelli americani. Con i Treasury Bond decennali oltre il 3% di rendimento, il debito pubblico Usa frutta più di quello di molte nazioni europee. E il dollaro si rafforza. Ma questo sta mettendo in difficoltà molte economie emergenti altamente indebitate in dollari: i possibili focolai di nuove crisi.