IL NEMICO è il grande fiume, la difesa è l’anello. Come in una saga fantasy, il virus Ebola si nasconde dietro le acque del Congo, il padre benigno dell’Africa centro-occidentale che adesso rischia di diventare veicolo di contagio. La febbre emorragica partita nelle zone rurali di Bikoro è arrivata nei giorni scorsi a Mbandaka, oltre un milione di abitanti nel nord del Congo RDC: basta poco perché raggiunga Kinshasa e Brazzaville, e magari persino Bangui, minacciando le capitali collegate dal sistema fluviale con un’epidemia difficile da arrestare.
Il numero dei contagiati ha superato la cinquantina, i morti sono almeno 28. Proprio nel Paese dove il virus è stato individuato per la prima volta nel 1976 (a Yambuku, in contemporanea con una località del Sud Sudan), l’ombra di un contagio di massa sta già cambiando i comportamenti della popolazione. Non ci si stringe più la mano, ogni locale pubblico si preoccupa di fornire almeno acqua e sapone per un’igiene di base, e molti si preparano a lasciare le città sul fiume, con il rischio che le stesse persone diventino “untori” prima di scoprire la malattia.
Ma la resistenza è pronta: è una schiera di operatori vestiti di grembiuli, cappelletti e guanti con il blu delle Nazioni Unite, che adottano una strategia "ad anello", studiata per arginare il male. L’anello prevede che il farmaco sperimentale rVSV-ZEBOV – la cui efficacia è ancora discussa, anche se ha permesso di contenere l’epidemia in Sierra Leone e Guinea tre anni fa – sia utilizzato per vaccinare non solo le persone che potrebbero essere venute a contatto con le vittime accertate del virus, ma anche quelle attorno a loro, oltre che ovviamente gli operatori sanitari e gli incaricati delle sepolture. In questo modo gli esperti dell’Organizzazione mondiale per la sanità vogliono interrompere la trasmissione della malattia.
La Merck, produttrice dei farmaci, ha regalato 8640 dosi del vaccino e altre ottomila sono in preparazione. Già la prima somministrazione dovrebbe permettere la vaccinazione di quelli che l’OMS indica come 50 “anelli” di 150 persone. E secondo il ministro congolese della Sanità, Oly Ilunga, due persone contagiate a Bikoro sono già guarite grazie al trattamento sperimentale. Ma resta l’incubo di una diffusione senza controllo. L’arrivo del virus a Mbandaka, snodo commerciale fondamentale del Paese, preoccupa gli esperti. La risposta del sistema sanitario, però, sembra essere stata tempestiva: il governo di Kinshasa ha segnalato rapidamente il focolaio all’OMS, l’agenzia dell’Onu ha avviato le procedure d’emergenza, assieme con altri attori come Médecins sans Frontières. L’incubo, è quasi inutile sottolinearlo, è che si ripeta il massacro avvenuto nella regione fra il 2014 e il 2016, con oltre undicimila morti.
Il numero dei contagiati ha superato la cinquantina, i morti sono almeno 28. Proprio nel Paese dove il virus è stato individuato per la prima volta nel 1976 (a Yambuku, in contemporanea con una località del Sud Sudan), l’ombra di un contagio di massa sta già cambiando i comportamenti della popolazione. Non ci si stringe più la mano, ogni locale pubblico si preoccupa di fornire almeno acqua e sapone per un’igiene di base, e molti si preparano a lasciare le città sul fiume, con il rischio che le stesse persone diventino “untori” prima di scoprire la malattia.
Ma la resistenza è pronta: è una schiera di operatori vestiti di grembiuli, cappelletti e guanti con il blu delle Nazioni Unite, che adottano una strategia "ad anello", studiata per arginare il male. L’anello prevede che il farmaco sperimentale rVSV-ZEBOV – la cui efficacia è ancora discussa, anche se ha permesso di contenere l’epidemia in Sierra Leone e Guinea tre anni fa – sia utilizzato per vaccinare non solo le persone che potrebbero essere venute a contatto con le vittime accertate del virus, ma anche quelle attorno a loro, oltre che ovviamente gli operatori sanitari e gli incaricati delle sepolture. In questo modo gli esperti dell’Organizzazione mondiale per la sanità vogliono interrompere la trasmissione della malattia.
La Merck, produttrice dei farmaci, ha regalato 8640 dosi del vaccino e altre ottomila sono in preparazione. Già la prima somministrazione dovrebbe permettere la vaccinazione di quelli che l’OMS indica come 50 “anelli” di 150 persone. E secondo il ministro congolese della Sanità, Oly Ilunga, due persone contagiate a Bikoro sono già guarite grazie al trattamento sperimentale. Ma resta l’incubo di una diffusione senza controllo. L’arrivo del virus a Mbandaka, snodo commerciale fondamentale del Paese, preoccupa gli esperti. La risposta del sistema sanitario, però, sembra essere stata tempestiva: il governo di Kinshasa ha segnalato rapidamente il focolaio all’OMS, l’agenzia dell’Onu ha avviato le procedure d’emergenza, assieme con altri attori come Médecins sans Frontières. L’incubo, è quasi inutile sottolinearlo, è che si ripeta il massacro avvenuto nella regione fra il 2014 e il 2016, con oltre undicimila morti.