La vita delle ragazze musulmane, cresciute in Italia ma costrette a fronteggiare le loro famiglie, pronte alla violenza per imporre la tradizione: dai vestiti fino ai matrimoni combinati. Una sfida che può avere un prezzo altissimo. Che però molte riescono a vincere. Ecco le loro storie
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Già da piccola, Alison non amava i vestiti lunghi. "È uno dei miei primi ricordi. Con la mamma andavamo dal sarto e gli chiedevo di accorciare i miei shalwar kameez, le lunghe tuniche che in Pakistan donne e bambine indossano sopra i pantaloni. Lui diceva sempre che avevo un bel caratterino, poi ci mettevamo tutti a ridere e mi accorciava gli abiti. Ero una bambina, mi lasciavano fare". Afgana, gli occhi a mandorla tipici degli hazara, la minoranza sciita del Paese, Alison, 20 anni, parla dell'infanzia senza troppi rimpianti. "Ricordo solo Peshawar: era orribile".
Come tanti altri afgani in fuga dalla guerra visse anni nel limbo della città pachistana approdo di migliaia di profughi: poche scuole, pessimi servizi, razzismo. Cui si aggiunse la morte del padre: non stupisce che non abbia voglia di ricordare: "La mia vita, quella vera, iniziò quando avevo 12 anni e con mamma venimmo in Italia per raggiungere mio fratello". Al…
Già da piccola, Alison non amava i vestiti lunghi. "È uno dei miei primi ricordi. Con la mamma andavamo dal sarto e gli chiedevo di accorciare i miei shalwar kameez, le lunghe tuniche che in Pakistan donne e bambine indossano sopra i pantaloni. Lui diceva sempre che avevo un bel caratterino, poi ci mettevamo tutti a ridere e mi accorciava gli abiti. Ero una bambina, mi lasciavano fare". Afgana, gli occhi a mandorla tipici degli hazara, la minoranza sciita del Paese, Alison, 20 anni, parla dell'infanzia senza troppi rimpianti. "Ricordo solo Peshawar: era orribile".
Come tanti altri afgani in fuga dalla guerra visse anni nel limbo della città pachistana approdo di migliaia di profughi: poche scuole, pessimi servizi, razzismo. Cui si aggiunse la morte del padre: non stupisce che non abbia voglia di ricordare: "La mia vita, quella vera, iniziò quando avevo 12 anni e con mamma venimmo in Italia per raggiungere mio fratello". Alison non poteva di certo immaginare che da quel momento la passione per gli abiti le sarebbe quasi costata la vita. "Arrivai nel 2010. Portavo il velo e lo shalwar kameez: quando vidi le ragazze italiane, i loro vestiti colorati e i capelli al vento tutto mi parve bellissimo. E iniziai a sognare: volevo studiare, lavorare, avere la mia macchina un giorno. Come loro".
Lentamente, la ragazzina prese a portare i jeans insieme al velo e ad uscire con le amiche. Cambiamenti innocui, che però non sfuggirono al fratello: "Cominciò a farmi il lavaggio del cervello. Dovevo portare il velo, pregare e non mettere piede fuori di casa da sola". Passarono anni carichi di tensione: quando Alison iniziò a lavorare la situazione esplose: "Mi disse che mi dovevo sposare, che non potevo vivere così. Ma io non facevo niente di male: non frequentavo nessun ragazzo, nessuna cattiva compagnia. Lavoravo e basta. Provai a parlare con mia madre, ma lei non diceva nulla. A mio fratello consentiva tutto: l'alcool, le droghe. Due o tre volte prese il coltello e disse che voleva ammazzarmi: mi misi tantissima paura. Poi una sera tornai in ritardo dal lavoro: lui era fuori di sé, mi disse che mi avrebbe rispedito a Kabul per farmi sposare. O che mi avrebbe bruciata viva: era pronto a farlo, era solo questione di tempo, glielo lessi negli occhi. Il giorno dopo presi il telefono, i pochi soldi che avevo, lo zaino e invece di entrare a scuola andai via, con l'aiuto di una assistente sociale. Avevo appena compiuto 19 anni. E non sono più tornata".
Il destino a cui Alison (il nome è di fantasia) fuggì quella mattina avrebbe potuto essere simile a quello di altre donne e ragazze di fede musulmana nate o cresciute in Italia che per ragioni simili a quelle di questa giovane afgana sono state punite, a volte con la morte: Hina Salem, 21 anni, origini pachistane, accoltellata nel 2006 dal padre a Sarezzo, in provincia di Brescia, per punirla di uno stile di vita troppo indipendente. Begm Shnez, pachistana, 46 anni, uccisa a bastonate a Novi di Modena nel 2010 per aver cercato di difendere la figlia da nozze combinate. Sana Cheema, cittadina italiana di origine pachistana sgozzata qualche settimana fa da padre e fratello, in una vicenda ancora piena di punti da chiarire. O Jessica - un altro nome di fantasia - ventenne arrivata a Roma quando aveva pochi mesi e cresciuta qui, oggi tenuta prigioniera a suon di botte e frustate a Dacca, in Bangladesh, dalla famiglia che non vuole che torni in Italia: su Facebook posta le foto dei lividi e disperate richieste di aiuto, ma finora nessuno è riuscito a fare nulla per lei.
Le storie di queste ragazze non sono certo una fotografia esaustiva dell'Islam italiano: una comunità composta, fra l'altro, da migliaia di giovani che studiano, lavorano e vivono senza problemi in questo Paese, spesso da cittadine. Ma sono un angolo della fotografia: quello che racconta della parte minoritaria della comunità che fatica ad integrarsi in una società con regole diverse da quelle a cui è abituata. Così, se è sbagliato puntare il dito contro un intero gruppo, è un fatto che negli ultimi anni il fenomeno delle violenze, anche mortali, contro le donne di religione musulmana sia arrivato sotto i riflettori anche qui. "Il problema è molto più esteso di quanto non si creda", sostiene Tiziana Del Pra, presidente dell'associazione Trama di Terre di Imola, che si occupa di sostegno alle donne vittime di violenza. "Le bambine arrivate quando l'onda migratoria era al picco sono diventate grandi. Tante altre sono nate qui. Sono ragazze diventate adulte in un Paese che non è quello dei genitori, dentro a una cultura diversa, con sogni differenti da quelli delle madri o dei padri. Non tutti sanno accettarlo".
Secondo gli ultimi dati, in Italia ci sono circa 150mila musulmani fra i 15 e i 24 anni: più di 300mila sono gli under 15. La metà sono ragazze. "È impossibile dire quante di loro entreranno in conflitto con la famiglia. Tantomeno capire che risposta potranno avere questi conflitti: dipende dalle famiglie, dai Paesi di origine, dal modo in cui si è inseriti nella comunità qui in Italia", spiega Renata Pepicelli, docente di Storia dei Paesi islamici all'università di Pisa e una delle maggiori esperte della questione in Italia. "Non si può generalizzare, ma è un dato di fatto che le Seconde generazioni oggi pongano delle questioni. Siamo di fronte a giovani donne piene di sogni, di speranze e di aspirazioni: che risposte troveranno?". Le aspirazioni di cui parla Pepicelli hanno diverse facce, ciascuna potenzialmente portatrice di tensioni: proseguire o no lo studio, indossare o meno il velo, quali luoghi e quali compagnie è lecito frequentare, chi scegliere come compagno di vita.
Una risposta univoca su questi temi non c'è, neanche nei Paesi di origine: il Marocco non è il Pakistan, il Bangladesh non è l'Egitto, solo per citare i luoghi di provenienza di alcune fra le comunità più numerose. E anche lì la vera questione non è tanto la religione - che sulle donne dice molte cose e molto diverse, anche all'interno dello stesso Corano - quanto il modo in cui viene interpretata: la tradizione, dunque. Ma è innegabile che in alcuni casi a queste domande nelle società di origine degli immigrati musulmani si diano risposte considerate inaccettabili nel mondo occidentale. E che spesso la diaspora complica ulteriormente il quadro, spingendo le comunità a chiudersi in se stesse per paura di perdere la loro identità. "Dici che la mia voce è haram (proibita ndr) perché ti eccita. Ma forse sei tu quello che ha bisogno di calmarsi, forse sei tu quello che ha bisogno di rileggersi il Corano. Io ho il velo in testa: tu sei l'assetato, tu sei l'eccitato, tu nel tuo completo da signore importante. Pensi che solo tu puoi dirmi cosa fare. Pensi che solo tu sai cosa è giusto: ma sei solo un cane", canta in Dog (Cane), singolo da milioni di hit su YouTube, Mona Haydar, 28 anni, rapper siriano-americana, velata e femminista: uno dei simboli di una generazione di ragazze poco disposte a sentirsi dire in silenzio cosa dovrebbero e non dovrebbero fare.
Una nuova vita
Dal giorno in cui si è chiusa la porta di casa alle spalle, tutto nella vita di Alison è cambiato. Ha lasciato la città dove viveva, non ha potuto dire a nessuno dove si trova né contattare la famiglia. Le operatrici cui è stata affidata le hanno tolto il cellulare: il rischio è che in un momento di debolezza possa inviare un messaggio, fare una telefonata o postare sui Social network una foto che faccia capire dove si trova. Allora l'incubo tornerebbe: "Mio fratello vuole ancora uccidermi, ne sono certa - dice mentre si tormenta le mani - ogni volta che prendo il treno ho paura di trovarmelo davanti". Incontriamo Alison in un luogo segreto: a prima vista sembra una ragazza come tante, ma appena parla il suo bagaglio di dolore torna a galla: "Vorrei sentire mia madre, spiegarle: ma non posso chiamarla. Ho scritto una lettera alla mia migliore amica: solo per dirle che non deve preoccuparsi per me. Spero glielo abbia detto". Oggi Alison vive con una famiglia italiana. Con il nome falso, è tornata a scuola: i nuovi amici non sanno nulla della sua storia. "Quando guardo la famiglia in cui vivo e la normalità del loro affetto, come si parlano, come si trattano, mi torna in mente tutto. E sono triste. Ma poi penso ai pigiama party, che avevo tanto sognato nella mia vecchia città e a cui ora posso andare: sono bellissimi!".
Non fa in tempo a terminare questa frase che le lacrime le salgono agli occhi. A passarle un fazzoletto è una ragazza poco più bassa di lei, vestita in jeans e maglietta, con lunghi capelli neri. Per raccontare la sua storia sceglie il nome di Zoya: come Alison è una fuggitiva, come lei ha scelto un nome falso per parlare con noi. Fino a qualche mese fa le due non si conoscevano nemmeno: ma il fatto di condividere la stessa sorte le ha unite al di là dei caratteri diversi. Anche Zoya ha vent'anni: nata in Pakistan, è arrivata a Roma quando ne aveva tre. È una ragazza sveglia, si capisce subito, e non c'è da dubitare quando dice che sin dai primi giorni di scuola ha capito di essere diversa dalle altre bambine. "Ero costretta a indossare il velo e gli abiti pachistani, non potevo giocare con i maschi né uscire: nessuna festa, nessun parco giochi - racconta - Non facevo che chiedere perché a tutti: maestre, bidelle, amici". Jeans strappati, unghie laccate, voce decisa, Zoya ha un look da ribelle: o forse solo da una che è diventata brava a mascherare quello che ha vissuto.
"Ho preso tantissime botte. Sono cresciuta in un clima di oppressione: se infrangevo le regole mi picchiavano, minacciavano di uccidermi, di darmi fuoco. Ma non non mi sono mai arresa: odiavo essere presa in giro per i miei vestiti, volevo essere libera". Dai sei anni in su, la sua vita è tutta uno stratagemma: un trucchetto per poter restare fuori un po' di più, un altro per fare quello che fanno le altre ragazzine. Essere brava a scuola è fondamentale: le fa conquistare un po' di spazio, qualche libertà in più. E a 15 anni, in un momento di gloria scolastica, un cellulare. "Me lo comprò mio padre - racconta - mio fratello lo controllava ogni sera, ma i nomi degli amici maschi erano salvati al femminile e i messaggi cancellati. Così nessuno poteva dirmi nulla. Non si accorsero neanche quando mi iscrissi a Facebook: passavo dal motore di ricerca e cancellavo la cronologia".
Sul Social network Zoya incontra un ragazzo di origini pachistane che abita in Italia: iniziano a parlare, a flirtare, poi lui prende un treno e va a trovarla. La loro storia inizia quel giorno. "Veniva quando poteva: io fingevo di andare a scuola, ma passavo la giornata con lui. Durante una di queste fughe incontrai mia cugina: quella che rispettava sempre le regole, era devota e veniva additata ad esempio per tutte noi. Anche lei era in giro con il suo fidanzato clandestino, un ragazzo che mai la nostra famiglia avrebbe accettato. Le dissi che se non mi copriva avrei detto tutto agli zii. Da allora tutto fu più semplice: mia madre era felice che passassi del tempo con lei, pensava che mi avrebbe fatto bene. Invece quando uscivamo lei era con il suo fidanzato e io con il mio".
La vita di Zoya andò avanti così per anni, fino all'appuntamento che nella vita di altre ragazze, per ultima Sana Cheema, si è rivelato decisivo: una vacanza nel Paese di origine, il Pakistan per entrambe. Lì la giovane si trova di fronte ad un matrimonio organizzato dalla madre: uno zio che arriva a casa con il cugino per chiederla in sposa e un corredo che conteneva "tutte le cose bellissime che mia madre non mi aveva mai comprato: trucchi, gioielli, abiti". Zoya disse no, davanti a tutti, in modo plateale. "Mi presentai di fronte a mio zio senza velo e senza trucco. Presi a urlare contro mia madre. Fu un dramma: lei mi diede due schiaffi e mi trascinò in camera. Mi conficcò le unghie nel viso. Mi picchiava e gridava: 'Parla, parla! Se c'è qualcuno ti ammazzo'. Quando venne a sapere del mio fidanzato prese un bastone e iniziò a picchiarmi così forte che alla fine il bastone si spezzò. Avevo sangue sulla schiena, non riuscivo a muovermi, ma lei prese un altro bastone e ricominciò. Nessuno faceva nulla. Mio fratello di dieci anni pur di fermarla mi si gettò addosso. Lei lo colpì e lui svenne: dovettero portarlo in ospedale. Solo così la violenza cessò. Anche io avrei dovuto essere curata, ma mi rinchiusero in camera per una settimana. Quando la porta si aprì mia madre mi disse che ero la vergogna della famiglia. Che avrei dovuto sposare subito il mio fidanzato visto che era chiaro che non ero più vergine. E che comunque per lei ero morta. Io ero vergine: provai a dirlo, ma lei non volle neanche ascoltarmi. Alla fine celebrammo le nozze per procura: lui era in Italia, io in Pakistan. La famiglia di mia madre si presentò in lacrime e vestita di nero".
Il rientro in Italia non fu semplice: dopo qualche mese di serenità il matrimonio si trasformò in un incubo fatto di violenza e di tradimenti. Senza possibilità di chiedere aiuto alla famiglia, Zoya fuggì. Solo l'incontro fortuito con una ufficiale di polizia le permise di entrare nello stesso percorso di accoglienza che ha salvato Alison. Come la sua amica, ha cambiato tutto. E come lei sta cercando di ricostruirsi la vita con un nome falso e in una città lontana. Ma le conseguenze delle sue scelte non le danno pace. "Nessuno nella mia famiglia ha davvero capito perché ho fatto quello che ho fatto, nessuno ha ragionato sugli errori che hanno commesso. Mia sorella, che ha 12 anni, ha qualche libertà più di me. Non è obbligata ad indossare abiti pachistani, per esempio. Studia moltissimo, vorrebbe diventare dottoressa: ma mia madre l'ha già fidanzata con il fratello minore del cugino che avrei dovuto sposare io, per cancellare l'onta. E le dice sempre che se la scopre a parlare con dei ragazzi la farà infibulare. Lei mi chiama disperata, è in trappola: e io non so come aiutarla. Mia cugina è stata scoperta e rispedita in Pakistan: non è mai più tornata".
È solo a questo punto che la voce di Zoya si incrina: lo smalto sulle unghie è rovinato, da quando ci siamo sedute non hai mai smesso di giocarci. "Dicono che l'Islam impone tutte queste regole ma non è così. L'Islam dice che non puoi forzare tua figlia a sposare una persona senza il suo consenso. L'Islam non dice che le donne sono merce. Io sono orgogliosa di essermi ribellata, di aver lottato. C'è stato tanto dolore, ma spero che mia sorella possa avere una vita più facile della mia". Alison e Zoya sono un'eccezione: protette dalla promessa di non rivelare dove vivono e chi le ha aiutate, hanno accettato di raccontare la loro storia. Ma trovare donne disposte a parlare per questa inchiesta è stato difficilissimo. Come la maggior parte delle vittime di violenze e di soprusi in qualunque parte del mondo, le musulmane italiane preferiscono rimanere in silenzio. Per paura e anche per solitudine. È un silenzio comune a tante donne abusate, qualunque religione pratichino, in qualunque Paese vivano. Una realtà che in Italia, dove i tassi di violenza sulle donne sono altissimi, conosciamo bene. Ma è anche una realtà che in questo caso si carica di un peso maggiore, quello legato alla religione e allo stigma che - a torto - l'Islam si porta dietro.
"Avrei voluto morire piuttosto che esporre la mia famiglia alla condanna pubblica. Anche quando mi picchiavano - ha detto una ragazza di origine siriana - non avrei sopportato un solo sguardo in più su di loro: ci giudicano già abbastanza perché siamo musulmani, perché mamma è velata". Più delle italiane doc dunque, le figlie della migrazione rischiano di sentirsi sole: per questo anche quelle di loro che a un certo punto trovano il coraggio di denunciare rischiano di non farcela, di tornare indietro. È quello che è accaduto a Nosheen, 28 anni, che otto anni fa vide la madre massacrata a colpi di bastone a Novi di Modena perché voleva salvarla da nozze combinate. Quel giorno anche lei fu ferita gravemente: ma dopo i due processi in cui padre e fratello sono stati condannati è rientrata nella comunità con cui aveva tagliato i ponti. È tornata a indossare il velo che aveva tolto uscita dall'ospedale e ha chiuso i rapporti con l'avvocato che l'aveva rappresentata.
La catena di solidarietà
In un contesto così difficile, gli "angeli custodi", le figure incontrate lungo il percorso che offrono sostegno e aiuto alle ragazze, hanno un ruolo fondamentale. Naima Daoudagh è una di loro: in 17 anni di lavoro non ricorda neanche quante donne ha aiutato. "A un certo punto ho smesso di contare", dice di fronte a un caffè nella sua Brescia. "Alcune neanche le conosco di persona. Ricevo telefonate dalla Calabria, dal Veneto, dal Piemonte. Io faccio quello che posso: ma il passo più grande, dire basta, spetta a loro". Nata in Marocco, Naima è arrivata in Italia quasi 30 anni fa, quando ne aveva 16. "Eravamo i primi marocchini a stabilirsi in Sardegna - ride - ci guardavano come qualcosa di raro. Ma furono tutti molto gentili". Qui si è trasferita nel 1995, per seguire il marito, bresciano doc. Dopo poco ha iniziato a lavorare come mediatrice transculturale, poi si è specializzata nell'ambito sanitario e ha cominciato a lavorare in ospedale. "Ho aiutato a partorire donne con mutilazioni genitali. Assistito signore che hanno abortito a causa delle botte ricevute dai mariti. E tenuto per mano adolescenti con il naso e le costole spaccate da padri-padroni che le picchiavano per punirle di uno stile di vita "troppo occidentale".
Quando dico che siamo di fronte a un problema in aumento parlo per esperienza. C'è una questione aperta nella comunità musulmana in Italia oggi. Nei Paesi di origine delle migrazioni si discute sull'interpretazione storica del Corano, di come sposare le regole della religione e quelle della vita contemporanea: qui non si parla, e chi solleva questi temi viene accusato di offrire il fianco agli islamofobi". Più si passa del tempo con Naima più diventa chiaro che quello di cui discute non è solo il suo lavoro, ma la sua vita: l'amore per un uomo italiano e cristiano che ha rifiutato l'ipocrisia di una conversione finta per sposarla. La difficoltà di crescere la figlia in una famiglia con due culture e due religioni, l'inflessibile volontà di parlare a nome di un Islam che, rivendica con forza, "non è fatto solo di donne con il velo. Non ha una visione unica". "Non mi si può tacciare di ignoranza perché non mi sono mai coperta la testa: sono musulmana anche io. Prego anche io. E conosco il Corano", spiega. "Se dico che c'è un problema - insiste - è perché lo vedo. Queste ragazze sono straniere per legge ma italiane nei fatti: nate e cresciute qui, nelle nostre scuole, accanto ai nostri figli. Molte di loro conducono un'esistenza tranquilla, in armonia con il mondo esterno e con la famiglia. Ma per altre la storia è diversa. I genitori vogliono che mantengano l'identità delle origini, ma le loro origini sono qui: non hanno ricordi dei Paesi di origine delle famiglie, ma di Brescia. Siamo nella città di Hina, la ragazza uccisa nel 2006. Noi abbiamo ben presente dove può portare la tensione".
Parole profetiche: qualche settimana dopo questa conversazione, c'è stata la morte in Pakistan, presumibilmente per mano di padre e fratello, di Sana Cheema, che a Brescia era cresciuta e viveva, apparentemente felice. La notizia ha devastato Naima: "Siamo sotto choc: dodici anni dopo ci ritroviamo allo stesso punto. È il segno di un fenomeno che è stato sottovalutato. Non sto dicendo che va tutto male: ci sono giovani realizzate e famiglie felici. Ma c'è anche altro: e non bisogna vergognarsi a dirlo, non bisogna essere buonisti. C'è una zona grigia e va affrontata: perché se non lo facciamo crescerà". In teoria Naima e Amina Alzeer stanno dalla stessa parte: entrambe combattono contro la violenza, entrambe si spendono anima e corpo nel loro lavoro, entrambe sono diventate un punto di riferimento nazionale. Eppure rappresentano due mondi che si guardano da lontano, a tratti con diffidenza. "Nei confronti di noi donne con il velo c'è un certo pregiudizio", sospira Amina.
"Le femministe e le laiche spesso non ci apprezzano perché proponiamo un approccio anche religioso alla questione della violenza. Allo stesso tempo alcuni esponenti della comunità musulmana ci danno addosso perché dicono incoraggiamo le donne a ribellarsi. Ma se tutti ci criticano, vuol dire che stiamo facendo bene". Quarantadue anni, italopalestinese, madre di sei figli, Amina è la vicepresidente di Aisha, un progetto che prende il nome dalla moglie preferita del Profeta Maometto il cui scopo è contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne. Aisha è un'iniziativa unica in Italia, nata a Milano due anni fa: le donne che vivono una violenza possono rivolgersi al gruppo e avere consulenza legale, terapia di coppia e individuale e, se richiesta, assistenza religiosa. La sua peculiarità è quella di operare all'interno delle comunità, coinvolgendo Imam e moschee. "Tutto nasce da una constatazione semplice: noi musulmane non siamo esenti dal problema della violenza", dice Amina. Che rifiuta con forza di etichettare la questione come un problema religioso. "È una questione trasversale. Certo da noi c'è da fare uno sforzo in più, quello della consapevolezza: parliamo spesso con donne che non conosco i propri diritti, giuridici, personali e anche sessuali. E per questo sono passive di fronte alla violenza. Ma la religione non c'entra nulla: al massimo, viene usata come scusa".
Il progetto Aisha non è il mio primo impegno pubblico di Amina: da tempo nel Caim - il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza - è abituata a dover difendere le sue scelte. "Sono stanca di ripetere sempre le stesse cose: che velo non vuol dire sottomissione, che chi dice che l'Islam autorizza la violenza sulle donne mente, che siamo parte della società come gli uomini. Uno si aspetterebbe che dopo tanti anni il dibattito in Italia si fosse un po' evoluto. Ma così non è". Dopo un lancio un po' faticoso, finora Aisha ha aiutato una ventina di donne: "Parlando anche con i mariti quando abbiamo potuto. Accompagnandole ai centri anti-violenza pubblici quando necessario. E facendole parlare con un imam, quando ce lo chiedono".
La religione
"Non discuteremo di velo, vero?". Mohammed Ben Mohammed accompagna la frase con un sorriso bonario. Nato in Tunisia, dopo più di venti anni in Italia e alla testa di una comunità, come quella di Centocelle a Roma, che ha attraversato diverse tempeste, l'Imam vorrebbe davvero parlare di qualcosa che non fosse polemico. Se accetta di discutere della questione della violenza di genere è perché la considera "un problema vero".
Ma prima di rispondere alle domande ci tiene a chiarire un punto. "L'Islam sta attraversando una fase delicata. La gente fatica a capire come vanno applicate le regole del Corano. Continuo a ripetere che conservare la visione del Profeta non significa vivere come ai suoi tempi, ma nel tempo le diverse interpretazioni della parola sacra hanno creato tradizioni che non rispettano i veri valori. Questo è valido in particolare per la situazione della donna. Con Maometto, le donne avevano un ruolo di primo piano nella società, a cominciare dalle sue mogli. Avevano anche massima libertà nella scelta dello sposo. Adesso siamo lontani anni luce da tutto questo, molto spesso le ragazze non possono dire "no".
Sono tradizioni difficili da cambiare. Ma non è la religione a prescrivere tutto questo". L'Imam di Centocelle sa per esperienza che quella di cui parliamo è una sfida centrale per il futuro: sua figlia, Takoua Ben Mohammed, 26 anni, vignettista, è uno dei volti emergenti della comunità. Intraprendente, articolata, spiritosa. Una delle poche in grado di raccontare, con la leggerezza del suo tocco di matita e la profondità di chi ha respirato religione e politica sin da bambina, il complesso rapporto fra i giovani musulmani e la società italiana. "Gestire i ragazzi e le ragazze al crocevia fra due mondi e due culture è difficile", sospira l'uomo. "Nascono, crescono, studiano qui ma i genitori spesso insegnano loro un'altra cultura. Bisogna capire e aiutare. Capita che le famiglie vengano a chiedere aiuto: cerco di spiegare che non si possono imporre cose ai figli. Spesso i genitori restano in silenzio: non sanno affrontare tutto questo. C'è chi non capisce che si possono conservare i nostri valori e vivere nell'Europa di oggi. È la nostra sfida".
Davanti alle storie di Alison e Zoya, di Jessica e a ai racconti delle tante altre donne con cui abbiamo parlato, Ben Mohammed stringe gli occhi e per la prima volta sembra perdere la serenità: "Non si può imporre la religione. E neanche il velo. Sono scelte. Chi sarà costretto a subirle non sarà coerente né sereno. Non è questo che ci ha chiesto il Profeta".
La scuola
Dalla moschea di Centocelle al quartiere di Torpignattara ci vogliono circa 20 minuti: quattro fermate del tram che attraversa via Casilina, zona popolare della città, portano nei pressi della Pisacane, la scuola che è uno dei cuori pulsanti del quartiere. Qui gli insegnanti si trovano di fronte a problemi simili a quelli che affronta l'imam Ben Mohammed.
Torpignattara è una delle zone con il tasso di immigrati più alti di Roma: da anni fra i banchi del suo istituto ci sono allievi di origine bengalese, egiziana, marocchina, ma anche dell'Europa dell'Est. All'inizio il loro arrivo ha creato moltissime tensioni: gruppi di madri "italiane doc" che protestavano per la presenza di troppi stranieri, lamentele riguardo agli adeguamenti che questo ha comportato in fatto di cibo, festività, modalità di insegnamento. Il risultato è stato un calo delle iscrizioni da parte delle famiglie romane: poi un paziente lavoro degli insegnanti, coadiuvati da pedagogisti, artisti, comitato di quartiere ha ribaltato la situazione, trasformando questo luogo, nonostante i tanti problemi ancora aperti, in un modello.
La storia della Pisacane è il prototipo di una trasformazione che ha investito la scuola in tutta Italia, seppur a livelli diversi: negli ultimi 15 anni istituti di ogni ordine e grado si sono trasformati nella prima linea dell'integrazione, il luogo dove i problemi e le differenze vengono a galla. Qualche mese fa, la storia della ragazzina di Bologna a cui la famiglia avrebbe rasato a zero i capelli per costringerla ad indossare il velo conquistò le prime pagine dei giornali: a denunciare la vicenda - i cui contorni restano poco chiari - fu un'insegnante. E insegnanti sono quelli che hanno per primi - su sollecitazione degli allievi - lanciato l'allarme per la sorte di Farah, la diciannovenne residente a Verona costretta ad abortire dalla famiglia in Pakistan qualche settimana fa. Al di là di casi estremi come questi, basta parlare con maestri e professori dei quartieri con i tassi più alti di immigrati, a Roma come a Torino, a Milano come a Bologna, per capire che la scuola è il luogo dove i nodi vengono al pettine.
"In passato non accadeva: ma ormai ci capita di trovarci di fronte a bambine che arrivano velate già all'asilo. Hanno quattro anni, corrono, sudano: e non possono scoprirsi. I genitori ci danno diverse spiegazioni: dicono che hanno tagliato i capelli per via dei pidocchi, o per renderli più forti. O che le figlie devono abituarsi sin da piccole", dice un'insegnante di Roma. La maestra, come altre contattate per questa inchiesta, preferisce rimanere anonima per non compromettere il rapporto con le famiglie: ma è preoccupata. "Negli ultimi anni siamo stati testimoni di un irrigidimento, soprattutto all'interno di alcune comunità. Non parlo di tutte le famiglie di origine musulmana: la maggior parte anzi puntano moltissimo sull'istruzione dei bambini e delle bambine, la vedono come un mezzo di riscatto. Ma c'è anche un processo di chiusura in atto: e noi ne siamo i primi testimoni. A volte riusciamo ad arginarlo: quando i bambini smettono di venire a scuola andiamo a cercarli a casa. Alle bambine a cui è proibito ballare o suonare cerchiamo ruoli alternativi negli spettacoli di fine anno. Del velo proviamo a discutere. Ma capita anche che non riusciamo a fare nulla".
L'irrigidimento non riguarda solo le più piccole: non è difficile vedere all'uscita delle scuole di alcune zone delle grandi città madri coperte da capo a piedi, viso compreso. O trovare, scartabellando fra i dati del ministero dell'Università e della Ricerca, numeri che raccontano tassi di abbandono scolastico superiori alla media nelle comunità di lingua araba: il 50,3% dei giovani fra i 15 e i 29 anni di origine marocchina presenti in Italia e il 49,3% di quelli di origine tunisina non studia né lavora, contro il 25% degli italiani. Nel 67% dei casi di tratta di ragazze: per l'Italia la percentuale è del 50%. Cosa fare? Le insegnanti in prima linea allargano le braccia: "Lasciate in città o in quartieri senza troppa cura, con poche possibilità, le persone sono attratte da chi offre una sponda, una porta aperta - racconta un'altra maestra romana - nella mia zona negli ultimi anni sono nati molti centri di preghiera musulmani che fanno anche politica. Se a questo si aggiunge la paura, che tante mamme hanno, di non saper gestire l'adolescenza dei figli e delle figlie in una realtà percepita come estranea, ecco che abbiamo la spiegazione per capire cosa c'è dietro all'irrigidimento".
Insieme ai suoi colleghi, questa insegnante cerca di costruire spazi e opportunità per tutti i suoi allievi. "Tutto sta ad ascoltare, a non contrapporre un muro contro un altro muro. Ci sono genitori che a inizio anno dicono che i figli non potranno fare lezione di musica né partecipare a spettacoli, perché cantare e ballare è proibito dalla religione. Poi però noi coinvolgiamo tutti, senza forzare troppo: e alla fine di solito tutti partecipano ai saggi. Integrare, lavorare insieme, interagire, imparare gli uni dagli altri: solo questo vogliamo".
Coming out
Ma non tutte le ragazzine hanno la fortuna di incontrare insegnanti simili: molte di loro, nella ricerca di risposte si ritrovano sole. Naturale allora che il posto dove cercare risposte, come per tanti adolescenti di tutto il mondo, diventi la Rete. I gruppi femminili in cui si discute di Islam e donne su Facebook spopolano: uno dei più popolari, Surviving hijab, conta quasi 615mila membri, da ogni parte del mondo. E accanto alle ragazze che sfoggiano orgogliose i propri veli dà spazio ai dubbi e ai tormenti delle tante che con la testa coperta o con le interpretazioni più tradizionali dell'Islam non si sentono a proprio agio. In Italia gruppi simili non esistono: "Ma esisto io, e qualche altro profilo come il mio. Ormai la mia bacheca Facebook si è trasformata in uno spazio pubblico di discussione", scherza Sara Ahmed.
A 26 anni e con più di 10mila amici su Facebook, Sarah, italiana di origini egiziane, è un punto di riferimento nel dibattito sull'Islam al femminile in lingua italiana. Grazie alla sua capacità di scrittura e alla sua profondità, in pochi anni si è trasformata in una sorta di coscienza critica dei giovani musulmani. "Quella che dice ciò che in tanti pensano ma che in pochi osano esprimere in pubblico", per usare le sue parole. "Allah, se gli uomini avranno 72 vergini in paradiso, io posso avere un solo sosia di Omar el Sherif? Ne chiedo 1, mica 72", dice un suo recente post. E ancora: "Allah, perché Mustafa può innamorarsi di Cristina, ma Fatima non può innamorarsi di Christian?". Frasi solo all'apparenza leggere, perché in realtà vanno a toccare alcuni dei punti dolenti della dottrina, quelli su cui migliaia di ragazzini - e non solo loro - si arrovellano.
"Quando ho iniziato a scrivere di questi temi, non puntavo certo a diventare una persona pubblica - riflette Sarah - ma ci tenevo a far sentire la mia voce. Avevo frequentato i gruppi vicini ai Giovani musulmani e qualche volta ero stata invitata in televisione. Ma presto ho capito che non è quello il posto per parlare, perché solo chi urla più forte viene ascoltato. Così ho iniziato a postare su Facebook". Il velo in testa a indicare la sua devozione, il modo giusto di porre le riflessioni e la conoscenza della religione, l'hanno resa popolare. "All'inizio - racconta - tutto sembrava facile: parlavo del velo, del perché avevo scelto di indossarlo, della necessità di rispettare chi fa questa scelta. E ricevevo tanti messaggi di approvazione. Poi però ho iniziato a leggere: più riflettevo più in me crescevano i dubbi. Ho capito che c'è una questione reale dietro: che tante persone, come me, lo hanno messo per scelta, ma altre no. Poi ho cominciato a chiedermi dove sta la scelta: se sin da piccola ti dicono che arriverà il giorno in cui dovrai coprirti la testa, se ti insegnano che il corpo è da nascondere, che stimoli gli istinti sessuali degli uomini solo mostrandoti a testa scoperta...la scelta dove sta? È una pressione psicologica inimmaginabile".
Mentre parla, Sarah accarezza i lembi del fazzoletto azzurro che le copre i capelli: è chiaro che le domande su cui per mesi si è interrogata su Facebook non sono il tentativo di conquistarsi uno spazio. È il suo tormento personale quello che ha espresso. Per lei però il prezzo è stato alto: un gruppo di haters l'ha presa di mira. "All'inizio mi hanno detto che era meglio che non parlassi, perché con le mie parole incoraggiavo l'islamofobia. Poi hanno iniziato a dire che vaneggiavo. Infine sono iniziati gli attacchi personali: pulisciti la bocca quando parli della religione, sei una rinnegata, come fai a parlare con tutto il trucco che ti metti in faccia. E cose che preferisco non riferire".
Sarah sorseggia la sua acqua e va avanti: "A insultarmi sono ragazzi musulmani: nati o cresciuti qui, come me. Gente che non accetta il fatto che una donna possa esprimere dubbi sulla religione. Mi chiedo: se fosse stato un ragazzo a dire quello che ho detto io, sarebbe stato preso di mira alla stessa maniera? Io credo di no. Io do fastidio perché porto il velo e quindi, secondo quello che pensa questa gente, dovrei accettare tutto. Ma coprirsi la testa non significa spegnere il cervello". Quando le si chiede se non teme che la violenza da verbale possa diventare fisica Sarah scuote la testa: "Preferisco non pensarci. Ma spero che tutto questo serva ad aprire un dibattito. Noi musulmani dovremmo essere in grado di parlare: di come leggere il Corano oggi, di quali fra i detti del Profeta sono autentici e quali no, di chi usa la nostra religione per giustificare pratiche come la mutilazione genitale femminile. Ma nessuno lo fa".
Qualche settimana dopo questa conversazione, Sarah ha tolto il velo: una scelta che non le ha impedito di continuare a ragionare sulla religione: "Non c'è nessun versetto nel Corano che vieta alle donne musulmane di sposare un non-musulmano" era il titolo di un articolo che ha scritto pochi giorni dopo l'assassinio di Sana Chennay. "Sana e Hima non sono altro che l'emblema di molte ragazze di seconda generazione, imprigionate tra la cultura di appartenenza dei loro genitori e una cultura occidentale in cui si rispecchiano e riconoscono. A uccidere Sana e Hina non è stata la parola del Corano, di Maometto o di Allah, ma il giudizio di una comunità misogina colma di retaggi culturali. Una comunità che ritiene lecito e permette a un Mohamed di sposare la sua amata italiana, non musulmana, ma che sgozza una Sana o una Hina in nome del disonore".
Chi il suo sogno d'amore riesce a coronarlo è Laila: anglo-pachistana, velata, figlia di una famiglia che su lei e i suoi fratelli ha puntato tutto, questa liceale perde la testa per Mark, biondo, bello, muscoloso e...simpatizzante dell'estrema destra xenofoba e razzista. Dopo un incontro che è anche uno scontro, tanto sesso e molti compromessi, i due si conquistano la possibilità di vivere la loro storia alla luce del sole, nonostante la disapprovazione collettiva. "Mi piacciono le storie tormentate, si capisce, vero?", scherza Rania Ibrahim: Laila e Mark sono il frutto della fantasia di questa milanese di origine egiziane, 41 anni, arrivata in Italia quando aveva due, madre di quattro figli, giornalista ed esperta di web marketing che con il suo primo romanzo, Islam in Love, pubblicato lo scorso anno, ha raccolto un successo inatteso, mettendo sotto i riflettori i tormenti e le passioni che vivono tante ragazze di Seconda generazione. "Ho iniziato a scrivere tanti anni fa: era una storia ispirata alla mia, alla fatica che ho fatto per fare accettare alla mia famiglia l'uomo che poi è diventato mio marito, un italiano. Ma non è un'autobiografia: ci ho messo dentro il sesso, che è una costante nelle conversazioni delle donne musulmane, e un pizzico di politica. Il risultato è una storia parallela alla mia: che ho voluto ambientare in Gran Bretagna proprio per prendere le distanze".
Sin dall'uscita, Islam in Love si è attirato critiche: per inseguire l'amore, Leila spezza tutti i tabù. Si spoglia del velo, perde la verginità, mente a famiglia e amici, si getta a capofitto in un mondo di piacere e sensualità interrogandosi sulla fede e sulle regole che le sono state imposte. "È un libro esagerato - ragiona l'autrice - ma l'ho voluto io così: ho caricato tutto per sottolineare i problemi che vivono oggi i giovani musulmani. Ho conosciute tante storie simili a quella di Leila e Mark. Alle mie presentazioni vengono molte ragazze e vedo la loro sofferenza. Non sanno con chi parlare, a chi rivolgersi: e così pensano a me. Arrivano in lacrime o mi scrivono su Facebook: stanno male, magari sono innamorate di un italiano o sono omosessuali e non osano dirlo. Non hanno ancora trovato la chiave per vivere a cavallo fra ciò che vorrebbero essere e ciò che i genitori vogliono che siano. Le capisco perché anche per me è stato così".
Rania racconta la sua storia, dell'amore per un italiano, il primo incontro da adolescenti e poi la scintilla quando si rivedono, la mamma che la chiude in casa prima e la costringe a tornare in Egitto per sei mesi dopo per fare in modo che dimentichi. E poi l'aiuto dei nonni e degli zii, che dal Cairo hanno convinto la famiglia a Milano ad aprire le porte a quel ragazzo così testardo, lui che accetta di convertirsi all'Islam e di sposarsi subito, saltando tutti i passaggi della frequentazione e della convivenza. E la realtà di oggi: quattro figli che non mangiano maiale e dell'Islam hanno la visione aperta e solidale che gli ha trasmesso la mamma e che il papà rispetta, una nonna paterna che accetta le modifiche al menù imposte dalla religione e il timore costante che i bambini possano essere vittima di discriminazioni a causa della fede. "Quando ci siamo sposati noi le coppie miste erano ancora rare - riflette Rania - sentivamo sempre addosso gli sguardi della gente. Sono pesanti, ti si appiccicano addosso, come se fossi sempre sbagliata, come se non fossi abbastanza musulmana: nonostante un marito che si è convertito per amore, nonostante i figli educati nella religione.
Le ragazze a volte non ce la fanno a tollerare pressioni simili: e magari accettano anche di mettersi il velo pur di essere lasciate in pace. Laila non lo fa. E non l'ho fatto anche io". Un'indipendenza pagata con l'ostracismo: nonostante passi ore in moschea ad insegnare l'italiano alle nuove arrivate, sono tanti quelli a cui Rania non piace, che la invitano a coprirsi la testa, che non mancano mai di sottolineare che di religione lei non ha diritto di parlare. Fra gli inviti che le sono arrivati per discutere del libro, sono mancati quelli delle comunità musulmane. "Ho smesso di curarmene - conclude lei - certo, tante volte mi dico che forse dovrei adeguarmi a un'immagine più tradizionale. Sarebbe più facile: ma bisogna smettere di nascondere la testa sotto la sabbia, i genitori devono capire che può capitare che i figli si innamorino di persone diverse da quelle che vorrebbero per loro. Basta vergognarsi quando succede, basta chiedersi come mai potranno giustificarsi. Sono stati madri e padri a scegliere di portare qui questi ragazzi e ad esporli a una realtà differente, come è accaduto a me: non ci si può lamentare se poi viviamo il mondo esterno. L'Islam può essere anche rock, non solo un lungo elenco di divieti e imposizioni".
Il futuro
L'Islam può essere rock: la frase mi risuona nella testa per giorni. Forse nessuna delle ragazze intervistate per questa inchiesta l'ha mai pensato, ma tutte hanno comunque cercato la loro strada: verso la religione, verso il domani, verso la sintesi fra due mondi diversi. Una sintesi che non necessariamente deve avere risvolti violenti: la maggior parte delle musulmane italiane sono studentesse, impiegate, giornaliste, stiliste e molto più. Donne attive in politica e nel sociale, cresciute in questo Paese e che vivono secondo i suoi valori. Sono giovani e giovanissime che spesso hanno accompagnato verso la società italiana anche le famiglie di origine, come veri e propri ponti culturali: nonostante i tanti attacchi subiti solo per la loro religione. Ma anche se sono una minoranza, ci sono anche casi in cui il tentativo di sintesi è sfociato in violenza.
"Di fronte a noi abbiamo ragazze giunte al momento in cui devono giocare la partita della vita: quali progetti realizzeranno? Che famiglie costruiranno? Quanto riusciranno a mantenere fede alle promesse di indipendenza e libertà che si sono fatte? Queste domande sono destinate a influenzare non solo il loro futuro, ma il volto dell'Islam e della nostra società nei prossimi anni", conclude Renata Pepicelli. È per questo che loro malgrado Hina e Sana sono diventate simboli di qualcosa di molto più grande di loro, della possibilità o l'impossibilità di una convivenza fra l'Italia di oggi e quella di domani.